delboca

A due settimane dalla morte, pubblichiamo un contributo dei compagni del PCL (uscito il 7 luglio sul loro sito) per ricordare la figura dello storico scomparso.


All’età di 96 anni si è spento Angelo Del Boca, studioso intellettualmente onesto del colonialismo italiano e dei suoi crimini. Tutto il suo imponente impegno storiografico si è concentrato sulla demolizione del presunto carattere “mite e generoso” delle imprese imperialiste dell’Italia nel corso della sua storia, ottenendo per questo l’aperta ostilità o la silenziosa diffidenza non solo delle destre reazionarie ma anche di buona parte della storiografia di estrazione socialdemocratica e/o togliattiana, sempre alla ricerca di un proprio posto al sole nella storia patria.

Italiani brava gente: il mito dell’italiano antropologicamente buono, incapace per la sua stessa indole di violenza e sopraffazioni ai danni di altre popolazioni, fu un mito coloniale. Nacque con l’esordio della politica coloniale italiana in Africa negli ultimi decenni dell’800, a partire dallo sbarco in Eritrea con la conquista di Asmara. Giunto per ultimo al colonialismo tra gli imperialismi europei, l’imperialismo italiano si presentò già allora come colonialismo progressista, per questo incapace di «rimanere spettatrice inerte di fronte alla battaglia tra la civiltà e la barbarie», come disse il governo di Stanislao Mancini. Naturalmente la “barbarie” erano le popolazioni indigene, la “civiltà” la patria tricolore.

Del Boca ha documentato metodi e fini di questa “civiltà”: i 100.000 libici uccisi tra il 1911 e il 1932 in Libia, e la deportazione alle Isole Tremiti e a Ustica di decine di migliaia di prigionieri ridotti a larve umane; le rapine e gli eccidi compiuti in Cina nel corso della lotta ai Boxer (assieme a inglesi, russi, giapponesi, tedeschi) per conquistare aree portuali e sbocchi commerciali; le stragi indiscriminate di civili in Etiopia dopo l’attentato al maresciallo Graziani nel febbraio del 1937, con l’uso dell’iprite e delle armi chimiche per annientare la resistenza del Negus; la diretta partecipazione allo schiavismo in Somalia lungo le rive dei grandi fiumi, con tanto di spartizione di tangenti tra compagnie italiane e britanniche; le “bonifiche etniche” praticate nei Balcani contro le popolazioni croate e slovene…
La storia dell’imperialismo italiano è bagnata dal sangue delle sue vittime, piegate con l’uso del terrore. Nessuno di questi crimini è stato punito, a partire dagli ufficiali. Chi volesse documentarsi al riguardo può leggere Italiani, brava gente?, scritto da Del Boca nel 2005, e ripubblicato in edizioni successive. Di certo vi troverà ciò che non potrà trovare in alcun libro di liceo.

L’occupazione italiana della Libia fu al centro degli studi di Del Boca. Possiamo anzi dire che lo studio più serio e documentato in Italia della storia libica dal 1911 alla fine della seconda guerra è stato quello condotto da Del Boca, con numerosi lavori. L’unico altro lavoro che regge in parte il confronto è quello dello storico americano di origini italiane Claudio Segrè. Per il resto silenzio pressoché totale.
Non è un silenzio casuale, perché la Libia sbugiarda il pregiudizio secondo cui se là vi sono stati orrori sono tutti imputabili al fascismo. No, l’impresa libica è stata avviata dal governo liberaldemocratico di Giolitti nel 1911, sotto la pressione del Banco di Roma, per partecipare alla spartizione dell’Impero ottomano. I primi gas asfissianti contro la resistenza berbera, le prime “cacce agli arabi” per le vie di Tripoli con relative torture e squartamenti, le prime grandi deportazioni di massa dei prigionieri libici, sono avvenute all’ombra dell’Italia liberale. La riconquista libica tra il 1922 e il 1931 da parte del governo e poi del regime di Benito Mussolini ha ripercorso a ritroso le tracce del colonialismo giolittiano, aggiungendovi un gigantesco carico di sangue.

La storiografia borghese, conservatrice e progressista, è incapace di riconoscere le responsabilità dello Stato italiano e delle sue gerarchie militari nelle responsabilità del colonialismo. La retorica patriottica non lo consente. Le carriere accademiche o giornalistiche neppure.
In Francia esiste un dibattito pubblico, seppur distorto e ipocrita, sulle responsabilità di Parigi in Algeria o in Ruanda. In Belgio esiste un confronto pubblico sui crimini compiuti dal proprio imperialismo in Congo. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti le responsabilità dei rispettivi imperialismi sono emerse nella denuncia delle organizzazioni antirazziste imponendosi all’attenzione di decine di milioni di uomini e di donne e guadagnando per questa via legittimazione e accesso sulla stessa stampa borghese. In Italia no. La brava gente non deve essere scossa dalla conoscenza della verità. Il libro dell’imperialismo tricolore va tenuto chiuso.
L’opera di Del Boca Gli italiani in Africa orientale, che pur si occupa prevalentemente del colonialismo fascista, venne denunciata dalle associazioni dei reduci d’Africa e dal MSI come lesivo dell’interesse nazionale. Indro Montanelli sentì il bisogno di confutare la documentazione di Del Boca, salvo uscire dal confronto completamente spennato e con la coda tra le gambe. La Chiesa cattolica, che benedì ogni patria impresa, si guarda bene dal sollevare questioni: anche perché ad esempio sarebbe imbarazzante ricordare lo sterminio di duemila preti e diaconi nella città etiope di Debra Libanòs da parte delle cristianissime truppe fasciste.

Il film sulla eroica resistenza berbera guidata da Omar al-Mukhtar, Il leone del deserto, non è mai stato proiettato in Italia, nonostante l’illustre interpretazione di Anthony Quinn. L’onore dell’esercito italiano non può essere offeso dall’immagine della impiccagione di Omar, dell’esposizione pubblica del cadavere martoriato di un difensore della propria gente e della propria terra, unicamente colpevole di resistenza all’invasione italiana. Né gli italiani possono leggere quello che scriveva a Graziani il maresciallo Badoglio, futuro presidente del Consiglio (col sostegno di Stalin e di Togliatti) dopo l’assassinio di Omar: «[…] la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Oggi, nei tempi del rilancio del nazionalismo italiano, con sventolio di tricolore, canti compunti dell’inno nazionale, generali in uniforme con tanto di pennacchio impegnati nelle vaccinazioni; nel tempo in cui l’Italia dell’ENI ritorna in Libia per contenderla alla Turchia e alla Francia, come un secolo fa agli ottomani; nel tempo in cui l’Italia si spinge sino al Sahel per sbarrare la via di fuga dalla fame di centinaia di migliaia di uomini e di donne, privati di tutto, persino della loro dignità… oggi sentiamo il dovere di rendere omaggio ad Angelo Del Boca, alla testimonianza della sua ricerca controcorrente, a parole autentiche di verità.