Le sommosse nel paese sanciscono il fallimento dell’agenda di Ruto e rimettono in discussione la sua utilità per americani ed europei. L’ascesa politica della generazione Z che adesso vuole le dimissioni del presidente. L’Occidente non ha appreso le lezioni del Sahel.
Al netto della loro importanza, le proteste di piazza non sono necessariamente fenomeni decisivi sul piano geopolitico. Quelle in corso in Kenya lo sono. Le manifestazioni sanciscono l’ingresso nella sofisticata arena politica keniota di attori, strumenti e sentimenti identitari diversi rispetto a quelli che tradizionalmente hanno caratterizzato il paese.
Sul piano interno la piazza in subbuglio sancisce il fallimento (annunciato) del programma del “Kenya Kwanza” (prima il Kenya) del presidente William Samoei Ruto. A livello geopolitico le manifestazioni rimettono in discussione le scelte di Stati Uniti e alleati europei in merito alla relazione speciale con Nairobi. Il dubbio che serpeggia in diverse cancellerie occidentali in queste ore è che il Kenya sia sì un alleato imprescindibile, ma il suo presidente costituisca il cavallo sbagliato su cui puntare. Per capire la rilevanza strategica di quanto avviene in questi giorni nel paese dell’Africa orientale bisogna però partire dalle motivazioni delle proteste.
CHI PROTESTA IN KENYA?
Il movimento di piazza che nelle ultime settimane ha paralizzato il Kenya è nato per chiedere il ritiro della proposta di legge finanziaria presentata dal governo. Non ha leader. I dimostranti si coordinano prevalentemente tramite social media (in particolare TikTok, che l’esecutivo aveva pensato di bandirepochi mesi fa). I manifestanti non sono raggruppati su base etnica, come riconosciuto dallo stesso Ruto. La maggior parte di loro fa parte della cosiddetta generazione Z, quella nata tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Quest’ultimo fattore è particolarmente rilevante al di là dell’aspetto puramente demografico. La generazione Z keniota ha votato poco alle ultime elezioni e quei pochi esponenti che lo hanno fatto hanno votato per Ruto e il suo partito United Democratic Alliance (Uda).
Il fatto che un blocco destinato ad essere sempre più rilevante per il futuro della politica nazionale abbia scelto di contestare il proprio candidato è un altro segno della crisi del patto tra governo e popolazione. Le manifestazioni sono nate da ragioni puramente economiche. Ma sono successivamente diventate un movimento portatore di istanze più generalizzate che esprime la sua sfiducia nei confronti delle istituzioni, considerate come inefficienti, insensibili e corrotte.
Andando ancora più nello specifico, la mobilitazione chiedeva l’annullamento della nuova proposta di legge, improntata sull’austerità. Tra i tanti provvedimenti contestati ci sono gli aumenti delle accise sui carburanti e sulle transizioni digitali, che sarebbero andati a incidere direttamente sulla generazione Z in un contesto già funestato da una disoccupazione altissima (circa il 50%) e una crisi del carovita.
Questi due beni sono fondamentali per la sussistenza economica dei giovani kenioti che nelle aree rurali devono spendere molto in carburante mentre nelle metropoli (Nairobi e Mombasa) lavorano in massa all’interno della cosiddetta gig economy. Le proteste contro la nuova legge finanziaria non sono casi isolati. Si inseriscono all’interno di una contestazione più ampia legata alla politica economica del governo Ruto che va avanti da due anni. Praticamente tutte le categorie professionali (medici, infermieri, avvocati, agricoltori) con i relativi sindacati hanno scioperato contro il governo e la sua inattività rispetto alla crisi.

Nel frattempo, per poter ripagare il proprio debito nei tempi concordati con i creditori, il governo del Kenya ha dovuto ricorrere al supporto finanziario di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, che hanno chiesto una forte riduzione della spesa pubblica a garanzia dei propri prestiti – cioè l’austerità. Gli ultimi ritocchi alla legge finanziaria presentata al parlamento prima delle proteste erano proprio finalizzati a sbloccare una nuova tranche di aiuti da parte dell’Fmi. Il ricorso alla leva fiscale da parte del governo è stato così frequente negli ultimi anni da aver spinto i kenioti ad affibbiare a William Ruto il soprannome di Zakayo, dal nome di Zaccheo, l’esattore delle tasse della tradizione pubblica.
Su questa dinamica di insoddisfazione generale che ha generato la mobilitazione contro il governo si è poi innestato un altro fattore destabilizzante: la repressione violenta. La polizia keniota ha sparato più volte contro i manifestanti. Gli attivisti denunciano il rapimento di alcuni influencer da parte dall’intelligence. La risposta violenta alle manifestazioni ha portato all’assalto al parlamento, avvenuto martedì 25 giugno, che è stato occupato dai dimostranti per diverse ore. Il seguito è stato il caos istituzionale.
