La denuncia di genocidio contro lo stato di Israele che il Sud Africa ha presentato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, un organismo collaterale delle Nazioni Unite, sta suscitando un certo clamore, e nel mondo palestinese (e non solo) anche una certa speranza (*). La cosa è comprensibile, dato che finora – se si eccettuano alcune dichiarazioni delle autorità dell’Iran e della Turchia, tra le meno abilitate, peraltro, a deprecare i massacri degli oppressi, essendone esse stesse specialiste – nessuno stato al mondo ha preso iniziative di una minima rilevanza pratica contro lo stato di Israele. Cessazione di forniture di petrolio? Cessazione di forniture di armi? Blocco delle forniture di cibo (i pomodori giordani, tanto per dire), o di altre merci? Rottura reale (non simulata) delle relazioni diplomatiche? Zero spaccato. Anche – ovviamente – da parte dei paesi che per alcuni tonti, o finti fonti, sarebbero “anti-imperialisti” (magari senza saperlo), quali Cina e Russia.
Anche se i nostrani kampisti, a libro paga o meno, hanno fatto finta di nulla, l’ultimo bell’aiuto ad Israele, sul piano diplomatico e militare, è venuto proprio proprio da Cina e Russia. Questi due stati, infatti, hanno lasciato passare mercoledì scorso, al Consiglio di sicurezza dell’ONU – con la loro astensione – la risoluzione presentata da Stati Uniti e Giappone che “condanna fermamente” le azioni nel Mar Rosso dei ribelli Houthi dello Yemen, tra i pochi a dare un vero aiuto materiale, militare alla resistenza palestinese, e ordina “l’immediata cessazione” di questi attacchi contro le navi mercantili. La Russia si è astenuta; non ha voluto usare il proprio diritto di veto, lasciando così passare la risoluzione anti-Houthi e anti-Palestinesi, nonostante i suoi emendamenti fossero stati bocciati. Della Cina neanche a parlarne: i traffici e gli affari al di sopra di tutto, guai a danneggiare anche solo per qualche giorno i suoi commerci internazionali e le sue imprese.
Passato appena il tempo di individuare i bottoni giusti da premere, sono partiti i ripetuti bombardamenti USA e GB su diverse postazioni degli Houthi e su alcune città dello Yemen, mentre Washington e Londra (la magnifica Londra “indipendente” e “sovrana” del dopo-Brexit) minacciavano i fieri ribelli yemeniti di punizioni molto più severe. Questi bombardamenti erano nell’aria. Tanti giornalistucoli ne avevano scritto. Solo i potenti Putin e Xi non ne erano informati? Impossibile crederlo. Com’è impossibile credere alla sorpresa di Mosca che, dopo aver autorizzato la risoluzione finalizzata a dare il via libera ai bombardamenti, ha emesso poi una nota di critica ai bombardatori…
In un contesto statuale mondiale così ostile, si comprende perché molti palestinesi, lo ha fatto la stessa Hamas in un suo comunicato, si aspettino qualcosa dalla Corte. L’impatto simbolico, e per certi versi anche politico, della denuncia di genocidio è innegabile, perché – se non andiamo errati – è la prima volta, dalla sua fondazione, che sul banco degli imputati siede uno stato capitalista e colonialista (due facce della stessa medaglia) sostenuto in modo intransigente da stati imperialisti di primissimo rango. Un evento che si lega all’inarrestabile declino degli Stati Uniti e del campo occidentale, e alla crescente autonomia di una serie di paesi del Sud del mondo rispetto alle vecchie potenze coloniali – insieme al Sud Africa hanno sottoscritto il ricorso Bolivia, Nicaragua, Malaysia, Iran, Pakistan, Bangladesh, Turchia, Arabia saudita, Marocco, Giordania, etc., insomma perfino alcuni stati apertamente collaborazionisti con Israele. Stati capitalistici divenuti improvvisamente sensibili ai “diritti umani”? Macché. Anche dietro questa chiamata in causa della Corte dell’Aja c’è la potenza delle piazze pro-Palestina, così come è la straordinaria mobilitazione popolare yemenita ad avere indotto il governo di Sanaa a lanciare una sfida coraggiosa agli Stati Uniti.
Poiché i simboli hanno la loro importanza, il danno per l’immagine internazionale di Israele c’è. Ma ci sia permesso dubitare che per questa via – come ha ventilato il macellaio delle popolazioni curde Ergodan – si possa arrivare al cessate il fuoco e alla fine del massacro. Se davvero volessero questo, gli stati sottoscrittori avrebbero avuto, e avrebbero ancora, a propria disposizione armi economiche, politiche e diplomatiche assai, assai, assai più efficaci e immediate – il sabotaggio della macchina bellica sionista, che era ed è alla loro portata, nonostante i massicci aiuti statunitensi ed europei, sarebbe stato micidiale.
Ci sono decine e decine di risoluzioni dell’ONU contrarie ad Israele con cui i governi sionisti si sono puliti il sedere per più di 70 anni (lo sa anche un mite sacerdote di Bolzano…), improbabile davvero che si fermino davanti ad un’eventuale decisione in tempi brevi della Corte (tutta da vedere). La macchina bellica sionista e occidentale sarà fermata e sconfitta solo dalla forza combinata della resistenza palestinese e dell’azione di sostegno delle grandi masse sfruttate del Medio Oriente e del mondo intero che si sono mobilitate per la causa della liberazione della Palestina! E’ vitale che questa azione di sostegno non si lasci distrarre e frenare da questo “processo” istituzionale.
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