La multinazionale cerca di compensare le emissioni causate dalla sua attività estrattiva acquistando crediti di carbonio da programmi di conservazione delle foreste (Redd+). L’unico progetto attivo è in Zambia. Un nuovo rapporto di Greenpeace e ReCommon svela le manovre del cane a sei zampe, bravo a buttarci fumo negli occhi.

Luca Manes (ReCommon)

Gli investimenti di Eni in progetti di conservazione delle foreste? Solo un’operazione di greenwashing, in base a quanto spiegano Greenpeace e ReCommon nella loro ultima pubblicazione Cosa si nasconde dietro l’interesse di Eni per le foreste.

Il rapporto analizza come la più importante multinazionale italiana faccia uso dello strumento Redd+ (Reducing emissions from deforestation and forest degradation in developing countries) così da compensare le copiose emissioni causate dalle sue attività estrattive attraverso l’acquisto di crediti di carbonio da progetti di conservazione delle foreste. Il funzionamento dei crediti di carbonio è simile a quello dei titoli azionari, ma invece di quote societarie essi rappresentano il diritto a emettere CO2.

Presunta sostenibilità

I progetti di conservazione delle foreste sono uno dei temi su cui Eni gioca ormai da anni per rivendicare la sua presunta sostenibilità ambientale. Durante l’assemblea degli azionisti del 2019, l’ultima a porte aperte, l’amministratore delegato Claudio Descalzi rivendicò addirittura l’intenzione dell’azienda di piantare alberi su una superficie di 8,1 milioni di ettari in tutto il pianeta. Salvo poi correggere il tiro parlando di “tutela”, ovvero: niente alberi “nuovi”, ma protezione di quelli esistenti. Di fatto, smentendo il contenuto di un’intervista rilasciata al Financial Times appena due mesi prima.

Il cane a sei zampe ha annunciato di aver siglato accordi per progetti Redd+ in vari paesi africani: Zambia, Mozambico, Ghana, Repubblica democratica del Congo e Angola. L’unico attivo è il Luangwa Community Forests Project (LCFP), in Zambia.

Situato nella Provincia Orientale del paese, l’LCFP interessa una superficie di oltre 940mila ettari e si presenta come il più grande progetto di compensazione di CO2 del continente. Fu elaborato nel 2014 da una ditta chiamata BioCarbon Partners. 

Quando, nel novembre 2020, Eni ha confermato l’acquisto di crediti di carbonio dall’LCFP, ha anche annunciato di voler continuare nel suo intento fino al 2038. Eni è diventata anche «membro attivo della governance del progetto». Secondo la società, l’acquisto di crediti ha portato nelle casse dei 12 chiefdom coinvolti nell’LCFP la cifra di 2,5 milioni di dollari. Ovvero, circa 14,5 dollari a persona l’anno.

La credibilità degli schemi di compensazione, tuttavia, risulta compromessa dal fatto che si basano su un assunto impossibile da verificare. Si presumono riduzioni di emissioni sulla scorta di ciò che sarebbe accaduto se tali progetti non fossero stati realizzati. Stime aleatorie, che si rivelano di importanza fondamentale per tenere in vita ancora per decenni il modello dell’estrazione dei combustibili fossili.

«Acquistando crediti sul mercato del carbonio o investendo direttamente in presunti progetti di conservazione, aziende come Eni possono presentarsi come protettrici della biodiversità, nonostante le loro attività estrattive continuino a causare la distruzione degli ecosistemi su cui ricadono le loro concessioni, come per esempio nel Delta del Niger o in Mozambico» ha dichiarato Alessandro Runci di ReCommon.

Il trucco

Grazie a questa tipologia di progetti, l’Eni – l’azienda italiana con il più alto livello di emissioni di gas serra – è in grado di scrivere nel suo piano di decarbonizzazione che il gas fossile costituirà una parte centrale del proprio business persino oltre il 2050, affermando al contempo che, per quell’anno, la società avrà raggiunto l’obiettivo di emissioni nette zero.

Alla base di questo paradosso c’è proprio il controverso meccanismo di compensazione della CO2, che consente alle multinazionali del fossile di riportare un volume di emissioni molto inferiore rispetto a quello di cui è effettivamente responsabile.

Malgrado sia noto che l’efficacia di questo meccanismo in termini di riduzione delle emissioni sia alquanto discutibile, specialmente se utilizzato a compensazione di emissioni generate, in numerose occasioni il Redd+ si è rivelato estremamente efficace nel ripulire l’immagine delle industrie più inquinanti, consentendo loro di nascondere il proprio impatto climatico.

Nel frattempo, spesso accade che comunità locali, tradizionali e popoli indigeniinteressati dai Redd+ non vedano riconosciuto il proprio diritto alla terra e, anzi, vengano rappresentati come una minaccia per la biodiversità e per le foreste, a causa di pratiche culturali o di sussistenza. Oltre al danno la beffa, dal momento che spesso sono invece proprio queste comunità a difendere le foreste dagli attacchi della grande industria estrattiva e agro-alimentare, anche a costo della vita.

«Ancora una volta Eni cerca di gettarci fumo negli occhi provando a farci credere di aver intrapreso una seria svolta green», è il commento di Martina Borghi di Greenpeace Italia. «Ma la verità è un’altra: investirà solo lo 0,8% del suo profitto lordo in progetti che non vanno alla radice del problema della deforestazione, riducendo le emissioni solo sulla carta e per di più con cifre che appaiono gonfiate. Il tutto mentre, nei prossimi quattro anni, prevede di aumentare le estrazioni di gas e petrolio. Siamo insomma di fronte all’ennesimo atto di greenwashing da parte dell’azienda».

Per Borghi e per Greenpeace l’unico atto concreto da compiere da parte dell’Eni per tutelare il clima consisterebbe nell’abbandono totale dei combustibili fossili. Difficile che con queste strategie societarie ciò avvenga a breve, specialmente se si potrà “vantare” di aver salvato l’Africa dalla deforestazione.