In occasione del 100° anniversario della morte di Lenin, oggi pubblichiamo un articolo del 1970 di Ernest Mandel, originariamente uscito nell’allora giornale della sezione belga della Quarta Internazionale, La Gauche, n. 16, 18 aprile 1970.
Nel testo l’autore punta a dare una chiara conferma degli insegnamenti di Lenin, ma mostra anche come già nel 1970 la QI prendesse già in considerazione alcuni elementi che solo gli sviluppi futuri avrebbero portato alla luce. Naturalmente, alcune considerazioni riguardano il contesto poltico e sociale dell’epoca.
di Ernest Mandel
L’opera di Lenin forma un insieme in cui teoria e pratica non possono essere separate. Lenin stesso disse: “Senza teoria rivoluzionaria, non ci può essere pratica rivoluzionaria”.
Nessuna persona di buon senso può oggi contestare il significato storico della Rivoluzione socialista d’ottobre o della creazione dello Stato sovietico.
Questi eventi hanno lasciato un segno indelebile nella storia del nostro secolo e di quello successivo. Ma dal punto di vista degli effetti a lungo termine, la concezione teorica che ha reso possibili questi grandi eventi diventa altrettanto importante, se non più importante, degli eventi stessi.
È proprio questa concezione, infatti, che renderà possibile l’estensione della Rivoluzione d’Ottobre all’intero pianeta, tentativo temporaneamente fallito durante la vita di Lenin e Trotsky.
Il corpo del leninismo, che sviluppa il marxismo nell’era imperialista, poggia su sette pilastri principali. Queste sette parti essenziali del leninismo rimangono valide oggi come quando Lenin morì. E c’è di più: il loro pieno significato sta cominciando solo ora a essere compreso da masse sempre crescenti di operai, contadini poveri, intellettuali rivoluzionari e studenti in molte parti importanti del mondo.
1. L’imperialismo: lo stadio finale del capitalismo
La teoria dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo in cui la libera concorrenza porta alla creazione di grandi monopoli (trust, holding, cartelli, konzern, e oggi potremmo aggiungere le multinazionali), cioè al dominio da parte di un piccolo manipolo di gruppi finanziari dell’economia e della società dei paesi imperialisti e dei loro satelliti coloniali e semicoloniali.
L’imperialismo non significa necessariamente la fine della crescita economica, la fine della crescita delle forze produttive. Ma significa che il capitalismo ha portato a termine il suo compito storicamente progressivo di creare un mercato mondiale e introdurre una divisione internazionale del lavoro, e che è iniziata un’epoca di crisi strutturale dell’economia mondiale.
Questa crisi strutturale, anche se a volte coincide con profonde crisi cicliche di sovrapproduzione (come nel 1929-33 e nelle cosiddette “recessioni” che ne sono seguite), è caratterizzata da due aspetti assolutamente reazionari: nelle aree sottosviluppate del pianeta ostacola proprio i processi di liberazione nazionale, unificazione, emancipazione agraria e industrializzazione che le grandi rivoluzioni borghesi del passato hanno realizzato in Occidente.
Negli stessi paesi imperialisti è caratterizzata da un crescente e spaventoso parassitismo (spreco su larga scala di risorse materiali e umane, non solo a causa di guerre, disoccupazione, sovrapproduzione, ecc. ma anche per il massiccio aumento dei costi di vendita e distribuzione, il sistematico deterioramento della qualità dei prodotti, la minaccia all’equilibrio ecologico e alla stessa sopravvivenza fisica dell’umanità.
2. Il carattere rivoluzionario del nostro tempo
La teoria del carattere rivoluzionario dei nostri tempi, dell’”attualità” della rivoluzione socialista, deriva direttamente dalla crisi strutturale del capitalismo mondiale. Mentre questa crisi è permanente (anche se segnata da alti e bassi, periodi di temporanea stabilizzazione e grande instabilità del capitalismo in paesi e continenti chiave), dal punto di vista leninista non esistono “situazioni rivoluzionarie permanenti”: a meno che la classe operaia non approfitti di una combinazione favorevole di circostanze per conquistare il potere, una sconfitta della rivoluzione crea i presupposti per un ritorno temporaneo della classe capitalista. La rivoluzione socialista mondiale, che è all’ordine del giorno fin dalla prima guerra mondiale, assume la forma di un processo.
La catena dei paesi soggiogati dal capitalismo imperialista si spezza innanzitutto nei suoi anelli più deboli (possono essere paesi sottosviluppati come la Russia e la Cina, ma non c’è nessuna legge nel pensiero di Lenin che dica che deve essere così).
Per Lenin, se i lavoratori di ogni paese in cui si presenta una situazione rivoluzionaria favorevole devono prendere il potere con tutti i mezzi possibili, devono vedere questo come un mezzo per rafforzare le forze rivoluzionarie dei paesi vicini e su scala mondiale, e devono sempre vedere se stessi come un distaccamento dal movimento comunista mondiale.
