Che Macron non fosse molto popolare lo si sapeva. Che la “gauche” guidata dall’ex socialista di sinistra Mélenchon avesse la possibilità di arrivare prima lo si dubitava. Che la spinta di estrema destra (Le Pen o Zemmour) fossi in frenata pure. E che l’estrema sinistra (NPA e LO) fosse destinata a finire schiacciata da questa situazione era praticamente sicuro. Insomma, un quadro, se non entusiasmante, certo molto di migliore di quello italiano. Anche grazie alla presenza di una sinistra che, seppur riformista (più o meno radicale), non è passata armi e bagagli dall’altra parte della barricata, come han fatto qui da noi gli ex PCI-PDS finiti nella palude piddina (che di “sinistro” ha ormai solo l’aggettivo sinonimo di “inquietante”, “tetro”, ecc.) e che, per esempio, chiede di tornare ai 60 anni per la pensione. Diamo un’occhata ai dati, per così dire, oggettivi.

  1. L’astensione è ormai fenomeno maggioritario nel nostro vicino d’Oltralpe. Ha votato il 47,5%, contro il 48,7% di 5 anni fa (ma ben 10 punti in meno delle legislative del 2012). Visto il sistema politico francese, in cui è l’elezione presidenziale ad essere percepita come fondamentale, non c’è da stupirsi più di tanto. E, visto che il parlamento conta sempre meno (in Francia come in Italia e altrove) è normale che la gente sia sempre più convinta dell’inutilità di recarsi alle urne per eleggere deputati che conteranno poco o nulla. Secondo me, checché ne dicano i miei amici astensionisti (di principio o “circostanziali”), non c’è nulla di progressista (per non parlare di “rivoluzionario”) in questo atteggiamento. Si tratta in gran parte di rassegnazione e disinteresse, al limite del qualunquismo. Ma tant’è….
  2. La sinistra riformista unita (dalla più radicale Union Populaire fino ai “socialisti” all’acqua di rose del PS, passando per il PCF e i cosiddetti “ecologisti” verdeggianti) arriva al primo posto, col 26,2% (exit poll), superando la coalizione centrista di Macron (25,8%) e relegando l’estrema destra lepenista al terzo posto (18,7%). La destra “repubblicana” gollista ottiene un misero 11%, mentre il razzismo aperto e spudorato di Zemmour scende al 4,2% (meno della metà dei voti ottenuti alle presidenziali di poche settimane fa). Sembrerebbe un ottima notizia. Ma…c’è un ma. Innanzitutto, anche in termini percentuali, il NUPES di Melenchon ottiene 5 punti IN MENO della somma dei candidati presidenziali di marzo (UP, Ecolo, PCF e PS). Se poi guardiamo i numeri assoluti (non ancora definitivi) sono stati persi milioni di voti (analogamente a quasi tutti gli altri partiti, con l’eccezione dei gollisti). Dai 10,7 milioni di voti ottenuti a marzo (dei quali 7,7 dal solo Mélenchon) non si arriverà nemmeno a 6 milioni! Dove sono finiti i 5 milioni di elettori che hanno votato, solo 3 mesi fa, per i 4 candidati dei partiti oggi uniti nel NUPES? Magra consolazione vedere che è andata male anche agli altri: la coalizione “macronista” (cosiddetta di centro) perde oltre 4 milioni di voti, l’estrema destra (Le Pen, Zemmour, altri minori) perde quasi i due terzi dei voti, mentre solo i “repubblicani” (gollisti) crescono di mezzo milione di voti rispetto alle presidenziali. Anche aggiungendo ai voti del NUPES il milione e mezzo di voti circa raccolti dai “divers de gauche, PRG, ecc.), mancano all’appello 3 milioni e mezzo di elettori.
  3. L’estrema sinistra (i nostri compagni del Nouveau Parti Anticapitaliste e i compagni di Lutte Ouvriére) scende ai minimi storici (pur tenendo conto che non si è presentata in molte circoscrizioni, grazie all’antidemocratico sistema maggioritario francese): 265 mila voti (1,2%). Siamo ben lontani dai 3 milioni di voti (divisi in due più un pezzettino – non pretenderete certo che si stia uniti! -) e quasi l’11% di 20 anni fa (quando tutta la stampa, non solo francese, si stupì del “fenomeno trotskista” francese), ma persino del magro risultato di 3 mesi fa (470 mila voti, 1,4%). In realtà, lasciando perdere l’eccezionale risultato del 2002 (sprecato, a mio avviso), è da oltre un decennio che quella che è stata l’estrema sinistra più dinamica d’Europa sta segnando il passo. E non solo in termini elettorali, purtroppo. Gli oltre 2 milioni di voti ottenuti nel 2007, pari quasi al 6% (sempre divisi in 3, ça va sans dire, anche se la LCR di Olivier Besancenot fece quasi il pieno in quell’occasione), si ridussero a poco più di 600 mila (meno del 2%) nel 2012 (soprattutto grazie al “fenomeno” Mélenchon), per risalire timidamente a poco più di 600 mila nel 2017, per scendere sotto il mezzo milione, come abbiamo visto, tre mesi fa. Vero che le elezioni non sono tutto, per carità. Ma io qualche domandina me la farei, cari compagni d’Oltralpe. Con tutto l’affetto e la stima possibili

Flavio Guidi