Ci ripetiamo, purtroppo. Ma pare indispensabile perché neppure l’ultima conferenza stampa di Trump, sebbene così esplicita, viene presa davvero sul serio. L’istrionismo spinto all’estremo di questo “grande-uomo” può fuorviare. Ma è il caso di tenere a mente l’altrettanto illimitato istrionismo, il raziocinante “delirare” di un Hitler (o di un Mussolini – fatte le debite proporzioni) per realizzare che in tempi di avvicinamento ad una nuova guerra globale, tali sono i nostri tempi, il ricorso alla propaganda della necessità dello scontro, della guerra senza quartiere e senza regole ai propri nemici, è – per la classe dominante dei paesi imperialisti – essenziale.

In tempi come questi si tratta, infatti, di lanciare grandi masse di sfruttati e di oppressi in scontri nei quali potranno rimetterci tutto ciò che hanno di più caro, nell’interesse dei loro sfruttatori e oppressori. Si tratta di motivarle (non solo costringerle) ad accettare ogni genere di sacrificio, a seminare morte e distruzione contro sé stesse, a rendersi corresponsabili di un terribile omicidio-suicidio di massa. Ecco perché è indispensabile, per mascherare al meglio il reale contenuto degli scontri in preparazione, il ricorso alla demagogia, alla menzogna, alla spudorata manipolazione della realtà, alla esaltazione dei miti identitari, a una Tradizione, vera o fasulla, fatta di glorie, alla promessa della certa grandezza/gloria futura (l’ossessivo again trumpiano), al razzismo esibito e rivendicato, alla “maschia” necessità della forza, della violenza, della brutalità, inclusa la brutalità più gratuita, con la richiesta di devozione verso i capi carismatici, e la fedeltà alla disciplina, gerarchia, patria e famiglia in quanto eterne forze naturali e vitali. In messe in scena del genere, in cui si mescolano fino a confondersi tra loro il ridicolo e il tragico, uno come Trump se la cava egregiamente.

Ma in fondo cos’ha detto di tanto irrazionale Trump? 

Per recuperare il terreno perduto nel corso dei decenni nella produzione diretta di valore, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di incorporare a sé, come una propria provincia, il Canada, e di trattare il Messico come una propria colonia, anche per impedire ad entrambi di essere – come sono in parte – piattaforme ospiti della produzione di valore del capitale cinese. Per fronteggiare il semi-monopolio delle terre rare oggi detenuto dalla Cina e imporre il proprio controllo sulle nuove vie di navigazione che la catastrofe ecologica incombente sta creando, l’annessione della Groenlandia sarebbe un vero e proprio colpaccio. Per rilanciare l’industria bellica statunitense, quella tradizionale e quella nuova (delle reti informatiche e dello spazio), sarebbe necessario che gli alleati moltiplicassero gli acquisti dalle imprese a stelle e strisce – subito, senza eccezioni. Non l’ha detto, ma lo sa perfettamente (insieme a tutto il suo entourage di consiglieri e collaboratori): tutto ciò è indispensabile per evitare che esplodano in modo incontrollabile sul territorio statunitense le contraddizioni di classe, di razza, di genere, territoriali, valoriali, che hanno dato corpo negli ultimi anni alla ripresa degli scioperi operai, alla fiammata del movimento delle donne del 99%, al moto (non solo nero) Black Lives Matter, a molteplici spinte autonomistiche e guerre culturali. Nell’occasione la promessa di attuare la “più grande deportazione” di immigrati undocumented della storia amerikana è rimasta in ombra, ma è stata a tal punto il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale che non c’era bisogno di ribadirla di nuovo, specie in un’occasione in cui si rivolgeva al mondo esterno.

Questo è un programma perfettamente razionale per “rendere di nuovo grande l’America” rovesciando il suo lungo declino di potenza un tempo egemonica. Parliamo, beninteso, della “razionalità” propria di un sistema capitalistico sempre più intrinsecamente irrazionale, che può sopravvivere all’esaurimento della sua funzione storica solo a patto di produrre violenza e devastazioni su scala planetaria, al solo scopo di preservare la ricerca del profitto come legge regolatrice della riproduzione sociale e del rapporto con la natura non umana. Non importa se Trump ne abbia o meno conoscenza personale; di sicuro ha assorbito la lezione dello storico Paul Kennedy esposta in Ascesa e declino delle grandi potenze: nella storia la vitalità produttiva è di regola un fattore fondamentale nell’ascesa delle grandi potenze, laddove il consolidamento di interessi economici e territoriali eccessivamente diffusi, con il relativo impegno diplomatico-militare per proteggerli, finisce col tempo per erodere, minare la vitalità produttiva che è stata all’origine della potenza:

“il benessere economico non si traduce sempre e immediatamente in efficienza militare, poiché questa dipende da molti altri fattori, dalla geografia al morale nazionale alla competenza tattica e di comando. Ciononostante resta il fatto che tutti i principali mutamenti degli equilibri militari e di potenza nel mondo avevano alle spalle delle alterazioni negli equilibri produttivi; e che, inoltre, l’ascesa e la caduta dei vari imperi e stati nel sistema internazionale è stata confermata dagli esiti delle principali guerre tra le grandi potenze, nelle quali la vittoria è sempre andata a chi aveva le maggiori risorse materiali”.