3. Il partito
La teoria del partito rivoluzionario d’avanguardia si basa su una comprensione corretta e dialettica dell’interrelazione tra lotte di massa oggettive e coscienza di classe sotto il dominio del capitalismo.
Difendendo e sviluppando i concetti di materialismo storico e dialettico di Marx ed Engels, Lenin rifiutò la convinzione meccanicistica e ingenua che la lotta di classe generasse da sola la possibilità per la classe sfruttata – dotata di tutte le principali fonti della scienza – di ricostruire spontaneamente la teoria marxista, il prodotto supremo di secoli di progresso intellettuale e scientifico umano.
La teoria marxista, la coscienza di classe socialista, deve essere iniettata dall’esterno nella lotta di classe attraverso gli sforzi consapevoli di un’avanguardia rivoluzionaria. Senza questo sforzo sostenuto, la stragrande maggioranza della classe operaia rimane soggetta all’influenza predominante dell’ideologia borghese e piccolo-borghese. Ma se non riesce a fondersi in una grande avanguardia operaia, la minoranza rivoluzionaria non è ancora un partito, ma rimane un tentativo di costruirlo. Lenin rifiutava ogni concezione di avanguardia autoproclamata.
Per lui, si trattava di mettere la teoria alla prova della pratica, in altre parole, della capacità dell’avanguardia di condurre efficacemente ampie lotte operaie. E la prova suprema del partito – la leadership nella lotta per il potere – presuppone la conquista del sostegno consapevole della maggioranza della classe operaia e delle masse lavoratrici.
4. Consigli operai
La teoria dei consigli operai (soviet) come strumenti del potere della dittatura del proletariato e come forme di democrazia superiori alla democrazia parlamentare borghese. Come Marx, Lenin credeva che esistesse un periodo di transizione tra il capitalismo e il socialismo, chiamato dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Tanto quanto Marx, Lenin non credeva che il capitalismo potesse essere rovesciato da riforme graduali attraverso le elezioni parlamentari o attraverso le leggi nel quadro delle istituzioni borghesi. La vittoria della rivoluzione socialista presuppone non solo la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma anche la distruzione della macchina statale borghese, cioè dell’apparato repressivo diretto contro la grande massa della popolazione.
Per Lenin, l’essenza dello stato operaio, in altre parole della dittatura del proletariato, non risiede in un incubo “totalitario” del tipo 1984 (di Orwell, ndt)), ma, come lo descrisse in “Lo stato e la rivoluzione”, in un sistema democratico centralizzato di consigli operai liberamente eletti che esercitano simultaneamente tutte le funzioni legislative ed esecutive, come aveva fatto la Comune di Parigi.
Per Lenin, la dittatura del proletariato significava che gli operai e le masse lavoratrici avrebbero goduto di libertà democratiche più efficaci che in qualsiasi regime democratico borghese. Significava il pieno e illimitato godimento della libertà di stampa, della libertà di associazione e della libertà di manifestazione per tutti i gruppi di lavoratori (e non solo per un partito), nonché i mezzi materiali per godere di queste libertà.
Anche per quanto riguarda le classi borghesi, Lenin non escludeva in linea di principio la possibilità che esse potessero godere delle libertà democratiche sotto la dittatura del proletariato, ma non era nemmeno disposto a garantirne l’esercizio. Per lui si trattava di una questione di equilibrio di forze e di violenza dell’opposizione controrivoluzionaria alla classe operaia vincitrice.
Per quanto riguarda il ruolo di guida del partito all’interno delle istituzioni sovietiche, per Lenin si trattava esclusivamente di una questione di persuasione politica, di conquistare la fedeltà di una maggioranza, e non avrebbe avuto nulla a che fare con la repressione sistematica di tutte le tendenze (Lenin ammetteva la necessità di tale repressione solo nelle circostanze eccezionali della guerra civile, quando la maggior parte di queste tendenze era coinvolta nella violenza militare aperta contro il governo rivoluzionario).
5. L’Internazionale
La teoria dell’internazionalismo: l’Internazionale è l’unica forma di organizzazione dell’avanguardia proletaria e degli stati operai adatta alle esigenze dell’economia mondiale e dell’umanità in difficoltà generata dall’imperialismo. Per questo Lenin proclamò la necessità di una Terza Internazionale il giorno stesso in cui riconobbe che la Seconda era morta. Ecco perché, fino alla fine, fu un appassionato difensore del diritto di tutte le nazioni all’autodeterminazione.
Ecco perché proclamò la necessità dell’indipendenza dell’Internazionale Comunista dallo stato sovietico: nessuna manovra di questo stato (ad esempio, la conclusione di una tregua con l’imperialismo tedesco, l’alleanza con lo stato kemalista in Turchia, ecc.) avrebbe dovuto comportare un cambiamento nell’orientamento dell’Internazionale Comunista rispetto alla sua linea politica di preparare, promuovere e garantire ovunque le migliori condizioni possibili per la vittoria delle lotte proletarie rivoluzionarie in tutto il mondo.
