Manovra economica, premierato, autonomia differenziata e guerra permanente. L’attacco del governo è frontale per questo è necessario costruire una mobilitazione di lunga durata [Franco Turigliatto]

Siamo stati facili profeti quando, esaminando la prima pessima versione della legge di bilancio, avevamo sostenuto che il testo inviato alle Camere avrebbe rivelato misure ancora più gravi contro le/i lavoratrici/ori, le/i pensionate/i, le condizioni di vita delle classi popolari, in particolare contro le donne e il welfare.

Le spese previste si reggevano (e si reggono) su un incremento del debito (16 miliardi) che sarà fatto pagare a breve alle classi lavoratrici e su altre poco credibili coperture finanziarie che la Meloni ha dovuto integrare facendo cassa con quel che resta del welfare; non certo a caso, anche perché la missione di questo governo di estrema destra è approfondire ancora le politiche economiche liberiste al servizio della classe padronale.

Il capo della Confindustria infatti approva la manovra, pur lamentandosi, come sempre fa, che “troppo poco sarebbe dato alle aziende”.

Per riassumere una legge iniqua

1. Si evita accuratamente di trovare risorse aggiuntive prendendole là dove qualcuno ha fatto montagne di soldi, cioè dai profitti e dalle rendite.

2. Si opera il definanziamento della spesa sanitaria, rinunciando non solo a un grande e necessario piano di rilancio, ma anche solo a tenere decentemente in piedi la sanità pubblica, privilegiando la sanità privata.

Più in generale non è avanzato alcun piano complessivo per lo sviluppo sociale del paese, mentre si mantiene la prospettiva di arrivare al 2% del PIL delle spese militari nel 2026.

3. La legge Fornero (vittoria di questa “indomita” paladina del capitalismo neoliberista) esce dalla manovra rafforzata e addirittura si mette mano al progetto della borghesia e dei suoi ideologi, di destra o di centro sinistra come “mister mani di forbice” Cottarelli, di ricalcolare interamente tutte le pensioni con il metodo contributivo, cioè con un taglio drastico dell’assegno pensionistico (fino 25% in meno) cioè con l’impoverimento di milioni di persone.[1]Si comincia dal settore pubblico, ma domani lo sarà per tutti, anche per le lavoratrici e i lavoratori del privato con l’obiettivo finale di ricalcolare in questo modo anche le pensioni già erogate. E’ quanto fu fatto in Grecia qualche anno fa. Non solo si allunga il tempo di lavoro nella vita prolungando l’età della pensione, ma anche si falcidia il valore dell’assegno, aumentando così il trasferimento della ricchezza prodotta nella società verso le classi più alte e ricche.

4. Resta il taglio di oltre 2 miliardi di spesa pubblica chiesta ai ministeri che a breve mostreranno il loro carattere antipopolare, mentre si introducono altri 2,2 miliardi di nuove tasse tra cui spiccano i rincari dei prodotti per l’igiene femminile e della prima infanzia (pannolini, latte in polvere, seggiolini). Non male per il governo della “famiglia”, ma si sa che l’ipocrisia è uno dei target di questi personaggi.

5. Resta il taglio al cuneo contributivo per 13,8 milioni di lavoratori dipendenti pubblici e privati: vale 15 miliardi lordi e 11 miliardi al netto delle tasse, ma solo per un periodo delimitato del 2024. E’ il bonus elettorale con cui i partiti del governo sperano di uscire vittoriosi nelle prossime elezioni europee. Non è solo una misura per dare una parziale e temporanea compensazione alle/ai lavoratrici/ori di fronte a un’inflazione che ha taglieggiato i salari, ma è anche una misura economica e sociale (per il comparto privato), di cui si fa carico lo stato, a vantaggio dei padroni che avrebbero dovuto aumentare di tasca loro gli stipendi dei dipendenti.

Bonomi è ben contento di questo regalo ai suoi consociati.

Alle/ai lavoratrici/tori del settore pubblico si anticipa l’indennità di vacanza contrattuale (la mancia di Natale per dare l’illusione di un aumento di stipendio), mentre non sono stanziate le risorse necessarie per un rinnovo contrattale che copra la perdita del potere di acquisto degli ultimi 2 anni. 

Un uomo (o donna) solo/a al comando

Ma questo infido governo sta facendo anche di peggio; ha annunciato che il prossimo Consiglio dei ministri approverà il disegno di legge sul cosiddetto “premierato”, cioè una radicale controriforma della Costituzione.

L’annuncio è servito per spostare l’attenzione dalle nefandezze della finanziaria su un altro terreno più nebbioso agli occhi dell’opinione pubblica, ma anche a segnare con chiarezza il loro disegno autoritario e antidemocratico, un messaggio fin troppo chiaro di identità delle estreme destre: E’ un disegno di legge che se attuato porrebbe fine alla Costituzione attuale, già fortemente manomessa e stravolta nei suoi equilibri democratici di rappresentanza da una iniqua legge elettorale. L’elezione diretta del premier che darebbe automaticamente a costui o costei una maggioranza assoluta in Parlamento, svuoterebbe del tutto l’istituto rappresentativo, stravolgerebbe  la separazione, dei poteri, annullerebbe il ruolo di garante della Costituzione del Presidente della Repubblica, in poche parole un progetto che cancella le strutture democratiche nate con la Resistenza. Ma attenzione, al di là delle specifiche formulazioni di questo progetto, esso non è espressione solo delle destre, ma corrisponde ai desiderata dei “poteri forti”, della borghesia capitalista in questa fase storica, di avere una governance del paese, verticale e forte, esecutivi che eseguono senza intralci “democratici” le loro scelte e una struttura parlamentare di rappresentanza di pura facciata che mette il timbro senza discutere le decisioni del governo, come per altro Meloni già cerca di fare con i decreti leggi e la stessa legge di bilancio. Un disastro per la democrazia reale, per la possibilità delle classi subalterne di far sentire anche solo un poco i loro bisogni all’interno delle istituzioni dello stato capitalista.

