Chissà se il politologo conservatore nordamericano Samuel P. Huntington, autore del famoso articolo “Lo scontro delle civiltà” uscito 25 anni fa su Foreign Affairs, morto nel 2008, avrebbe immaginato che avrebbe ottenuto un successo così trasversale delle sue tesi basate sulla geopolitica? Certo, nel dibattito politico strategico degli anni ’90, seguito alla presunta fine della guerra fredda (che per qualche “ingenuo”, come Fukuyama, doveva essere una sorta di “fine della Storia”), cioè dello scontro tra l’imperialismo “occidentale” e il cosiddetto “blocco sovietico” (con la Cina – e altre potenze minori – a zigzagare tra i due “poli”, almeno dagli anni ’70 in poi), le sue “profezie” potevano sembrare dettate più dal bisogno di creare ad arte un “nemico” (con somma soddisfazione dell’industria bellica, in primis di quella USA) che dal tentativo più o meno scientifico di una seria ipotesi di ricerca. D’altra parte quel tipo di lettura dei conflitti (sociali, politici, ecc.) non era certo una novità. Basti pensare a tutta la propaganda “occidentalista” o pseudo-tale, di matrice liberal-conservatrice, cattolica o fascista negli anni seguiti alla Rivoluzione Russa (dipinta volentieri come “asiatica”, “mongola”, e via mistificando). La cosiddetta “difesa della civiltà occidentale” contro la presunta barbarie dell’Oriente (o del Sud) è vecchia, almeno da un punto di vista superficiale, quanto lo scontro tra Greci e Persiani di 25 secoli fa, seppur, ovviamente, con modi, argomentazioni e riflessioni talmente diverse e contraddittorie da rendere ardua l’individuazione di un “fil rouge” probabilmente inesistente. Ma tant’è, nonostante tentativi ripetuti di contrastare questa ondata, chiamiamola così, geopolitica (cito soltanto il saggio di Tariq Alì, Lo scontro dei fondamentalismi: crociate, jihad e modernità [Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity, 2002 -Rizzoli, 2002 – Fazi 2006]), la dinamica della “profezia autoavverantesi” sembra prendere sempre più piede. E non parlo qui dei politici e giornalisti mainstream (che io, da vetero-marxista, preferisco chiamare semplicemente “borghesi”), quelli che Bifo (in un suo recentissimo articolo – peraltro debitore in parte della visione “geopolitica” alla Huntington, seppur ribaltata -) definisce, con ragione, “leccapiatti di Agnelli”. Per questi signori, ovviamente, è escluso ogni riferimento al marxismo ed alla sua lettura della Storia come “lotta di classe”. Non possiamo fargliene una colpa: il loro impegno a cercare di seppellire una volta per tutte lo “spettro del comunismo” (con risultati purtroppo apprezzabili, dal loro punto di vista) ne fa di diritto i sostenitori di ogni teoria che cerchi di nascondere dietro il velo dell’ideologia (intesa come “falsa coscienza”) i termini più profondi, strutturali, dell’agire umano sul terreno della “Storia”. Per loro si tratta di comportarsi come l’affittuario moroso nella famosa, vecchia barzelletta, che, nella diatriba col proprietario, continua a ripetere “Ma, a parte l’affitto, cose c’è che non va tra noi?”