Per lo stesso motivo, si opponeva a qualsiasi tentativo di russificazione delle repubbliche sovietiche non russe e considerava l’atteggiamento dei comunisti dei paesi imperialisti nei confronti dei movimenti di liberazione nazionale dei paesi oppressi dalla propria borghesia come la pietra di paragone dell’internazionalismo.
6. Ruolo del partito
Sviluppò la teoria della centralizzazione politica, da parte di un partito d’avanguardia rivoluzionario, di tutte le istanze democratiche progressive delle masse e dei movimenti di massa, in un unico flusso incanalato verso la rivoluzione socialista.
Se Lenin sviluppò questa concezione in un momento in cui non accettava ancora l’idea della crescita ininterrotta della rivoluzione russa in una rivoluzione socialista, la mantenne e la sviluppò negli anni della fondazione dell’Internazionale Comunista, quando basò tutto il suo pensiero sulla strategia della rivoluzione socialista mondiale.
Questa concezione derivava dalla comprensione dialettica della stratificazione delle classi operaie e delle masse lavoratrici in strati con diversi livelli di coscienza e interessi immediati, che devono essere tutti riuniti (a condizione che non abbiano portato a cause controrivoluzionarie) al fine di creare le condizioni per una rivoluzione di massa.
Ciò derivava anche da una profonda comprensione della natura antidemocratica e reazionaria dell’imperialismo, che non solo priva la maggioranza dell’umanità di diritti elementari come quelli dell’indipendenza e della dignità nazionale, ma tende anche a degradare negli stessi paesi imperialisti le conquiste delle rivoluzioni democratiche borghesi del passato.
Ma, contrariamente agli opportunisti di ogni tipo, la concezione leninista dell’unificazione della lotta per le rivendicazioni democratiche e transitorie non implicava in alcun modo il rifiuto o la subordinazione dell’obiettivo socialista ai desideri o ai pregiudizi degli “alleati” temporanei; al contrario, si basava sulla ferma convinzione che solo la rivoluzione socialista vittoriosa avrebbe potuto portare al trionfo finale e decisivo degli obiettivi democratici.
7. Il centralismo democratico
La teoria del regime interno del partito basata sul centralismo democratico, che non significa solo regola della maggioranza, obbligo per le minoranze di applicare in pratica le decisioni della maggioranza, ma anche pieni diritti democratici di discussione all’interno del partito, diritto di formare tendenze, di presentare piattaforme politiche collettive ai congressi del partito, discusse allo stesso modo di quelle della leadership, diritto per i membri di avere informazioni complete e imparziali sulle divergenze politiche che sorgono nell’organizzazione, ecc.
È così che funzionavano il Partito bolscevico e l’Internazionale comunista durante la vita di Lenin.
C’è un abisso tra il leninismo e il centralismo burocratico applicato oggi in URSS e nell’Europa orientale. Prova ne è il fatto che il tentativo esitante della leadership del PC cecoslovacco di tornare nella primavera 1968 ad alcune di queste norme leniniste definendo una nuova bozza di statuto per il quattordicesimo congresso del partito è diventato il bersaglio di una furiosa campagna di Breznev e compari che le definirono come “tendenze di destra e antisocialiste” all’interno del partito.
Già prima della morte di Lenin molti, se non tutti, i principi fondamentali del leninismo cominciavano a essere messi in discussione dalla nuova leadership stalinista all’interno dell’PC dell’URSS (PCUS) e dell’Internazionale Comunista. L’ultima lotta di Lenin fu un disperato tentativo di fermare questa deformazione della sua dottrina. Questo revisionismo non era chiaramente un fenomeno puramente ideologico. Rifletteva un profondo cambiamento sociale interno nella società russa post-rivoluzionaria e nel PCUS.
Sulla base della crescente passività della classe operaia russa – dovuta all’arretratezza del paese e alla temporanea battuta d’arresto della rivoluzione mondiale – uno strato burocratico parassitario monopolizzò l’esercizio del potere e l’amministrazione dello stato e dell’economia. Esso “subordinò spietatamente il partito a se stesso, deformandolo in un apparato che difendeva i propri interessi particolari, se necessario contro gli interessi storici e immediati della rivoluzione mondiale e della stessa classe operaia”. Lo stalinismo è stato l’espressione ideologica dell’ascesa di questa élite parassitaria. È l’antitesi stessa del leninismo, la dottrina proletaria della rivoluzione socialista.
L’eredità di Lenin
L’opposizione di sinistra intorno a Trotsky e, successivamente, alla Quarta Internazionale, ha mantenuto e arricchito l’eredità del leninismo durante gli anni della reazione e del ritiro dalla rivoluzione mondiale. A questi anni è subentrata una nuova epoca di ascesa rivoluzionaria mondiale. Un numero crescente di operai rivoluzionari, studenti, intellettuali e contadini poveri comprende la validità del leninismo e partecipa alla costruzione di nuovi partiti rivoluzionari su scala mondiale. Il futuro appartiene al leninismo. Per questo appartiene alla Quarta Internazionale.
Da: https://andream94.wordpress.com/2024/01/12/lenin-quello-che-ci-ha-lasciato/#more-1691
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