4. La via al potere

L’ultimo saggio politico scritto da Engels, definito erroneamente il suo “testamento politico” in quanto al tempo nessuno era a conoscenza della malattia che lo avrebbe portato alla morte nell’agosto del 1895, è l’Introduzione a una raccolta di saggi di Marx del 1850, a cui Engels aveva dato il titolo “Le lotte di classe in Francia 1848-1850”. Questo testo, scritto nel febbraio 1895, fu fin da subito oggetto di polemiche. Una serie di dirigenti del partito tedesco, i due presidenti, Bebel e Singer, il segretario Auer e il responsabile delle edizioni di partito, Fischer, fin dal 6 marzo (lo stesso giorno in cui l’autore aveva licenziato le bozze corrette, inviandole in tipografia) richiesero a Engels una serie di tagli al testo, tagli che vennero accettati in gran parte da Engels, sia pur con riluttanza. La motivazione di questi tagli era non facilitare il governo che stava cercando di far approvare una nuova legge antisocialista, che alla fine venne rigettata dal Parlamento nel maggio 1895. Il 30 marzo Liebknecht pubblicò sull’organo quotidiano del SPD (Vorwärts) di cui era redattore capo alcuni estratti con il titolo “Come si fanno oggi le rivoluzioni”, che provocò l’ira di Engels in quanto il testo era “così sconciato che io vi appaio come un pacifico sostenitore della legalità quand même” – una cosa “vergognosa” per l’autore, che aggiungeva che secondo l’ottica di Liebknecht Marx sarebbe stato annoverato tra gli anarchici. Per rimediare a questa operazione l’intero testo, con i tagli concordati, venne pubblicato in anteprima sulla Die Neue Zeit ad aprile, in due puntate, e da qui venne tradotto in varie lingue. In Italia un estratto venne pubblicato sulla Critica sociale già a maggio (con il titolo “L’evoluzione della rivoluzione”) e poi in opuscolo con una prefazione di Turati, mentre la versione completa della Die Neue Zeit venne pubblicata nel 1896 nel volume che riuniva i saggi di Marx del 1850. Nel 1899 Bernstein pubblicò il suo famoso libro che teorizzava la necessità del “revisionismo”, a suo avviso derivazione e approfondimento di quanto Engels aveva scritto poco prima di morire (anche se per Bernstein questo scritto di Engels in realtà “nasconde più di quanto non dica esplicitamente”). Lo stesso anno Kautsky, negando recisamente la pretesa filiazione del revisionismo dall’ultimo Engels, rivelò pubblicamente che il testo engelsiano era stato modificato, e sfidò (inutilmente) Bernstein a pubblicare il testo originale senza tagli (Bernstein era erede, con Bebel, del lascito di tutti i manoscritti di Engels). Nel 1918, al congresso di fondazione del KPD, la Luxemburg fece propria una versione soft di quanto aveva affermato Bernstein, e cioè che il testo di Engels autorizzando il “nient’altro-che-il-parlamentarismo” era all’origine della “concezione che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella socialdemocrazia tedesca ufficialmente fino all’ultima ora e che è corresponsabile del fatto che noi abbiamo vissuto il 4 agosto 1914”, pur aggiungendo che se Engels fosse rimasto vivo si sarebbe opposto alle successive degenerazioni. Esattamente due anni prima la Armand aveva sostenuto una cosa del genere, che Engels era il padre del “radicalismo passivo” della socialdemocrazia tedesca, attirandosi le ire di Lenin.

Il dossier di fonti relative all’ultimo scritto politico di Engels era stato aperto nel 1900 da Lafargue, che aveva pubblicato nel Le socialiste una lettera di Engels dell’aprile 1895, e poi vi aveva contribuito Kautsky, che nel 1908 ne pubblicò due (del marzo e dell’aprile 1895) nella Die Neue Zeit (ripubblicate nel suo volume dell’anno successivo). Solo nel 1924 videro finalmente la luce i brani di Engels tagliati su sollecitazione della direzione del SPD, pubblicati in Urss in un articolo di Rjazanov, tradotto in Italia da L’Unità nel 1926, con una presentazione non firmata intitolata “Una falsificazione socialdemocratica” (la prima versione veramente integrale in italiano dell’Introduzione apparve a Mosca nel 1944). Dopodichè si sono succeduti vari apporti a questo dossier, finalmente completato nel 1967 con la pubblicazione da parte di Steinberg della lettera di Engels a Fischer dell’8 marzo 1895, e di due lettere di Fischer dello stesso mese. Nonostante la completezza di questo dossier, anche dopo il 1967 molti commentatori hanno confuso l’ “affaire tagli” con l’ “affaire Liebknecht”, generando non poca confusione.

I commenti a questo testo sono innumerevoli – io ne ho ritrovati una sessantina tra volumi e saggi, ma sono certamente molti di più, con le valutazioni e interpretazioni più varie, da chi lo ritiene un testo chiave nel pensiero di Engels, a chi invece lo ritiene una semplice ripetizione di considerazioni più volte fatte, da chi lo ritiene un testo del tutto deludente, a chi riprende arricchendole le vecchie considerazioni di Bernstein e a chi invece riprende arricchendole le vecchie considerazioni di Kautsky.

