Le recenti prese di posizione del presidente cinese Xi Jinping (in realtà coerenti da sempre con la politica di Pechino sul problema) sulla necessità della “riunificazione” tra la Cina e Taiwan hanno riportato sotto i riflettori dei media la questione, pendente dal 1949, e foriera di tensioni non solo tra i governi di Pechino e di Taipei, ma pure (ed è molto più pericoloso) tra l’imperialismo USA (che da sempre si atteggia a “protettore” di Taiwan) e il neoimperialismo cinese. Quando ero giovane, pur avendo smesso quasi subito di simpatizzare per il maoismo, ero convintissimo del pieno diritto della Cina Popolare (che consideravo, secondo la classica terminologia trotskista, uno “stato operaio burocraticamente deformato” – in parole povere una cosa a metà tra socialismo e capitalismo, con un sovrappiù di autoritarismo politico) di “riprendersi” Taiwan, occupata dal dittatore del Kuomintang, il generalissimo Chiang Kai Shek, in fuga dalla Cina continentale dopo la sua sconfitta nella guerra civile (tra l’altro fomentata da lui). Il ragionamento era abbastanza semplice: la Cina era un paese oppresso dall’imperialismo (occidentale e giapponese, almeno fino al 1949) che aveva il diritto a recuperare la sua sovranità su tutto il territorio “nazionale”, Taiwan compresa. E Chiang Kai Shek era un burattino nelle mani degli imperialisti occidentali. Di acqua ne è passata sotto i ponti, da allora, sia in Cina che a Taiwan. Nella prima, a partire dalle “riforme” di Deng Xiaoping della fine degli anni Settanta, si è creato un capitalismo dinamico e aggressivo (almeno economicamente) fino a farne la prima potenza economica mondiale (in termini di PIL in SPA), tuttora in espansione, soprattutto in Asia e Africa. Le bandierone rosse e i faccioni di Mao non possono nascondere questa realtà, molto concreta. Tra l’altro Mao stesso è esaltato ormai più (anzi solo) come “patriota” e costruttore del nuovo stato cinese, indipendente e dinamico, che come esponente di una specie di “marxismo” in salsa orientale, di costruttore di un presunto socialismo. In realtà assimilare la Cina ai paesi coloniali veri e propri (come l’India o l’Indonesia, per restare in Asia) mi sembra un’operazione discutibile. Se è vero che l’Impero Cinese, e la Repubblica post 1911, per oltre un secolo (dalle “guerre dell’oppio” ottocentesche fino al 1949) hanno subito una forma di oppressione simile a quella dei paesi colonizzati, sottoposte alle violenze e alla dominazione sostanziale di paesi imperialisti (in particolare britannici, russi e giapponesi), è anche vero che, almeno fino al XIX secolo, è stata la Cina ad avere una politica “imperiale” nei confronti dei popoli vicini (vietnamiti, tibetani, uiguri, coreani, mongoli, taiwanesi, ecc.). Per quanto riguarda Taiwan, infatti, bisogna ricordare che la politica della corte imperiale di Pechino, da quando l’isola fu occupata nel 1683, fu sostanzialmente di tipo coloniale, orientata ad un’economia di rapina, violentemente repressiva nei confronti dei popoli nativi dell’isola. Il fatto stesso che Taiwan non fosse nemmeno ritenuta una provincia cinese fino al 1885 (quindi fosse anche formalmente una specie di colonia) la dice lunga sul tipo di rapporto. E il fatto che un nuovo imperialismo, quello giapponese, molto più dinamico ed aggressivo, sottraesse alla Cina quest’isola (ormai in gran parte sinizzata) solo 10 anni dopo, con una guerra di aggressione, non deve farci dimenticare ciò che era successo nei due secoli precedenti. Tutto questo non significa che, probabilmente, il ritorno di Taiwan alla Cina nel 1945, dopo la sconfitta dell’imperialismo nipponico, non fosse salutato dalla popolazione dell’isola come un “ritorno alla madrepatria” dopo mezzo secolo di oppressione colonialista. Indubbiamente la grande maggioranza dei taiwanesi si sentiva (si sente?) cinese (han). Ma anche lì, forse, le cose sono cambiate. Il regime dittatoriale del Kuomintang è entrato in crisi negli anni ’90, ed oggi governa un partito che si autodefinisce Partito Democratico Progressista, che non rivendica più l’appartenenza di Taiwan alla Cina come faceva il Kuomintang (ora all’opposizione). Il grande sviluppo economico e sociale degli ultimi 40 anni ha probabilmente messo in crisi l’identità della “Repubblica Nazionale Cinese” (questo è tuttora il nome ufficiale di Taiwan). La costituzione del 1947 è stata emendata in modo significativo nel 2005, ed anche se il Kuomintang ha rivinto le elezioni e ha governato tra il 2008 e il 2012 (riaprendo- paradossalmente?- un breve periodo di ottime relazioni con Pechino), non ha rimesso in discussione una struttura politica ormai più simile ad una classica democrazia borghese che alla dittatura che ha retto l’isola tra il 1949 e il 1987. E le due vittorie consecutive del PDP sembrano confermare un progressivo allontanamento dalla volontà di “riunificazione”. Tutto questo per dire che le cose mi sembrano molto più complicate di 50 anni fa, quando, ai miei occhi di giovanissimo militante, non c’erano dubbi su chi avesse ragione. Tra l’altro lo stesso governo di Taipei aveva la stessa posizione di Pechino, anche se ribaltata di 180 gradi (nel senso che era la Cina continentale a dover essere “assimilata” alla Cina “nazionale”, temporaneamente esiliata a Taiwan). Non entro qui nel merito, questione spinosissima, se Taiwan debba considerarsi una nuova “nazione”, ormai staccata da quella cinese. I 72 anni di “indipendenza” sono pochi, in genere, per permettere fenomeni che richiedono tempi molto più lunghi (anche se, come ho scritto prima, l’appartenenza cinese non è stata significativamente più lunga, se misurata col metro della storia di lungo periodo). Ma, come nel caso di Hong Kong e di Macao (indubbiamente molto più “cinesi” di Taiwan), il fattore nazionale non è così rilevante. Mutatis mutandis, sarebbe come pretendere che il Canton Ticino, indubbiamente “italiano” dal punto di vista linguistico, geografico e culturale, tornasse alla “madrepatria”, cioè alla Repubblica Italiana. Senza chiedere ai ticinesi cosa ne pensino. E, visto che la Cina non è più un paese oppresso (dal 1945-49), e non è più nemmeno uno “stato operaio burocratizzato” (almeno da un quarto di secolo, con tappe successive nel 1993, 1999, 2003 e 2004), non credo abbia molto senso appoggiare una rivendicazione che, da legittima richiesta antimperialista com’era 70 anni fa, si è trasformata, a mio modesto avviso, in una rivendicazione puramente nazionalista (e con sfumature imperiali non indifferenti). A meno che il popolo di Taiwan non possa scegliere democraticamente (come Hong Kong e Macao) se vuole o non vuole far parte della “Grande Cina”.

Vittorio Sergi