Com’è noto, la versione definitiva del decreto “Sostegni-bis” non proroga il blocco dei licenziamenti in vigore dall’inizio della pandemia, come pubblicamente ipotizzato dal ministro del Lavoro Andrea Orlando a fianco del presidente del consiglio durante una conferenza stampa e come richiesto dai sindacati. A fine giugno dunque le imprese, salvo qualche eccezione, potranno tornare a licenziare i propri dipendenti.

Nei giorni scorsi, sia la Lega, con la sua sottosegretaria al Lavoro Tiziana Nisini, sia la Confindustria, con il suo presidente Carlo Bonomi avevano definito “inaccettabile” la proroga del blocco.

Come rivelato dall’INPS, attraverso la sua banca dati, le imprese, anche durante il blocco, hanno continuato a licenziare, certo in misura minore rispetto agli anni precedenti, ma comunque in misura cospicua. Nel 2020 ci sono state infatti 5.719.732 “cessazioni di contratti”, in gran parte dovute alla scadenza dei contratti a termine (che sono stati più di 2,2 milioni, superando i livelli del 2014-2016, un po’ sotto il livello record di quasi 3 milioni toccato nel 2018), ma comprendenti anche 383.688 licenziamenti economici e 124.502 disciplinari.

licenziamenti disciplinari sono addirittura aumentati nel 2020, arrivando a un nuovo record, sullo slancio delle norme introdotte 5 anni fa con il Jobs Act. Non a caso, in tutto il 2014 erano stati poco più di 70.000. Nel solo terzo trimestre dell’anno scorso questo tipo di licenziamenti ha sfiorato quota 40.000.

Infatti, molto spesso le imprese preferiscono inventarsi un licenziamento disciplinare per aggirare la norma della legge Fornero del 2012 che impone alle aziende il pagamento di un ticket (di circa € 500,00 per ogni anno di anzianità aziendale del dipendente da licenziare) nel caso di licenziamento economico.

Inoltre, il licenziamento presentato come disciplinare consentiva alle direzioni aziendali di aggirare il blocco dovuto alla pandemia.

Nel 2020 i licenziamenti economici sono stati 80.802 nel terzo trimestre e 89.949 nel quarto (trimestre “record” dell’anno), certo, molto meno dei 175.652 e dei 204.506 degli stessi trimestri dell’anno precedente (2019) ma più che sufficienti a dimostrare che i licenziamenti erano tutt’altro che bloccati.

Infatti numerose erano le deroghe concesse dal Decreto “Cura Italia” (decreto legge 18/2020) e ampiamente utilizzate dalle imprese. Restava legittimo licenziare i dipendenti inquadrati come “dirigenti”, operare licenziamenti economici per cessazione o per fallimento. E soprattutto si poteva licenziare a seguito di accordi aziendali con i sindacati e licenziare le lavoratrici “domestiche” (colf e badanti) e i dipendenti in prova o in apprendistato.

La Confindustria (con il codazzo delle forze politiche più allineate e della miriade di giornalisti al suo servizio) reclama lo “sblocco” perché denuncia che la norma restrittiva impedisce le assunzioni.

Quel che si vuole è che i senza lavoro, i disoccupati crescano perché questo è il principale antidoto contro le rivendicazioni e le lotte operaie. Più c’è gente che cerca lavoro, più le pretese delle lavoratrici e dei lavoratori si abbassano, per un lavoro purchessia, anche con un salario misero, senza diritti e senza sicurezza.

Le assunzioni, quelle che in gergo statistico si chiamano le attivazioni di rapporto di lavoro sono numericamente limitate a causa della crisi della domanda, della crisi economica e della situazione pandemica, dell’incertezza delle prospettive di profitto. Le aziende assumono solo il personale strettamente necessario. Non a caso, nei settori che, anche a causa della pandemia, hanno vissuto un’espansione (come nel digitale, nelle comunicazioni, ecc.), le assunzioni ci sono state.

