di Igor Zecchini

Il 2 settembre scorso, nel silenzio pressoché totale, un immigrato di origine pakistana si è tolto la vita impiccandosi nel CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Il quarto morto dal 2019 all’interno di questa struttura.

L’immigrato, 28 anni, si è ucciso appena un’ora dopo l’udienza di convalida del “trattenimento”. A oggi è impossibile sapere il nome del ragazzo perché le autorità tutte si rifiutano di comunicarlo. Deve rimanere clandestino anche da morto.

E’ questo un episodio che mostra, senza possibilità di mistificazione, la natura delle politiche per l’immigrazione in vigore nel nostro paese. Un morto che si somma a quelle e quelli affogati nel mediterraneo o morti di stenti sulla rotta balcanica. Chi frequenta questo sito probabilmente non ha bisogno di essere stimolato o stimolata sul terreno della difesa dei diritti, qualsiasi sia il colore della pelle o l’origine geografica delle persone, ma ci stiamo avvicinando a una data che promette di cambiare delle cose e una riflessione dobbiamo farla.

Cosa succederà il 25 settembre non possiamo ovviamente saperlo. Le previsioni sono fosche ma, anche se non dovesse realizzarsi la situazione peggiore, quella in cui la destra otterrà la maggioranza assoluta del parlamento, ciò che è certo è che la situazione per gli immigrati e le immigrate e per i loro figli e figlie, sarà sempre drammatica.

La questione immigrazione fa parte in moodo consistente della campagna elettorale della destra a partire dalla grottesca proposta di Fratelli d?Italia del blocco navale contro gli arrivi dal Mediterraneo. Una campagna con i soliti toni razzisti e forcaioli, in cui si individua nella presenza degli immgrati l’origine di molti dei problemi che attanagliano i lavoratori e le lavoratrici italiani. Una campagna che amplifica la “guerra tra poveri” e che sta producendo una spaccatura profonda nella nostra società, proprio nel momento in cui sarebbe invece necessaria una ampia unità d’azione per opporsi in modo frontale alle politiche antipopolari che vengono via via attivate nel nostro paese.

Il fatto è che, dall’altra parte della barricata, la risposta non è all’altezza della situazione quando non si muove sulla base della stessa filosofia.

Il PD nel suo programma elettorale dice: “Bisogna creare canali di migrazione legali e sicuri, abolendo quelle leggi come la Bossi-Fini che costringono all’irregolarità”. Il problema è che la legge Bossi-Fini in realtà si innesta sulla precedente legge che regolava il fenomeno migratorio indurendone alcuni aspetti ma sposandone appieno la filosofia. Infatti la dipendenza del permesso di soggiorno dall’avere un lavoro e la politica dei flussi migratori, il controllo delle frontiere e i rimpatri forzati, l’istituzione dei CIE (le strutture che oggi hanno assuno il nome di CPR) e gli accordi con i vari paesi di origine o passaggio dell’immigrazione per i rimpatri forzati, non sono stati generati dalla legge Bossi-Fini ma bensì dalla Turco-Napolitano del 1998. Livia Turco e Giorgio Napolitano, due esponenti di spicco di quello che oggi si chiama PD e allora si chiamava DS e che facevano parte del governo Prodi con tutto il resto della sinistra.

E quì è il nodo. Se non si smantella tutto l’apparato legislativo, ricostruendolo ex novo e partendo dal concetto di libertà di circolazione, la situazione non migliorerà.

Infatti è come se ci fosse una rottura nella riflessione anche delle forze di sinistra e, pure dando atto che nel programma di Sinistra Italiana e dei Verdi, ma soprattutto in quello di Unione Popolare vi sono proposte avanzate e condivisibili, questo nodo non viene né risolto né affrontato.

Anche su questo terreno quindi non possiamo affidarci solo al voto, ma occorre riprendere una mobilitazione larga e unitaria che metta insieme tutte quelle forze che in questi anni si sono adoperate per la difesa dei diritti degli immigrati e delle immigrate, tanto più se ci troveremo (com’è purtroppo più che probabile) a doverci confrontare con un governo della destra e con il razzismo come lingua ufficiale delle istituzioni.