Ciao Roberto, ci hai lasciato nel mezzo di questa confusione che attanaglia il mondo e annebbia la vista anche a tante/i compagni e compagne.  E dopo gli anni generosi delle lotte in fabbrica abbiamo vagato rincontrandoci di rado se non alle solite manifestazioni  spesso rituali dove passavamo delle mezz’ore a raccontarci  dei nostri affetti, delle nostre scelte individuali e delle prospettive collettive  finiti ormai tempi delle  tesi “per il comunismo “ che ci avevano fatto credere nella possibilità di costruire un movimento ed una vera forza rivoluzionarie. Ci siamo conosciuti la prima volta nel 1971 sotto casa mia dove, con Ricci e Bortoletto, eri venuto per incontrarmi, avendo chiesto l’adesione al gruppo de “il manifesto”. Sei diventato presto un punto di riferimento non solo per le tue capacità intellettuali, ma anche per la tua sensibilità ed umanità. Ricordo i tuoi interventi, gli occhi fissi sul pavimento, nel silenzio assoluto della sala riunioni in Contrada del Mangano, mentre riportavi le posizioni emerse a livello nazionale  de il Manifesto, poi Manifesto-Pdup e Pdup per il comunismo o cercando di seguire le tue analisi sul movimento operaio bresciano e sui ricatti della borghesia locale. Normalmente al di sopra e in avanti rispetto alla normalità delle lotte spesso difensive, in fabbrica e fuori, a volte con qualche ricaduta sentimentale nei confronti della grande CGIL, soprattutto dovuta al fascino di Sabatini, da cui ti sei presto staccato. Il 28 maggio 1974, eri in piazza Loggia , ferito lieve e ricoverato all’ospedale, è rimasta una data ineliminabile nella tua ricerca di verità e giustizia. Quando hai avvertito in pieno il riflusso hai abbandonato il tuo posto di osservazione nella grande fabbrica che si stava trasformando e hai lavorato all’archivio storico della Cgil bresciana ; hai trovato, da ateo, una comunanza di intenti con i saveriani collaborando a Missione oggi, hai lavorato con la Caritas e ti sei impegnato nel movimento non violento. Hai amato e sofferto ogni tuo passo ed ogni tua scelta e l’unica evasione erano i libri che si impilavano dal pavimento riempiendo le stanze. Ormai più anarchico che comunista, come il tuo amico Franco Lombardi hai dovuto alla fine accettare la malattia ed i tempi che passano e fanno passare. Ti ho ammirato, anche se non sempre siamo stati concordi nelle scelte concrete di lotta , ma soprattutto ho imparato da te la coerenza e l’adesione ai principi che svuotano i ricatti delle’”appartenenze”. Grazie per la tua vita dalla parte del torto, la terra ti sarà sicuramente lieve.

Ettore Crocella

Stamattina ho appreso della morte del compagno Roberto Cucchini, una delle storiche figure della sinistra bresciana degli anni Settanta. Circa un anno fa gli avevo scritto un’email per chiedergli di rilasciarmi un’intervista per il lavoro che sto facendo sulla storia dell’estrema sinistra a Brescia tra il 1968 e il 1980. Non avendo ottenuto risposta, avevo chiesto in giro a vari compagni ed amici cosa era successo a Roberto. Così sono venuto a conoscenza della sua malattia. I miei primi ricordi di Roberto risalgono alla prima metà degli anni Settanta (se non sbaglio in particolare tra il 1973 e il 1975), quando era uno dei principali esponenti del gruppo del Manifesto nella nostra città. Lo ricordo nella sede di Avanguardia Operaia, in via Calatafimi, mentre, con altri compagni (in particolare con il mio amico e compagno Ivan Salvi, militante di AO a quei tempi), animava le riunioni del collettivo dei lavoratori dell’OM (dove lavorava come impiegato, probabilmente l’unico dell’estrema sinistra nell’ambiente impiegatizio della fabbrica). Non partecipavo a quelle riunioni (ero studente) ma, mentre salivo al piano di sopra per la riunione studentesca, sentivo per qualche secondo la sua voce, calma, lenta, dal tono esattamente opposto a quello che ci si aspetta da un “sindacalista”. Ed era quasi sempre lui a tenere banco, con interventi lunghissimi, a quanto mi riferivano i compagni operai. Forse per l’età (rispetto a noi diciottenni era un adulto), forse per l’esperienza. Anche se noi lo consideravamo un “moderato” (un po’ come tutti i compagni del Manifesto, futuro PdUP per il Comunismo, che ritenevamo una cosa “a metà strada” tra la sinistra “rivoluzionaria” e il PCI), mentre noi ci consideravamo i “veri” rivoluzionari. Negli anni successivi ci si incrociava alle manifestazioni, soprattutto quelle sindacali, salutandoci normalmente, come due compagni che non sono amici. Ho scoperto molto più tardi che, con Roberto, avevo una passione comune: la Storia del movimento operaio. Ed in particolare la storia della guerra civile spagnola e dei volontari antifascisti italiani andati a combattere (e spesso a morire) in terra di Spagna. Fu lui a prendere contatto con me, circa 15 anni fa, perché stava scrivendo un libro sui volontari antifascisti bresciani, e seppe (non ricordo da chi) che vivevo a Barcellona, dove stavo lavorando, per il mio dottorato, su un progetto parallelo al suo (sui volontari anarchici, in particolare Camillo Berneri e il gruppo di Guerra di Classe). Cominciammo a scriverci spesso, scambiandoci documenti, impressioni, bozze. Credo che avesse maturato simpatie verso l’anarchismo, perché finiva immancabilmente le sue email con “Saluti libertari”. Anche in questo senso me lo sentivo più vicino, rispetto al superficiale rapporto degli anni Settanta, visto che pure io sentivo (e sento tuttora) la necessità di una messa in discussione degli steccati che hanno diviso marxisti ed anarchici nell’ultimo secolo. Quando tornavo a Brescia, qualche volta, ci si incontrava (soprattutto in occasione del 28 maggio, appuntamento obbligato per entrambi). In una di quelle occasioni mi regalò la bozza di quello che sarebbe diventato “I soldati della buona ventura”, uscito nel 2009 per le edizioni GAM. Conservo gelosamente sia la bozza, sia il libro, che trovo bellissimo. Almeno per uno, come me, con lo sguardo ostinatamente volto al passato (alla Walter Benjamin, però!). Negli ultimi anni ci siamo purtroppo persi di vista, ancor prima della maledetta pandemia che ha scombussolato la maggior parte delle relazioni sociali. Le vicende personali di entrambi, il carattere un po’ schivo di Roberto (aggravato dalla malattia, immagino), la scarsità di occasioni di mobilitazione hanno fatto sì che, dal mio ritorno a Brescia, 8 anni fa, il rapporto con Roberto si limitasse ad uno scambio di email e qualche incontro rapido, cessati totalmente, purtroppo, negli ultimi 4 anni. Con Roberto se ne va un altro pezzo della nostra storia, al di là delle divergenze politiche più o meno importanti che ci hanno diviso. Sempre, comunque, infinitamente minori di ciò che ci ha unito, consci entrambi di stare dalla stessa parte della barricata. Che la terra ti sia lieve, compagno. E, per quanto mi riguarda, NO PASARÁN!

Flavio Guidi