di Andreu Coll

A proposito di “campismo” e internazionalismo

Nella tradizione del marxismo rivoluzionario, la nozione di “campismo” è stata utilizzata per caratterizzare le correnti di sinistra che hanno giustificato la natura reazionaria di alcuni regimi in nome del loro presunto antagonismo nei confronti dell’imperialismo occidentale in generale e dell’imperialismo americano in particolare ., e per i suoi buoni rapporti con le presunte “patrie del socialismo” che il XX secolo ha conosciuto, fondamentalmente l’URSS stalinista prima e la Cina maoista poi, o entrambe allo stesso tempo. Nella visione campista si comprendeva che il principale vettore dell’avanzata verso il socialismo era l’antagonismo tra i blocchi anziché la lotta di classe internazionale, per questo l’analisi di classe veniva applicata, nel migliore dei casi, solo ai paesi capitalisti occidentali e questo esame veniva evitato per indagare le contraddizioni del “campo socialista” (67). Tuttavia, la tradizione marxista rivoluzionaria riconosceva normalmente la sopravvivenza delle conquiste sociali nei paesi post-rivoluzionari che richiedevano una difesa critica del loro diritto di esistere contro un imperialismo capitalista economicamente e militarmente superiore in nome della prospettiva dell’estensione del progetto rivoluzionario a livello mondiale. Questa tradizione è stata così in grado di distinguere tra un nemico principale —gli Stati imperialisti che hanno svolto un ruolo apertamente controrivoluzionario sulla scena internazionale — e un nemico secondario — le burocrazie reazionarie in quanto hanno bloccato la transizione al socialismo, autoritarie in quanto hanno impedito l’emergere di una democrazia socialista e conservatrici poiché hanno fermato la rivoluzione mondiale e hanno cercato una convivenza pacifica con il blocco capitalista. Oggi, fortunatamente, i settori campisti sono molto più marginali nella sinistra sociale e politica che in passato (68). Tuttavia, la nozione di “campismo” viene utilizzata in modo molto più impreciso per screditare settori che sono inequivocabilmente marxisti rivoluzionari e che non si fanno scrupoli a denunciare il ruolo controrivoluzionario e imperialista della Russia di Putin e dei suoi alleati per il semplice motivo che siamo ancora in grado di fare la distinzione tra un imperialismo globale dominante — quello rappresentato dalla NATO, che rappresenta circa il 56% del bilancio militare mondiale — e un imperialismo che, pur essendo più aggressivo come testimonia l’invasione in corso, nonostante i suoi deliri di grandezza, ha carattere regionale ed è molto meno potente – quello della Russia, stato che ha un PIL inferiore a quello italiano e una spesa militare che rappresenta il 3% del bilancio militare mondiale – e crediamo che il sostegno alla resistenza ucraina all’invasione (e il sostegno alla resistenza russa contro la guerra) non ci obblighi a sostenere l’intervento della NATO in Ucraina (69). Ritengo che l’accusa non sia solo ingiusta e calunniosa, ma riveli anche un’analisi semplificatrice e incoerente dell’attuale conflitto.

IV

Andiamo al cuore del dibattito: come caratterizzare la guerra in corso?

Ho scritto personalmente contro interpretazioni semplicistiche di Euromaidan, che è stato erroneamente visto da parti della sinistra occidentale come un colpo di stato appoggiato dall’Occidente, così come le repubbliche separatiste del Donbas erano viste come stati protosocialisti, mentre in realtà sono burattini di un regime russo ben poco socialista. Ma discutere della colpevolezza della sinistra occidentale come utili idioti di Putin a questo punto è altamente dannoso per la sinistra. Il dibattito sulla sottovalutazione dell’imperialismo russo è importante, ma non dovrebbe svolgersi in momenti di forte emozione e con ricatti morali […] La sinistra ha bisogno di argomentazioni offensive. Non dobbiamo accettare che sia vietato il dibattito sulla complicità della NATO e del regime post-Maidan in Ucraina, sui motivi della mancata attuazione dell’accordo di Minsk o sui rapporti tra NATO e Russia. Ciò significherebbe la capitolazione, soprattutto nell’Europa orientale, dove nell’era del neo-maccartismo a venire, potrebbe non essere più possibile fare valere anche le argomentazioni basilari della sinistra senza essere accusati di essere spie russe. Volodymyr Ishchenko, intellettuale socialista ucraino, 14/03/2022 (https://www.rosalux.de/en/news/id/46153/fermare-la-guerra-è-la-priorità-assoluta)70/

