Ieri mi hanno inviato decine di messaggi (vocali e scritti), via Whatsapp, da Cardenas (provincia di Matanzas, Cuba centro-occidentale). Era una mia amica, cubano-italiana, già iscritta a Rifondazione Comunista, che vive a Brescia e passa tutte le estati dai suoi, a Cardenas appunto. Mi implorava, con la voce rotta dalla commozione (nei vocali, claro), di far sapere a quanta più gente possibile quello che sta succedendo nella sua città (e a Cuba in generale) in questi giorni. Poco dopo mi sono arrivate immagini e commenti da parte di suo nipote, più o meno dello stesso tono. Di fronte alle mie domande sulla presenza di “gusanos” (elementi filo-USA, pagati o meno, nel linguaggio comune dei cubani) e di teppisti alle manifestazioni, mi scriveva che sicuramente dei teppisti c’erano (hanno saccheggiato alcuni negozi “speciali”), ma secondo lei quello che manifesta è “il popolo”, senza aggettivi. Mi ha detto che l’altro ieri centinaia di persone si sono concentrate sotto la sede del “Partito”, a Cardenas, chiedendo a gran voce ai “dirigenti” di scendere in strada a “hablar con el pueblo”. Inalberavano un grande ritratto del Che Guevara. E non c’erano bandiere yankee, come suggerisce la stampa prezzolata qui da noi (imitata dai soliti compagni che preferiscono le “verità assolute” di tipo religioso rispetto all’analisi critica, che dovrebbe essere nel DNA dei rivoluzionari, marxisti od anarchici che siano). Stanotte ho fatto fatica ad addormentarmi, pensando a mi querida Cuba. Sono giorni che mi arrovello, sforzandomi di capire cosa succede, cercando informazioni. Per questo ieri ho postato un articolo del PCL, ed oggi uno da un sito di compagni cubani, rivoluzionari, antimperialisti, ma non per questo sostenitori acritici di un gruppo dirigente che accumula errori su errori. Cuba è nel mio cuore da quando, ragazzino, ho sentito alla TV dell’assassinio del “Che”. Quando, nei primi anni Settanta, noi “extraparlamentari” di sinistra venivamo chiamati (dalla stampa, dai fascisti, dalla pubblica opinione in genere) “cinesi”, io (e quelli come me che erano antistalinisti, e quindi non maoisti) rispondevamo: chiamateci “cubani”, se volete, ma non “cinesi”. Gridavamo nei cortei “Non si gioca a ping pong con chi spara ai Vietcong” (in riferimento alla “diplomazia del ping pong”, cioè la veloce marcia di avvicinamento tra la Cina di Mao e gli USA di Nixon, in funzione anti-URSS). In quegli anni mi iscrissi alla sezione bresciana dell’Associazione Italia-Cuba (guidata allora dalla Baby Ragnoli). Ed ho con me la tessera 2021 dell’Associazione (che abbiam deciso di chiamare pochi giorni fa “Alberto Granado”. Tutto questo per dire che, nonostante gli errori (numerosi, talvolta inevitabili, talvolta – sempre più spesso, purtroppo – gravi ed evitabili), ho sempre difeso Cuba e la sua rivoluzione davanti a tutti i facili detrattori. Ed a maggior ragione davanti alle minacce dell’imperialismo USA. Il che non vuol dire difendere acriticamente, al pari dei fedeli di una religione, le scelte del gruppo dirigente. Né quando c’era Fidel (che, con tutti i suoi limiti, resta un rivoluzionario antimperialista sostanzialmente coerente), né tanto meno per quanto riguarda la generazione di burocrati cresciuta negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, di cui Diaz Canel fa parte, allevati secondo le regole dei burocrati del Cremlino (ed ora, a quanto pare, notevolmente attratti dal capitalismo cinese). Non ho l’intenzione (vista la frammentarietà delle informazioni indipendenti, e mi riferisco all’indipendenza dai due poteri, quello enorme e minaccioso di Washington e alleati e quello, più modesto, meno criminale, ma che ormai non ha quasi più nulla di rivoluzionario, dei burocrati dell’Avana) di scrivere un “serio” articolo di analisi. Non ne avrei nemmeno le capacità. Manco da Cuba da 9 anni (e c’ero stato meno di un mese) e non sono assolutamente un “esperto” dell’isola caraibica (come invece, per esempio, il compagno Antonio Moscato, che invito a leggere sul suo sito “Movimento Operaio”, ricco di informazioni su Cuba e l’America Latina in generale). Vorrei solo cercare di mettere alcuni puntini sulle “i”, sulla base di quanto mi sembra di aver capito.