La risposta di Ruto alla mobilitazione della generazione Z è stata, come minimo, altalenante. In un primo momento il presidente ha salutato le proteste come un segno di maturità democratica del Kenya. Successivamente ha bollato i manifestanti come criminali e ricchi viziati promettendo una repressione implacabile. Infine, su pressione di Stati Uniti e altri alleati, Ruto ha cancellato la proposta di legge finanziaria e aperto al dialogo con i suoi contestatori, dopo aver dispiegato l’Esercito a difesa di tutte le sedi istituzionali della capitale. Anche dopo il ritiro della proposta di legge la mobilitazione è proseguita con i manifestanti che, galvanizzati dal successo delle proteste, chiedono adesso le dimissioni del presidente.
ASCESA (VISIBILE) E CADUTA (INOSSERVATA) DI WILLIAM RUTO
A due anni dal suo insediamento, l’amministrazione Ruto ha goduto tanto di un’ascesa rapida tra gli alleati occidentali quanto di una caduta altrettanto rapida agli occhi dei kenioti. Eletto come presunto (dato che era già vicepresidente) candidato antisistema, il programma di Ruto è tutto basato sull’attuazione dell’agenda “Kenya Kwanza”, che prevede un taglio della burocrazia e più in generale della presenza dello Stato nell’economia per liberare le forze vive della “Hustler Nation” e rimetterla in piedi dopo anni di stagnazione.
L’idea che il problema dell’economia keniota fosse riconducibile all’interventismo statale appare risibile. Ma la storia di William Ruto, ex venditore di polli di Eldoret diventato presidente, ha reso la sua narrazione seducente agli occhi dell’elettorato. Lo stesso è avvenuto con gli alleati americani ed europei. Per retorica e ideologia, infatti, l’inquilino di State House rappresenta il politico perfetto agli occhi degli occidentali, soprattutto considerando il momento storico. Liberale a tratti liberista, evangelico convinto, anticinese per certi versi sinofobico.
Se le regole non scritte del soggettivismo africano prescrivono sempre una buona dose di ambiguità nelle relazioni con i due blocchi della Guerra Grande, Wiliam Ruto non ha mai perso occasione, sin dal suo insediamento, per manifestare la propria vicinanza all’impero americano e agli alleati europei. I rapporti tra Kenya e Occidente sono storicamente solidi, ma gli sconvolgimenti geopolitici degli ultimi due anni hanno modificato il quadro all’interno del quale questa alleanza matura e si struttura.
Dal punto di vista americano, l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e il lancio della nuova strategia per l’Africa hanno dato risalto alle relazioni con Nairobi, salita nella scala di priorità dell’agenda washingtoniana. Inoltre, la crisi nei rapporti tra Stati Uniti ed Etiopia (altro tradizionale alleato americano nella regione) e la penetrazione della Russia nel Corno d’Africa hanno spinto Washington a puntare sul Kenya come proprio vassallo nella regione, un attore capace di stabilizzare o almeno arginare l’instabilità e l’influenza dei nemici dell’America in un quadrante strategico del continente. Dal punto di vista europeo, invece, l’ingloriosa cacciata dal Sahel e la spinta della Francia per un maggior coinvolgimento in Africa orientale – area che Parigi considera come organica alla propria politica nell’Indo-Pacifico – ha spinto verso un ulteriore rafforzamento nei rapporti con il Kenya.
Partendo da questi presupposti, Ruto si è messo all’opera per dimostrarsi un alleato capace e incisivo. Le Forze armate keniote hanno aumentato il proprio coinvolgimento nella lotta ad Al-Shabaab in Somalia, il presidente è stato il primo capo di Stato africano a esprimersi contro il ritiro della missione dell’Unione Africana dal paese. Successivamente, proseguendo lungo il solco tracciato dal predecessore Kenyatta, le Forze armate keniote hanno guidato una missione di peacekeeping nella Repubblica Democratica del Congo. Quando gli Stati Uniti hanno chiesto al Kenya di inviare i propri poliziotti per sedare la guerra tra gang che imperversa ad Haiti, l’inquilino di State House si è subito mobilitato. In cambio di questo impegno, il governo di Nairobi ha ottenuto liquidità monetaria in ogni forma e misura: dai prestiti del Fmi agli investimenti delle big tech americane, passando per il nuovo accordo commerciale con l’Unione Europea.
La comunione di intenti tra Ruto e l’Occidente è stata talmente fitta e si è sviluppata così in fretta da aver oscurato le diverse problematiche che caratterizzano la loro alleanza. A livello geopolitico, questo stato di cose ha portato a minimizzare le batoste puntualmente rimediate dal capo dell’Uda nei primi due anni al governo. Il progetto di usare la Comunità dell’Africa orientale (Eac) come strumento di influenza a livello regionale è naufragato. Dopo un’iniziale espansione con l’ingresso di Repubblica Democratica del Congo e Somalia, molti dei nuovi membri hanno perso entusiasmo rispetto ai benefici dell’adesione all’organizzazione regionale. L’iniziativa di peacekeeping a Kinshasa è stata messa alla porta dopo appena un anno dal presidente Tshisekedi, che non ha nascosto la propria delusione in merito all’apporto dei militari di Nairobi.