Quello che mi spinge a scrivere questo breve articolo perciò è la constatazione, oltremodo deprimente, di quanto successo, anche tra le nostre fila (intese in senso largo, diciamo così, della “sinistra radicale”) ha il pensiero “geopolitico”, spesso con coloriture quasi etniche. Magari in direzione opposta (ma specularmente simile) a quella auspicata da Huntington. Intendiamoci, sono cresciuto anch’io nell’ambito della sinistra “terzomondista” post ’68. Anch’io reagivo con stupore quando leggevo Marx, o Engels, che definivano “civili” i paesi capitalisti più o meno avanzati dell’epoca, rispetto a quelli (presunti barbari?) che inglesi, francesi, ecc. colonizzavano. E mi sono indignato col buon Friedrich quando applaudiva il furto del 50% del territorio messicano da parte degli “energici” e “moderni” yankees a metà del XIX secolo. O quando inveiva contro la “barbarie slava” durante la repressione asburgica dei moti rivoluzionari del 1848-49. Insomma, ero uno di quei ragazzotti che, nei primi anni ’70, guardavano all’America Latina come ad un “continente ribelle”, in cui centinaia di milioni di contadini, di operai, di studenti, erano pronti a battersi, seguendo l’esempio del “Che”, contro un “pugno” di oligarchi venduti all’imperialismo USA. E che, quando vedevano un africano, erano convinti che fosse, più o meno automaticamente, un’incarnazione di Lumumba. Ogni vietnamita era un vietcong, ovviamente. Ogni arabo un combattente palestinese. E così via. Avevo 15-16 anni. Come cantava la canzone di Pino Masi “Tutto il mondo sta(va) esplodendo, dall’Angola alla Palestina…” Anche se il ’68 era stato soprattutto francese (o cecoslovacco), il ’74 portoghese, il ’75 spagnolo, a me (a noi) piaceva, inutile negarlo, quell’aria esotica, quel mito di una rivoluzione lontana (geograficamente e culturalmente) che ci appariva ben più “radicale” delle barricate nel Quartiere Latino o dei garofani rossi nelle canne dei fucili portoghesi. La realtà era, ovviamente, ben più complessa. Uno cresce, legge, confronta, ragiona. Scopre che quel “pugno” di oligarchi purtroppo non era solo una cricca di canaglie isolate, che Lumumba lo hanno ammazzato altri africani, piuttosto rappresentativi, ahimè, del livello di coscienza di milioni di loro connazionali, che i vietcong non hanno certo costruito il “socialismo che noi vogliamo”, che milioni di arabi preferiscono Hamas, o Hezbollah, o i Fratelli Musulmani, o i vari tiranni locali, al militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina con la kefiah che ti piaceva tanto, e così via. Intendiamoci, tutto ciò non mi ha impedito di battermi, nei limiti delle mie capacità, a fianco di chi continua a ribellarsi, magari confusamente, anche se non scende in piazza “guidato dal luminoso ideale del socialismo internazionalista”. Ci mancherebbe altro che, nella battaglia politica quotidiana, scegliessi di aspettare le “analisi del sangue” per vedere quanto DNA di marxismo (o di anarchismo) rivoluzionario è presente. Sarei sicuramente quel che si definisce un “rivoluzionario da salotto”, destinato ad aspettare nei secoli dei secoli la rivoluzione “pura” che non arriverà mai. Detto questo, ammaestrato da circa mezzo secolo di esperienza (e dalla lettura del passato, ovvio) sono diventato, diciamo così, più guardingo. E piano piano mi sono avvicinato, in un certo senso, al duetto classico dei “maestri” (magari senza le esagerazioni del giovane Engels). Per cui, quando sento parlare dei compagni (giovani e meno giovani) delle colpe dell’Occidente, del fatto che “NOI” siamo colpevoli, che “NOI” abbiamo invaso, che “NOI” abbiamo appoggiato questo o quel dittatore, bombardato questo o quel paese, mi salta la mosca al naso. NOI chi? Io? Io e quelle decine di migliaia di compagni, come me, che le prendevano dalla polizia durante gli anni ’70 perché protestavano contro la guerra d’aggressione USA in Vietnam, contro il golpe in Cile, contro l’apartheid in Sudafrica, contro il sionismo, per la liberazione dal colonialismo di Angola, Mozambico, ecc.? No di certo, mi risponde probabilmente il compagno “geopolitico” (con sfumature etniche). Ah, vuoi forse dire, quando dici “occidentali”, le centinaia di milioni di lavoratori nordamericani, europei, magari anche australiani e, perché no, giapponesi? O ti riferisci alle classi dominanti degli stati imperialisti (o a capitalismo “avanzato” che dir si voglia”). Qui il mio interlocutore spesso, in un certo senso, si sdoppia: una parte di