La stessa possibilità di ristrutturare le imprese non è impedita dal blocco dei licenziamenti, ma dalla incertezza planetaria delle prospettive economiche. Si calcola che, se il trend del 2019 si fosse mantenuto, si sarebbero creati almeno 500.000 posti in più tra l’inizio 2020 e l’aprile 2021.

Il confronto tra il primo quadrimestre 2020 (solo per metà contrassegnato dalla pandemia) e quello di quest’anno mostra che le assunzioni sono assolutamente stabili: 1.429.000 nei primi quattro mesi del 2020 e 1.427.000 tra gennaio e aprile di quest’anno.

Essendo, come abbiamo detto, diminuite le cessazioni (dimissioni, licenziamenti economici o disciplinari, pensionamenti, decessi), il saldo del primo quadrimestre del 2021 è positivo (131.000 lavoratori in più), mentre l’anno scorso è stato negativo per 230.000. Nel 2019 (tra gennaio e aprile) l’incremento netto della forza lavoro occupata fu di 255.000 unità.

Ma la differenza più rilevante è che è aumentata la già gravissima propensione delle imprese ad assumere a tempo determinato. Sempre confrontando i primi quattro mesi degli anni 2020 e 2021, le assunzioni a tempo determinato sono aumentate di 34.000 unità e quelle a tempo indeterminato sono scese di 56.000 (proseguendo il trend già verificato nel 2019). Anche le trasformazioni dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato sono diminuite di 27.000 unità.

Dunque, tra un mese, il blocco dei licenziamenti decadrà e le aziende potranno liberamente licenziare. Le previsioni quantitative (che vanno dai 600.000 posti distrutti al milione) sono tutte discutibili, ma le crisi aziendali in corso sono numerosissime e coinvolgono già centinaia di migliaia di dipendenti, senza contare la crisi di tante microaziende che si sviluppa nel silenzio mediatico e nell’inerzia sindacale.

La Cgil protesta e chiede tempo senza riflettere su quanto non è stato fatto in passato né su quanto bisognerebbe fare ora. Il governo conferma il suo asservimento ai diktat di Confindustria che non ha mai digerito il blocco dei licenziamenti e ora, finalmente dal suo punto di vista, ottiene soddisfazione. Dal 1° luglio si potrà licenziare liberamente nell’industria e nell’edilizia e dall’autunno potranno farlo anche le piccole imprese esentate dai contributi per la Cassa integrazione.

Anche questo è il “ritorno della normalità”, dato che per i padroni e per i loro leccapiedi il fatto che qualcuno possa, senza battere ciglio, buttare sul lastrico migliaia di persone modificandone brutalmente la vita fa parte del funzionamento “ordinario” della società. Peraltro anche la Cgil chiede un’ulteriore proroga solo per avere il tempo di mettere a punto con il governo un sistema di ammortizzatori sociali un po’ più razionale di quello lasciatoci dal governo Renzi.

Questo cedimento totale alla volontà di Confindustria paradossalmente viene collocato in un decreto che già destina decine di miliardi alle imprese e in un momento nel quale il mondo imprenditoriale si sta leccando i baffi assaporando le centinaia di miliardi che il PNRR gli promette.

Dunque, sarebbe il momento per tutti i sindacati di imporre, per un senso perlomeno di equilibrio anche sul versante sociale e delle classi subalterne, misure straordinarie che la facciano finita con la “normalità” capitalistica dei licenziamenti, per la requisizione delle aziende che licenziano, per una drastica riduzione degli orari di lavoro, da esigere attraverso forme “non normali” di lotta.

Invece si percepisce con forza il carattere esclusivamente propagandistico delle minacce di sciopero generale ventilate da Maurizio Landini, al solo scopo di mendicare uno strapuntino al tavolo di confronto sul PNRR.

E, occorre dirlo, anche il persistente atteggiamento testimoniale delle iniziative intraprese da vari sindacati conflittuali, incapaci, persino in un momento cruciale come questo, di trovare forme e iniziative di unità nella lotta.

Da union-net.it