Ci sono essenzialmente tre caratterizzazioni. La prima consiste nel comprendere e scusare l’invasione di Putin in nome del necessario “multilateralismo” nelle relazioni internazionali, un’invasione che sarebbe esclusivamente un legittimo riflesso difensivo della Russia di fronte alla messa alle strette geostrategica a cui è stata sottoposta dall’Occidente in generale e dalla NATO in particolare. Sebbene sia vero che ci sono state delle ambiguità in alcuni movimenti contro la guerra e in alcuni settori campisti della sinistra nordamericana, ad esempio, questa visione è condivisa solo esplicitamente da alcuni Stati del Sud del mondo (71), per un’ampia gamma di ragioni, e da gruppi non rappresentativi di estrema destra e paleostalinisti. Coloro che perdonano l’invasione ignorano una lunga storia di oppressione nazionale dell’Ucraina da parte dello zarismo prima e del dominio stalinista poi e si rifiutano di condannare l’imperialismo etnico di Putin, dimenticando che l’Ucraina ha accettato nel Memorandum di Bucarest del 1994 di rinunciare al suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della sua integrità territoriale, che l’espansione della NATO ad est ha reso l’Ucraina il capro espiatorio di tutti i risentimenti che ha generato in Russia in generale e al Cremlino in particolare, e che l’invasione iniziata il 24 febbraio schiaccia il diritto all’auto- determinazione del popolo ucraino e mira a ricostruire un’area di influenza manu militari, come hanno dimostrato anche le recenti azioni russe, come l’intervento militare contro la rivolta popolare anti-oligarchica in Kazakistan.

Il secondo giustamente sostiene che bisogna condannare l’invasione di Putin e sostenere la resistenza militare e civile del popolo ucraino contro l’invasione, insiste sul fatto che una posizione esclusivamente pacifista equivarrebbe a condannare il popolo ucraino a un disfattismo rivoluzionario complice oggettivo di Putin e sostiene che lo Stato ucraino abbia il diritto di ricevere aiuti militari dall’estero, ovunque provenga. In linea di massima, questa è la posizione che ha sostenuto Gilbert Achcar, insistendo sull’idea che la sconfitta del tentativo di invasione di Putin sia positiva nella misura in cui scoraggia altre potenze capitaliste dall’iniziare un’aggressione imperiale dello stesso tipo, anche riconoscendo che l’intervento della NATO impone un rapporto di vassallaggio su un’ipotetica Ucraina vittoriosa, che sarebbe preferibile alla “sottomissione” e alla “colonizzazione totale” che una vittoria di Putin imporrebbe.

