Gianni Sartori

Alla fine di giugno una ragazzina quindicenne, fermata e portata in commissariato nel corso di una manifestazione di protesta a Medellin, veniva violentata da alcuni poliziotti. Tutto meno che un caso isolato. Si trattava infatti dell’ennesimo episodio di uso dello stupro come arma repressiva. In Colombia sta diventando ordinaria amministrazione (così come si teme stia avvenendo per la tortura) e ormai  se ne va perdendo il conto: in due mesi sono stati almeno una trentina i casi denunciati dalle vittime,  ma in realtà appare scontato che siano molti di più. Così come quando si cerca di calcolare il numero reale (nell’ordine delle centinaia comunque) degli uccisi e dei desaparecidos

E forse – sia detto per inciso – dovrebbero farci un pensierino quei “democratici e libertari dell’ultima ora” – tra cui molti ex leninisti duri e puri di mia conoscenza – che si stracciano le vesti per la repressione a Cuba.

Ma stavolta la risposta delle donne colombiane è stata quasi immediata. Il 2 luglio gruppi di femministe hanno attaccato il commissariato lanciando diverse bottiglie Molotov.

Intanto l’ampia protesta popolare avviata in aprile contro le privatizzazioni (oltre che contro la corruzione e le violazioni dei diritti umani da parte della polizia e dei paramilitar) e a favore della sanità e dell’istruzione pubbliche,  non segnala cedimenti. Anche la settimana scorsa, il 7 luglio, una manifestazione a Floridablanca (Santander) finiva con l’assalto di rito al palazzo comunale. Contemporaneamente un’altra manifestazione che si svolgeva a Popayan, nel quartiere “Sena Norte”, si era conclusa con violenti scontri tra i partecipanti  e i reparti della polizia mobile anti-sommossa (denominati Esmad).

Altri scontri a Bogotà in due diverse municipalità della città (Suba e Usme) dove – incendiando autobus e altri veicoli – venivano bloccate alcune strade. Il 9 luglio gli abitanti del quartiere “20 de Julio” (sempre a Bogotà) respingevano con decisione i reparti degli Esmad.

Gianni Sartori