Se poi si combina questa proposta con la legge sull’autonomia differenziata che produce il massimo di divisione nel paese e nelle classi lavoratrici e aumenta le sperequazioni sociali, si può capire verso quale baratro stiamo camminando. La prima commissione del Senato ha già esaminato 7 dei 10 articoli di cui si compone  la legge.

Fare lo sciopero generale sul serio e una mobilitazione prolungata

Qualsiasi lavoratrice o lavoratori o anche qualsiasi cittadina/o di buon senso democratico e di attenzione per la giustizia sociale, a questo punto si guarderebbe attorno; si rivolgerebbe non solo e non tanto alla debole e confusa opposizione istituzionale del PD e M5S, che, bontà loro, faranno una manifestazione tra una decina di giorni, ma alle grandi organizzazioni sindacali, che dispongono di circa 13 milioni di iscritti, quindi di un potenziale sociale di lotta molto significativo, per chiedere loro. “Qual’è la data dello sciopero generale per respingere la legge di bilancio, per contrastare la politica di questo governo, unendo il massimo delle forze disponibili, quelle sindacali, ma anche quelle sociali e le/i singole/i cittadine/i ?”

E qui la situazione si fa ancora più complicata e difficile.  Perché questa data non c’è ed ancor meno una proposta organica di mobilitazione ampia e prolungata che possa sconfiggere e far recedere il governo.

La Cisl fin da subito aveva dimostrato tutta la sua disponibilità verso il governo ed escluso qualsiasi ipotesi di sciopero. Oggi di fronte all’attacco ai lavoratori del pubblico impiego sulle pensioni, vista la sua consolidata presenza nel comparto, è costretta a ipotizzare una vaga forma di manifestazione.

Per parte loro CGIL e UIL si sono inventati lo “sciopero scomposto”, cioè scioperi di categoria svolti in giornate diverse e scioperi intercategoriali diversificati per aree geografiche, cioè modalità confuse ed ad oggi non ben definite, che sembrano volte più a garantire all’apparato una rappresentazione di mobilitazione che non a produrre una reale partecipazione ed efficacia. In un passato lontano poteva avere un senso preparare lo sciopero generale nazionale attraverso la costruzione di scioperi parziali; forse ci si poteva provare anche ora, ma allora bisogna partire fin da questa estate. Oggi i rischi di un trascinamento dispersivo della mobilitazione sono reali, così come è reale che allo sciopero generale non si arrivi mai, o si arrivi, a dicembre inoltrato, quanto ormai la frittata della legge di bilancio sarà compiuta.

La nostra critica, ma la critica di tanti lavoratori combattivi, all’operato di questa burocrazie è molto forte.

Per di più la vaga uscita della CISL rischia di diluire ancora di più il percorso nel caso in cui le direzioni CGIL e UIL fossero disposte a ridiscutere il tutto con questa confederazione, fin troppo collusa con governo e padroni.

Partendo da queste considerazioni cosa si può e si deve fare? Lavorare perché nelle aziende e in tutti i luoghi di lavori le salariate e i salariati comprendano la necessità di mobilitarsi, facciano vivere gli scioperi e le scadenze di lotta che sono disponibili sia quelle delle maggiori confederazioni che dispongono di un bacino più ampio, ma anche di quelle delle organizzazioni sindacali di base.

Solo una forte partecipazione delle lavoratrici e lavoratori e una loro forte attivazione sono la garanzia che le mobilitazioni possano continuare, che qualcuno non usi le difficoltà per dire “non si può fare”; è un impegno nella costruzione della lotta che tutte le/i militanti sindacali combattive/i devono prendersi. La scadenza degli scioperi del 17 novembre deve essere uno dei momenti decisivi per imprimere un’accelerazione alla mobilitazione.

E’ un impegno che crediamo debba anche valere per le organizzazioni della sinistra radicale e anticapitalista. Un impegno politico e dei propri militanti per costruire nei luoghi di lavoro le condizioni, gli stati d’animo e le disponibilità alla mobilitazione. Non solo le generiche e pur giuste denunce della finanziaria, ma un impegno molto diretto per fare si che qualcosa cambi nei diversi posti di lavoro, cresca non solo la ripulsa verso il governo, ma si superi la passività creando le condizioni materiali e psicologiche perché tante e tanti comincino a dire: “Non possiamo stare a guardare, dobbiamo tornare alla lotta”.


[1] Scrive il Manifesto: “Secondo i calcoli della CGIL nel 2024 una pensione maturata con 35 anni di contributi e 30 mila euro di retribuzione lorda annua  perderà 370 euro al mese rispetto alla norma attuale, cioè 70 mila euro a persona lungo l’intera aspettativa di vita”.

Questa misura sta per produrre un’ulteriore fuga del personale sanitario, di chi ha già maturato il diritto alla pensione e che vorrà uscire subito dal lavoro per evitare il nuovo calcolo a partire dal 2024.


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