Infine, ci sono alcuni autori marxisti come Alex Callinicos (72), Claudio Katz (73) o Stathis Kouvelakis (74), solo per citare i più importanti, che sostengono con sfumature e accenti diversi che, nonostante la loro condanna dell’invasione imperialista russa, non sia possibile comprendere questo conflitto attuale a prescindere dallo scontro tra un imperialismo globale e ancora fortemente egemonico, nonostante il suo crescente declino, guidato dagli Stati Uniti e incanalato attraverso l’alleanza militare che guidano, la NATO (75), responsabile della maggior parte delle guerre imperiali al mondo dalla fine della Guerra Fredda… e un imperialismo molto più debole e dipendente dal punto di vista economico, tecnologico e finanziario e dal carattere inconfondibilmente regionale come quello russo, che, di fronte agli ostacoli interposti alle sue aspirazioni occidentaliste iniziali (non solo Eltsin, ma anche Putin che chiedeva l’adesione della Russia alla NATO), ha cercato di ricostruire un’area di influenza in alcune ex repubbliche sovietiche e lottare per la subordinazione politica di paesi che considera fondamentali per la propria sicurezza, come nel caso in esame, in larga misura alla luce delle successive estensioni ad est della NATO. Nonostante le rispettive sfumature delle loro analisi, concordano sul fatto che, indipendentemente dal dibattito aperto sul tipo di sostegno che dovrebbe essere fornito al popolo ucraino, in nessun caso si può appoggiare l’intervento per procura della NATO nel conflitto e il risveglio del militarismo europeo in generale, e del tedesco in particolare, che lo accompagnano. Ebbene, secondo me stiamo assistendo a una guerra di liberazione nazionale di una nazione storicamente oppressa dal grande nazionalismo russo dello zarismo prima, e molto maltrattata dalla dominazione stalinista poi, che si difende da un’aggressione etno-nazionalista ultrareazionaria e da un imperialismo che ha la pretesa di pesare a livello globale, ma a causa della sua stessa realtà economica, finanziaria e tecnologica, non può trascendere il suo carattere regionale. Ma credo che tale aggressione, così come l’agenda imperiale putinista, siano incomprensibili se vengono astratti dal loro rapporto con gli effetti della falsa chiusura della Guerra Fredda da parte dei suoi vincitori (l’imperialismo occidentale in generale e gli Stati Uniti in particolare) e a causa dell’immensa umiliazione sociale causata dalla restaurazione capitalista nell’ex Unione Sovietica, dal saccheggio oligarchico dei tempi di Eltsin e dalla ricostruzione di uno Stato forte basato sulla disciplina di dette oligarchie, sulla passività sociale e su un crescente autoritarismo (con evidenti tratti proto-fascisti dall’inizio dell’invasione) da parte di Putin negli ultimi 20 anni. Per tutti questi motivi, la guerra in corso è dialetticamente collegata e fortemente condizionata dall’insonne lotta geopolitica per il controllo dell’Ucraina tra gli Stati Uniti, essenzialmente, da una parte, e la Federazione Russa, dall’altra, che sta prendendo forma in maniera sempre più evidente in una guerra per procura della NATO contro la Russia (per non parlare delle dichiarazioni sempre più esplicite di molti dei suoi artefici al riguardo (76). Pertanto, la situazione ci costringe a differenziare tra gli obiettivi legittimi della resistenza ucraina all’invasione, che sosteniamo pienamente – la sopravvivenza del loro paese e una pace giusta – e quelli dell’intervento dei paesi della NATO che si stanno armando – prolungando il guerra il più possibile per il bene dell’industria militare e della rimilitarizzazione generalizzata e per indebolire la Russia prima e la Cina poi (77), gli unici due ostacoli all’indiscussa egemonia mondiale di Washington (78)- e che cercano di imporre alla prima, riducendo così la loro autonomia. Da questa caratterizzazione emergono, a mio avviso, tre compiti per la sinistra occidentale: a) deve sostenere, al meglio delle sue capacità, sia politicamente che materialmente, la resistenza del popolo ucraino e la sua lotta per la sopravvivenza come nazione, b) deve sostenere il disfattismo rivoluzionario dell’opposizione russa alla guerra e, ultimo ma non meno importante, c) opporsi all’obiettivo della NATO, che è fondamentalmente quello di Washington —che la governa davvero —, in questa guerra: estenderla al massimo, ignorando il suo costo in vite umane e distruzione materiale, pur sapendo che sta aggravando tre grandi pericoli della situazione in ordine di importanza:

• Che la spedizione di armi sempre più letali porti a un’escalation che degenera in una guerra aperta tra Russia e NATO.

• Che, alla fine, in uno scenario di collasso dello Stato e dell’economia ucraini e di rafforzamento delle correnti ultranazionaliste per la dinamica di una guerra prolungata, apra le porte al proliferare di correnti armate di ultradestra (per la loro significativa forza endogena e l’arrivo da tutto il mondo di migliaia di combattenti volontari – oltre che mercenari – con ideologie simili) che mettono in pericolo la democrazia in Ucraina e contribuiscono potentemente alla destabilizzazione della regione e oltre – nel modo in cui il conflitto Mujaheddin-URSS è stato un trampolino di lancio per Al Qaeda o quello dell’Iraq (2003-) e della Siria (2011-) per Daesh, seminando a sua volta, come in passato, il seme di nuove guerre e piaghe terroristiche con i loro conseguenti effetti liberticidi (79). A questo proposito, sarebbe un grave errore sottovalutare fino a che punto l’invasione di Putin, ed episodi come la resistenza numantina a Mariupol da parte di combattenti neonazisti, abbiano rilegittimato il neofascismo in Ucraina, in Europa e nel mondo.

• Che un crollo caotico del bonapartismo ultrareazionario di Putin, propiziato più da una sconfitta militare esterna che da una sconfitta politica interna, apra le porte, data la relativa debolezza dell’opposizione socialista nella fase attuale, a un movimento apertamente fascista in Russia, con tutto ciò che ciò comporta in quanto è una potenza nucleare.

[continua]