(Gianni Sartori


Forse la cosa era sfuggita per i vasti incendi scoppiati in territorio canadese e causati dalle temperature abnormi. Oddio, abnormi…si fa dire. E’ alquanto prevedibile che in futuro saranno sempre di più ordinaria amministrazione (d’altra parte, manica di cazzoni,lo avete voluto l’aumento del PIL?)
La notizia è che – nonostante gli sforzi dei missionari nei secoli scorsi – i nativi non porgono l’altra guancia.

Infatti in queste ultime settimane il fuoco ha divorato anche diverse chiese canadesi.

Date alle fiamme con un evidente riferimento polemico alla scoperta dei resti di bambini indigeni, quei bambini che erano stati sequestrati, rubati alle famiglie e rinchiusi nelle “scuole residenziali” per convertirli e assimilarli (“civilizzarli”).

Tra quelle maggiormente danneggiate, una chiesa anglicana completamente distrutta a Gitwangak (un villaggio di indigeni nei pressi di New Hazelton) mentre un’altra – a Tofino, sempre nella Columbia britannica – avrebbe subito soltanto qualche danno.

Ben più numerose le chiese cattoliche arse dalle fiamme.
Un passo indietro.
Sarebbero almeno 150mila i bambini delle Prime Nazioni (Inuit compresi) – oltre che meticci – costretti a frequentare tali istituzioni -denominate “scuole residenziali” – tra il 1870 e il 1997.

Quelli rinvenuti a maggio presso la Kamloops Indian Residential School in British Columbia (215 resti di cadaveri) non sono stati i primi e di sicuro nemmeno gli ultimi. Una scuola attiva, grazie al sostegno della Chiesa cattolica locale, dal 1890 al 1969 (poi, fino alla chiusura nel 1978, sotto il controllo governativo).

Passava soltanto qualche giorno e la Cowessess First Nationdenunciava la scoperta di ben 751 tombe anonime presso un’altra scuola residenziale nel Saskatchewan.

Magari in buona fede, ma comunque tardivamente, il primo ministro Justin Trudeau aveva parlato esplicitamente di “razzismo sistemico, discriminazione e ingiustizia” nei confronti dei popolo nativi.
Oltre alle chiese, sono state colpite – abbattute o danneggiate – anche alcune statue, sia della regina Vittoria che di Elisabetta II.
Dopo la notizia del ritrovamento di centinaia di cadaveri nelle fosse comuni, era intervenuto con una lettera di denuncia Tony Kireopoulos, segretario generale associato del National Council of Churches Usa. Con un intervento apprezzabile, per quanto sempre tardivo, aveva così commentato:
«Le recenti notizie sulle fosse comuni e non contrassegnate nelle scuole residenziali canadesi sono sconvolgenti. In effetti, senza voler ignorare il Sentiero delle Lacrime (il percorso delle deportazioni a cui venivano sottoposti i nativi per raggiungere le riserve loro attribuite dal governo ndr) e altri abusi a danno dei popoli indigeni nel nostro Paese (si riferisce agli Stati Uniti ndr) il destino dei bambini indigeni nelle scuole residenziali canadesi, gestite dalle chiese per conto del governo, è di particolare tristezza e orrore.

Le scoperte, diverse settimane fa a Kamloops, nella Columbia Britannica, e pochi giorni fa a Marieval, nel Saskatchewan, hanno focalizzato le autorità canadesi sulla storia secolare delle scuole residenziali e sull’eredità in corso; scuole che avevano lo scopo di assimilare le popolazioni autoctone. I leader del governo e degli indigeni hanno definito tale pratica una forma differente di genocidio ed è in corso un’indagine a livello di sistema su altre scuole e cimiteri. Di conseguenza, un’indagine simile si svolgerà nei siti delle scuole dei nativi americani negli Stati Uniti, dove l’esperienza dei popoli indigeni è parallela a quella del Canada. Questa tragedia in corso pone la domanda: siamo di fronte a un altro genocidio?”
Kireopoulos ha dalla sua un certa legittimità per intervenire sulla questione “genocidi”.

Nel 2004 in Ruanda aveva partecipato a una consultazione del Consiglio ecumenico delle chiese sulla dignità umana per commemorare il decimo anniversario del genocidio ruandese. Nello stesso anno, aveva ospitato una presentazione di Samantha Power che aveva pubblicato il suo libro vincitore del Premio Pulitzer, A Problem from Hell: America and the Age of Genocide (New York: Basic Books, 2002). Da allora ha continuato a operare nella direzione del consiglio di amministrazione della Save Darfur Coalition e poi – come presidente – nella United to End Genocide.
Partecipando a riunioni della comunità delle Nazioni Unite e promuovendo una risoluzione del Consiglio nazionale delle chiese in merito alla protezione delle popolazioni a rischio. Convocando anche una consultazione del Ncc sulla complicità delle chiese nel genocidio e contribuendo al lavoro di un gruppo di studio “Violenza in un’era di genocidio”, (pubblicato collettivamente come “Violenza razziale e responsabilità delle chiese” in un numero speciale del Journal of Ecumenical Studies).

Tra l’altro, ha individuato e analizzato come una delle cause scatenanti sia stata la cosiddetta dottrina del destino manifesto.

Sostanzialmente una giustificazione per l’ignobile trattamento imposto alle comunità indigene nel Nord America.

Un metodo fondato sul totale disprezzo per gli altri valutati come “umani per metà” (analogamente a quanto avvenne con la schiavitù dei Neri).

“In quale modo – si era chiesto Kireopoulos – possiamo spiegare, tra migliaia di morti per malattie, abusi e abbandono, l’omicidio di bambini nati da ragazze indigene che apparentemente erano state violentate da preti e monaci, nelle scuole residenziali canadesi?”.

In nessun modo, naturalmente.

Stando alle dichiarazioni della Conferenza dei Vescovi Cattolici Canadesi, il Papa dovrebbe incontrare entro l’anno gli esponenti indigeni per porgere pubblicamente le dovute scuse.E probabilmente mostrerà maggior accortezza di quel suo predecessore che incontrando le comunità indigene dell’America Latina aveva chiesto “perdono a Dio” per le colpe della Chiesa. Suscitando il giusto risentimento degli Indios in quanto “avrebbe dovuto chiedere scusa a noi, non al Padreterno”.
Gianni Sartori