Inoltre, se il Kenya doveva essere un attore stabilizzante per l’Africa orientale nei piani degli occidentali, sotto la presidenza Ruto i rapporti con i vicini sono tutti peggiorati. Il presidente keniota ha prima litigato con la presidente della Tanzania, Suluhu Hassan, rifiutandosi di incontrarla quando si era proposta come mediatrice tra il presidente e il leader dell’opposizione Raila Odinga. Inoltre, il Kenya ha solo recentemente sedato le tensioni con l’Uganda di Museveni, dopo le frizioni in merito all’accordo per l’acquisto di petrolio tramite l’Uganda-Kenya Pipeline.
Anche nei rapporti con la Somalia di Hassan Sheikh, che pure deve molto alle Forze armate keniote, non sono mancati momenti di imbarazzo. Come quando un alto ufficiale di Nairobi dichiarò che il suo paese aveva negoziato con successo un accordo tra Etiopia e Somalia sulla disputa per l’accesso al Mar Rosso, provocando la smentita di entrambe le parti.
Al netto della stazza e delle entrature nelle cancellerie occidentali, il Kenya non è riuscito a giocare un ruolo incisivo nella guerra dei generali in Sudan, né nella crisi interna in Etiopia. Resta in piedi, per il momento, solo la mediazione lanciata da Ruto tra i gruppi armati in Sud Sudan che rimane comunque a rischio considerando come diversi attori coinvolti hanno dichiarato apertamente di volere il ripristino della piattaforma di Roma negoziata dalla comunità di Sant’Egidio.
L’ultimo tentativo per salvare la propria immagine come proxy affidabile per l’Occidente è quello della missione a Haiti. Tuttavia, al netto della serietà della crisi in corso a Port-au-Prince, le disavventure del dispiegamento della forza keniota sono state fin qui tragicomiche.
Lanciata ufficialmente nell’autunno del 2023 su esplicita richiesta degli Stati Uniti, le prime forze di polizia di Nairobi sono giunte a Haiti solo mercoledì 26 giugno, il giorno dopo l’assalto al parlamento da parte della generazione Z. Nonostante Washington avesse organizzato tutto per garantire legittimità politica alla missione, arrivando anche a finanziarne la logistica, il processo è andato incontro a lungaggini burocratiche e ricorsi. Prima la Corte suprema keniota ha annullato il decreto con cui il presidente aveva dato il via al dispiegamento senza consultare il parlamento. Poi alcuni tribunali locali hanno sollevato dubbi sulle procedure di adozione del decreto. Successivamente si è passati alla contestazione parlamentare della missione, considerata costosa e strategicamente insensata. Resta adesso da vedere se la polizia keniota riuscirà effettivamente ad arginare l’anarchia imperante a Haiti, anche se le previsioni non sono entusiasmanti.
UNA LUNGA ESTATE CALDA ALL’ORIZZONTE
I giovani manifestanti della generazione Z saranno un attore fondamentale per le elezioni presidenziali del 2027 e per il futuro (geo)politico del Kenya in generale. Ruto sa che se vuole essere rieletto non può inimicarsi questo blocco sociale e ciò limita il suo margine di manovra. Archiviata la proposta di legge sul budget, il presidente deve adesso trovare (in tempi brevi) i fondi necessari per accedere agli aiuti dell’Fmi, senza i quali il paese tornerà a rischio default. Per il momento, però, Ruto non sembra avere idee chiare al riguardo, oltre ai proclami su “legge e ordine” e alla negazione di qualsiasi responsabilità per le morti dei manifestanti.
Le necessità keniote sul piano finanziario s’intrecciano con le incognite geopolitiche di lungo termine. Sotto la guida di Ruto, il paese resterà saldamente ancorato all’orbita d’influenza americana. Il presidente ha visitato gli Stati Uniti appena un mese fa riuscendo a strappare (oltre a un’altra tranche di aiuti e investimenti) la designazione come “major non-Nato ally” – fattore che consolida i rapporti tra Nairobi e Washington.
Tuttavia, la possibilità di un ritorno di Trump alla Casa Bianca (poco interessato all’Africa) getta qualche dubbio in merito alla rilevanza di questa alleanza in futuro. E sembra difficile che immaginare che The Donald possa correre in soccorso del debito pubblico keniota. L’Europa avanzerà in ordine sparso come al solito aspettando di vedere chi uscirà vincitore nello scontro tra Ruto e la piazza per poi salire sul carro del vincitore.
In questo senso, le rivolte in Kenya sono una nuova rappresentazione dei limiti dell’approccio dell’Occidente al continente e delle sue (pseudo) politiche africane. Nell’abbracciare acriticamente William Ruto e le sue politiche, America e alleati europei non hanno visto (o hanno volutamente ignorato) tutte le crepe nel rapporto tra il presidente e il suo popolo, specialmente con quei giovani a cui gli occidentali dicono di volersi rivolgere. Chiunque avesse una conoscenza anche superficiale del Kenya degli ultimi vent’anni sapeva perfettamente che il “Kenya Kwanza” non avrebbe funzionato, ma questa ovvietà non è passata nelle bolle autoreferenziali al di qua e al di là dell’Atlantico. La lezione dei golpe saheliani non è stata appresa. Le barricate del Kenya non saranno smontate in tempi brevi.
da: Limes online
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