Con una lentezza esasperante, si procede allo scrutinio dei voti del secondo turno delle elezioni presidenziali in Perù, paese andino di 33 milioni di abitanti. Siamo ormai arrivati allo scrutinio del 99,8% dei voti, e il candidato della sinistra (Perù Libero) è al 50,21% dei voti, contro la candidata della destra, la corrotta e già due volte incarcerata (e non per motivi politici!) Keiko Fujimori, figlia del semi-dittatore Alberto Fuijmori, ladro ed assassino di fama mondiale, attualmente in galera (per peculato, malversazione, violazione dei diritti umani, abuso di potere, ecc.), che si ferma al 49,79%. Il relativo “successo” dell’impresentabile figlia del criminale mafioso (che aveva ottenuto meno del 12% al primo turno, piazzandosi però al primo posto tra i candidati di destra) si spiega con l’effetto “fronte unico” (la destra lo sa fare meglio di noi, purtroppo) di tutte le forze reazionarie e conservatrici di fronte al rischio di vedere il Perù, per la prima volta, in mano ai “comunisti”. Di fronte ai risultati, ormai praticamente assodati, che vedono la vittoria di Castillo, come c’era da aspettarsi, la destra grida alla “frode elettorale”: per coloro che hanno sempre dominato il Perù, disprezzato gli “indios” dell’Altopiano e della Selva, considerandosi gli eredi di Pizarro e degli altri criminali “conquistadores” spagnoli del XVI secolo, è impensabile che un povero maestro, per di più “indio” possa diventare presidente. Un processo analogo a quello che ha attraversato la Bolivia di Evo Morales negli ultimi anni. Ovviamente non bisogna farsi troppe illusioni su ciò che vorranno e/o potranno fare “Perù Libre” (anche se si definisce “marxista-leninista-mariateguista*”) e il neo presidente. Sono già cominciate le dichiarazioni tese a tranquillizzare le classi dominanti peruviane ed estere (soprattutto quelle del poderoso “vicino” del Nord, gli USA), facendo capire che, alla fine, il progetto di Perù Libre si dovrebbe limitare ad una “socialdemocrazia” più o meno radicale. Resta comunque un fatto positivo questa inaspettata “svolta a sinistra” in Perù, che si inserisce, a quanto pare, in una nuova “ola progresista” latinoamericana (di cui i recenti avvenimenti cileni, boliviani e colombiani sembrano dare testimonianza): chi aveva profetizzato, solo tre o quattro anni fa, sulla crisi del “progressismo” latinoamericano e sulla “svolta a destra” continentale (simboleggiata soprattutto dalla vittoria del fascista-ultraliberista Bolsonaro in Brasile) avrà motivi di riflessione. Dal canto nostro, pur senza soverchie illusioni, dobbiamo cercare di impedire con ogni mezzo che le destre peruviane, latino-americane e planetarie impediscano con la forza l’insediamento del nuovo presidente.

Vittorio Sergi