Sul decreto legge del governo, sulla necessità di un’immediata reazione sindacale e del mondo della scuola.

Qui il testo del volantino in pdf

La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge[immediatamente applicativo, da convertire in Parlamento entro 60 giorni, cioè in piena estate a scuole chiuse], praticamente senza discussioni o confronti precedenti, in cui si regola non solo i percorsi ed i processi di reclutamento ma con cui si interviene anche su formazione continua e salario dei docenti della scuola.

Il testo non è ancora pubblico: esistono solo slide (mostrate ai sindacati qualche giorno prima), indiscrezioni e molteplici versioni ufficiose. Quello che comunque emerge è chiaro e grave: al di là di quanto delineato sul reclutamento [il solito ridicolo impianto quizzetistico, percorsi dilatati di acquisizione di crediti universitari e praticamente nessun riconoscimento per il precariato di lunga durata], su cui avanziamo qui le nostre considerazioni, ad emergere per la sua pesantezza e insostenibilità è l’intervento su formazione e salario.

Viene infatti delineata una formazione in orario di servizio solo per le competenze digitali, in ore aggiuntive pagate in ragione delle scarsissime risorse del MOF (comunque obbligatoria per competenze digitali e neo immessi in ruolo), definita centralmente per contenuti e struttura (Scuola di Alta Formazione), con corsi triennali valutati con indicatori di performances [sic!] definiti dalla stessa Scuola di Alta Formazione. Il superamento di questo corso (stabilito dal Comitato di Valutazione di scuola integrato da un DS di altro istituto) permette quindi di ottenere solo ad alcuni un incentivo salariale (una nuova componente premiale dello stipendio, per ora non quantificata), in quanto impostata su logiche selettive e non universali (si indica infatti un limite di erogazione del 50% rispetto a chi presenta domanda, da ridefinire nella successiva contrattazione).

In pratica, si ripropone e anzi si radicalizza quanto previsto dalla Buonascuola: lo stipendio dei docenti viene differenziato su base premiale; si introduce il concetto di performance (cioè l’ipotesi di valutare il lavoro docente sulla base dei risultati conseguiti mediante una determinata linea di condotta, in alcune versioni o indiscrezioni in rapporto ai risultati INVALSI); queste performance, inoltre, sono stabilite amministrativamente fuori dalla scuola e al di là della contrattazione (le definisce appunto la Scuola di Alta Formazione); si introducono le quote fisse di sommersi e salvati di Brunettiana memoria; si distorce la formazione docente, finalizzata ad uno specifico risultato, stabilito nazionalmente, per ottenere una valorizzazione salariale. È un impianto che riprende il peggio del New public Management (l’impianto aziendalista e neoliberista di gestione organizzativa e del personale), che divide lavoratori e lavoratrici, introducendo quote variabili e incerte dei loro stipendi sempre più significative. È un provvedimento cioè che distorce l’impianto comunitario e cooperativo della scuola italiana, spostandola sempre più in una logica competitiva volta a far acquisire competenze e abilità funzionali alle esigenze delle imprese e all’occupabilità di studenti e studentesse (scaricando così soprattutto sulla loro capacità soggettiva le loro condizioni di lavoro). Una scuola di classe che, in primo luogo, divide e sfrutta chi vi lavora.

Questo impianto è già stato sconfitto più volte. Lo aveva delineato una prima volta il Ministro Berlinguer alla fine degli anni 90, con una valorizzazione professionale individuale basata su una selezione simil concorsuale (il cosiddetto concorsone), che fu travolto da scioperi e mobilitazioni della categoria, costringendo i sindacati che avevano sottoscritto quell’ipotesi a rivedere la propria posizione (compresa la CGIL). Lo aveva delineato una seconda volta Renzi: almeno, lui, lo aveva proposto in un progetto di legge e con un ampio dibattito nella scuola e nel paese, di fatto durato un intero anno scolastico; ricordiamo tutti/e come quel DDL fu respinto dal più grande sciopero della categoria, fu poi approvato dal Parlamento tra le polemiche, in estate e a scuole chiuse, e fu infine smontato pezzo per pezzo (almeno per questa parte) negli anni successivi.

Oggi il governo Draghi, l’esecutivo dei migliori, decide questa svolta in silenzio, per decreto e irregimentandola nel PNRR [il provvedimento è infatti embedded in un dispositivo inquadrato tra gli obbiettivi del PNRR e quindi soggetto a tutte le relative tempistiche, pressioni ed eventuali fiducie]. Avremo modo di ragionare su come questo progetto si inserisca in una politica più ampia, presente sia nel PNRR sia nella logica di guerra impostata dal DEF, con una riduzione progressiva della spesa sociale (in particolare a scuola e sanità), un servizio pubblico sempre meno universale, diversificato tra i territori (autonomia differenziata)  e sempre più focalizzato sulle esigenze del sistema produttivo.

Quello che serve oggi è una reazione immediata: lo sciopero! Questo decreto riscrive (proprio come la Buonascuola) non solo la contrattazione ma la stessa struttura della scuola, intervenendo su obblighi, orari e salari dei docenti. Lo fa a fine aprile, contando sulla rapida conclusione dell’anno scolastico e un’approvazione nelle aule parlamentari in piena estate. Per questo la risposta deve esser immediata e radicale. Già alcuni docenti lo hanno proposto un appello a tutte le organizzazioni sindacali.

Lo sciopero deve allora esser indetto subito, dalla FLC CGIL e dagli altri sindacati di categoria, senza inutili attese e diluzioni dell’iniziativa per mantenere una precaria unità tra le organizzazioni: deve esser indetto al più presto con chi ci sta, perseguendo l’unità di lavoratori e lavoratrici, per tenerlo entro la fine del mese di maggio, quando ancora si potrà incidere sul suo percorso ed a scuole aperte. Uno sciopero che non solo respinga in modo netto e inequivocabile, senza se e senza ma, questa proposta di valorizzazione differenziata degli stipendi e questo bizantino percorso di reclutamento, ma che ponga con forza l’esigenza di investire risorse sull’istruzione e la ricerca (contro il taglio di mezzo punto del PIL previsto nel DEF, contro la nuova folle corsa al riarmo), la necessità di salvaguardare gli stipendi dalla nuova pesante e persistente spirale inflattiva (al 2% nel 2021, al 6% in questi mesi, concentrata su beni essenziali come elettricità, gas, carburanti e alimentari, quindi in realtà ben più alta per tutti i bassi redditi). Uno sciopero che non deve esser rituale, ma costruito con determinazione, attraverso assemblee e iniziative di informazione in tutti le scuole e i territori. Il 20 maggio diverse organizzazioni sindacali hanno già indetto uno sciopero, contro la guerra e la politica economica del governo: per gli attuali codici di regolamentazione è difficile pensare ad altre date ed anzi è utile sfruttare questa occasione per far convergere tutte le iniziative di lotta in quella giornata, al di là dei diversi recinti e delle diverse appartenenze sindacali.

Per difendere la scuola, contro un decreto legge che ripropone e radicalizza l’impianto liberista della Buonascuola, per un rinnovo del contratto che difenda realmente salari e diritti, organizziamo quindi subito assemblee in tutte le scuole e uno sciopero entro la fine di maggio!

#RiconquistiamoTutto nella FLC