  1. Cuba vive una crisi economica e sociale molto profonda, aggravatasi in seguito all’epidemia COVID-19.
  2. Questa crisi viene da lontano. Secondo alcuni a causa dell’embargo criminale imposto dagli USA, secondo altri a causa del “fallimento economico” del modello cubano (definito “socialista, comunista, statalista” a seconda dei gusti).
  3. L’apertura al turismo e la conseguente “dollarizzazione” della società degli ultimi 25-30 anni ha aggravato le disuguaglianze sociali.
  4. Le manifestazioni di protesta dell’ultima settimana sono di massa, con migliaia di cubani scesi in piazza praticamente in tutti i centri urbani, anche piccoli, dell’isola.
  5. Queste manifestazioni sono nate in segno di protesta contro la situazione socio-economica (scarsità di alimenti nei negozi, di medicinali negli ospedali, “apagones” continui dell’elettricità, aggravarsi della pandemia nonostante i vaccini prodotti nell’isola, ecc.)
  6. La repressione c’è stata. Sicuramente meno violenta di quella a cui sono abituati i colombiani, i cileni, gli argentini, i nordamericani, ecc.), ma c’è stata, con arresti, detenzioni arbitrarie, uso di spray urticanti, bastonature, ecc.
  7. Tra le persone represse un gruppo non insignificante può essere definito, senza tema di smentite, costituito da sinceri sostenitori della rivoluzione cubana e di un progetto socialista radicalmente contrapposto all’imperialismo USA e ai suoi alleati (come è stato riconosciuto in una delle prime dichiarazioni dallo stesso presidente Diaz Canel)
  8. Tra questi ultimi settori spicca il gruppo di marxisti rivoluzionari riunito attorno a Frank Garcìa Hernandez, arrestato l’11 luglio durante una manifestazione, scarcerato il giorno dopo, attualmente agli arresti domiciliari. Gli altri suoi compagni arrestati sono tuttora in carcere, nonostante l’appello internazionale per la loro liberazione firmato dal fior fiore degli intellettuali della sinistra “radicale” mondiale, Noam Chomsky in testa.

Mi limito a queste semplici, 8 constatazioni, che mi sembrano ampiamente condivisibili da chi non sia acciecato dalle “fedi” parareligiose. E mi riferisco agli anticomunisti di professione (la gran parte dei politici e dei pennivendoli di regime) che si sono sempre dilettati a parlare di un presunto “gulag tropicale”. Ma anche a quei compagni che, ogni volta che si muove qualcosa di critico verso i presunti “nostri”, sono pronti a gridare al “complotto” imperialista (il che non vuol dire che gli imperialisti non cerchino di approfittare della situazione, ovviamente), rifiutandosi di aprire gli occhi (e i cervelli) al senso critico, che dovrebbe essere alla base di ogni progetto rivoluzionario. Ricordando a questi ultimi una delle più belle frasi del “Che”: SIATE SEMPRE CAPACI DI SENTIRE NEL PIU’ PROFONDO QUALSIASI INGIUSTIZIA, COMMESSA CONTRO CHIUNQUE, IN QUALSIASI PARTE DEL MONDO. E’ LA QUALITA’ PIU’ BELLA DI UN BUON RIVOLUZIONARIO”

Flavio Guidi