sé propende per circoscrivere le responsabilità a chi comanda e si arricchisce. Un’altra parte (magari debitrice d’un’origine cattolica) mi parla delle “briciole dello sfruttamento imperialista” che cadono per i proletari “occidentali”, dalla ricca tavola imbandita . O dello stile di vita consumista. Che, ovviamente, riguarderebbe in particolare le grandi masse dei “paesi ricchi”. E non voglio qui nemmeno accennare a quelli, e non sono pochissimi, che hanno sostituito da molto tempo, nelle loro analisi, l’anticapitalismo con l’anti-americanismo (o anti-occidentalismo) a buon mercato, al punto da considerare gentaglia come Putin, o Assad, o gli ayatollah iraniani (qualche personaggio, per fortuna isolato, arriva ad apprezzare persino Erdogan) degli pseudo-amici nella crociata “anti-imperialista” (o come quelli del PMLI che sono arrivati, pare, a sostenere gli ultrareazionari talebani in quanto antiamericani). Su questi “campisti” fuori tempo massimo ha già espresso la mia opinione in precedenti interventi. Parlo di quelli (e sono relativamente tanti, in rapporto alla pochezza della sinistra in Italia) che, in perfetta buona fede, e convinti di essere particolarmente “radicali” nella lotta contro l’imperialismo più potente (per ora!), pur non arrivando a difendere gli indifendibili russi, siriani, iraniani o turchi, continuano ad usare il nebbioso linguaggio geopolitico (così di moda) al posto del chiaro, semplice (ma così demodé!) linguaggio della lotta di classe. Le parole sono pietre. E veicolano un’ideologia. E l’ideologia che vuol nascondere lo scontro tra borghesi e proletari (o se preferite tra dominanti e dominati, o tra ricchi e poveri, se vi è più consono il linguaggio evangelico) è quella borghese, cari compagni. Quella che sostituisce gli scontri tra gli Stati (o le “civiltà”) a quelli tra le classi. Verticalità contro orizzontalità. Geografia (stravolta e interpretata come geopolitica) contro Storia. Quella che, per tornare alla barzelletta, non vuol parlare dell’affitto.

Ma, in cauda venenum, voglio concludere questo sfogo con una certa dose di provocazione. Siete proprio certi che, anche volendo accettare la concezione geopolitica tanto di moda, e utilizzando il concetto di “occidente” versus…oriente? O “terzo mondo”? O “Sud del Mondo? il cosiddetto “occidente” ne venga fuori così male? Faccio solo un piccolo, provocatorio esempio: Bifo, nell’articolo succitato, in cui, giustamente, dice peste e corna dell’imperialismo USA, cita la tardiva abolizione della schiavitù (sbagliando di un anno, perché era il 1862) da parte di Lincoln. Beh, l’Impero Ottomano lo fa nel 1908. La Cina l’ha abolita nel 1910 (e di fatto solo con la vittoria di Mao, nel 1949). L’Afghanistan nel 1923. L’Iran nel 1929. L’Etiopia, di nuovo “libera”, nel 1942 (visto che nel 1936 erano stati gli occupanti, i fascisti italiani, a farlo). L’Arabia Saudita e lo Yemen nel 1962. E la Mauritania nell’agosto del 2007! Uno dei cuori del tanto deprecato “occidente”, la Francia giacobina, lo aveva fatto nel 1794, oltre due secoli prima. Con questo non voglio prestarmi al gioco, che mi è estraneo, su presunte “superiorità” di una cosiddetta civiltà rispetto ad un’altra. Ogni civiltà umana è stata portatrice di luci e di ombre, di meravigliosi progressi e di indicibili barbarie. Un po’ come gli individui stessi, in un certo senso. E sarò sempre grato alla civiltà musulmana di aver salvato, nel medioevo, molti tesori della cultura greca, di averci dato le arance e lo zucchero, di aver migliorato incredibilmente la navigazione, di averci trasmesso l’algebra, ecc. ecc. E la carta, la seta, la stampa, la porcellana, la bussola (molto meno per la polvere da sparo!) cinesi? L’elenco potrebbe essere quasi infinito, dalla musica africana al cotone indiano, dalle patate andine al mais centro-americano.

Ma il socialismo, questo progetto di liberazione dell’umanità dall’oppressione e dallo sfruttamento, è nato qui, nel cuore dell’Occidente, nel “triangolo d’oro” tra Francia, Germania e Inghilterra, figlio (più o meno illegittimo, secondo molti) di quel liberalismo scaturito dal secolo dei Lumi. Ecco, quando qualcuno usa la parola “Occidente” pensando ai Trump, ai Biden, ai Johnson, ai Macron o ai Draghi (e ai loro datori di lavoro miliardari), cerchi di ricordare che aiuta a cancellare i Marx, gli Engels, le Luxemburg (e perché no, pure i Rosseau, i Voltaire, i Robespierre) che hanno illuminato quest’angolo di mondo.

Flavio Guidi