Il cronico, e gigantesco, deficit commerciale degli Stati Uniti, il suo perdurare dopo l’adozione delle politiche protezionistiche dell’ultimo decennio, e il parallelo deficit della bilancia dei pagamenti, a fronte di una situazione speculare del nemico strategico Cina che dura ormai da vent’anni, configurano quel ‘rischio esistenziale’ di non essere più “great”, super-potenza, che la classe dominante statunitense vuole allontanare da sé. Tanto attraverso i democratici che attraverso i repubblicani.

Altrettanto razionale è la forma “provocatoria” con cui Trump ha esposto il suo programma, che ha mimato la presentazione della “nuova cartina del Medio Oriente” senza la Palestina, fatta da Netanyahu nell’ottobre 2023 all’assemblea dell’ONU. In entrambi i casi il messaggio è: lo faremo, costi quel che costi, dovete farvene una ragione, abbiamo la forza per farlo. La capacità intimidatrice di un tale discorso è nel solo fatto essere compiuto. Guai a sottovalutare che specie in tempi di guerra la propaganda è parte integrante, e di primo rilievo, della politica. Influenza pesantemente le masse, ed anche il più coriaceo dei nemici-fratelli capitalisti.

Abbiamo esposto in altri testi la nostra posizione: il ritorno all’egemonia statunitense sul mondo è impossibile; e abbiamo messo in luce come le ricette di tipo protezionistico varate dal Trump-1 non siano state coronate da successo. Ma l’imperialismo statunitense non intende in alcun modo rinunciare al suo dominio sul mondo, sfuggendo alla regolarità storica prima richiamata. Anzi. Il Trump-2 è determinato a radicalizzare le guerre commerciali in corso con avversari e alleati, e a ricorrere all’intervento militare dove necessario (l’ha minacciato anche nei confronti della Russia se non accetterà le sue proposte di “pace”). E intorno a tale prospettiva è riuscito a coagulare un’area della classe dominante molto più ampia che nel 2016. Dispone della maggioranza al Senato, alla Camera, nella Corte Suprema. Si fa forte anche del colpo durissimo inferto all’Unione europea dal suo predecessore Biden con la rottura quasi completa dei rapporti economico-diplomatici tra UE e Russia. Rispetto agli alleati l’Amerika ha di sicuro, con metodi brutali (la guerra provocata in Ucraina, la distruzione del North Stream), riconquistato punti. E ora Trump è pronto a giocarseli per mettere ulteriormente in difficoltà l’Unione europea e andare all’assalto della Cina e degli alleati della Cina con una UE il più possibile allineata – cosa non semplice, visto che un tale allineamento comporta per Germania e Francia il rischio di una profonda destabilizzazione sociale e politica, peraltro già cominciata. La “sovranista” Meloni si è già detta pronta, sperando di lucrare quegli interessi che la Gran Bretagna della Brexit, dopo 6 anni dall’azzardo, non ha visto neppure con il cannocchiale dei desideri.

L’Amerika di Trump non farà regali, ammesso e non concesso che lo zio Sam li abbia fatti in altre epoche con altre presidenze. Seminerà caos e guerra in tutto il mondo. Caos economico e sociale anche nei paesi alleati, se è vero che i nuovi dazi, oltre la Cina primo bersaglio, colpiranno le imprese e i paesi europei. Caos economico e feroce reazione politica anti-operaia e anti-popolare nei paesi del Sud America, cui è stato indicato il modello-Milei. E, quanto alla semina di guerra, basti per ora l’intimidazione da gangster rivolta ad Hamas e ai palestinesi se non saranno liberati gli ostaggi israeliani, e quelle rivolte ai paesi amici riottosi (Danimarca, Panama, Messico). Naturalmente, sullo sfondo di tutto, c’è l’intensificazione della preparazione dello scontro bellico con la Cina. Mentre la Cina, a sua volta, cerca con ogni mezzo di guadagnare tempo, per mettersi in grado di contrastare gli USA sul loro stesso terreno. Su questo avremo modo di tornare.

Per adesso, ci basta ribadire che bisogna prendere Trump sul serio

Da: https://pungolorosso.com/2025/01/10/prendere-trump-sul-serio/


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