Quello che intendo sviluppare è analizzare la visione di Marx ed Engels della “via al potere” da parte della classe lavoratrice, più o meno approssimativamente dalla fondazione dell’Internazionale in poi, collocando quindi lo scritto del 1895 di Engels in una analisi più complessiva. Ho già ricordato che qui intendo per rivoluzione un cambio di classe al potere dello Stato. Come ben diceva Kautsky nel 1902:

L’antitesi tra riforma e rivoluzione sociale non consiste in questo, che in un caso si adoperi la violenza e nell’altro no. Ogni provvedimento giuridico e politico è un provvedimento violento, che viene attuato mediante la potenza dello Stato. Neanche speciali forme di violenza – lotta nelle piazze o barricate – formano la sostanza di una rivoluzione, in contrasto con la riforma. Queste forme sono dovute a speciali circostanze, non sono connesse necessariamente con una rivoluzione, e possono perfino accompagnare un movimento di riforma… la conquista del potere politico per opera di una nuova classe. In questo consiste la differenza essenziale tra rivoluzione e riforma. I provvedimenti che tendono ad adattare la soprastruttura giuridica e politica della società alle variate condizioni economiche sono riforme se esse partono dalle classi che fin allora hanno dominata la società politicamente ed economicamente – esse sono riforme, anche quando non siano concesse volontariamente, ma siano strappate per la pressione delle classi dominate o per la forza delle circostanze; invece tali provvedimenti sono emanazioni di una rivoluzione, quando essi sono impartiti da una classe, che finora fu economicamente e politicamente oppressa, e che ora ha conquistata la forza politica, della quale si deve necessariamente servire, nel proprio interesse, a trasformare più o meno lentamente tutta la soprastruttura politica e giuridica e creare nuove forme della convivenza sociale… Non la tendenza alle riforme sociali, ma il limitarsi per principio ad esse, distingue il riformista dal rivoluzionario… Una riforma sociale può essere benissimo compatibile cogli interessi delle classi dominanti; essa lascia pel momento inalterata la loro potenza sociale ed in certi casi può anche perfino rafforzarla. Una rivoluzione sociale al contrario è fin da principio inconciliabile cogli interessi delle classi dominanti, poiché essa, in qualunque condizione si svolga, significa l’annichilamento della loro potenza politica.

Come può la classe lavoratrice arrivare al potere? Va da sé che non si intende qui la modalità desiderata, che è ovvia, ma quella verosimile, pur nell’indeterminatezza data dal fatto che qualsiasi processo rivoluzionario è condizionato da situazioni non predefinibili a priori, inclusi fattori casuali. Come scriveva Marx nel 1871 “sarebbe assai comodo fare la storia universale, se si accettasse battaglia soltanto alla condizione di un esito infallibilmente favorevole. D’altra parte, questa storia sarebbe di natura assai mistica se le ‘casualità’ non vi avessero parte alcuna. Queste casualità rientrano naturalmente esse stesse nel corso generale dell’evoluzione e vengono a loro volta compensate da altre. Ma l’accelerazione e il rallentamento dipendono molto da queste ‘casualità’ tra cui figura anche il ‘caso’ del carattere delle persone che si trovano da principio alla testa del movimento”.

Marx ed Engels hanno sempre definito “tattiche” le scelte da adottare perché la classe lavoratrice arrivi al potere, mai “strategia”, per il semplice motivo che le scelte a loro avviso migliori sono sempre determinate dalla specifica congiuntura storica, e ogni congiuntura storica include le azioni del nemico di classe, che impone una tattica anziché un’altra (“la tattica dipende dal mutare delle circostanze, e siamo costretti a farcela dettare dall’avversario”). La congiuntura storica dev’essere valutata non solo a livello nazionale, ma anche nella sua dimensione internazionale, dimensione spesse volte dimenticata – come scriveva un Lenin furioso alla Armand all’inizio del 1917: “nell’Europa occidentale si è formato un sistema (NB questo!! pensateci!! non dimenticatelo!! viviamo non solo in Stati singoli, ma anche in un determinato sistema di Stati; agli anarchici è permesso di ignorarlo, ma noi non siamo degli anarchici), un sistema di Stati in generale costituzionali, nazionali”. E quindi per definizione le tattiche devono essere flessibili, mutevoli, nello spazio e nel tempo, considerando i processi all’opera entro i singoli paesi e nei loro rapporti, in un dato “sistema di Stati” storicamente dato. È la “strategia” che non cambia, quella espressa fin dai tempi del Manifesto: “L’obiettivo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri partiti proletari: formazione del proletariato come classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato… Tutti i movimenti finora sono stati movimenti di minoranze o nell’interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento autonomo dell’immensa maggioranza nell’interesse dell’immensa maggioranza”.

Tenendo a mente questi criteri, si possono comunque fare una serie di considerazioni molto generali, forse anche talvolta ovvie, che tuttavia molti commentatori a volte dimenticano. In paesi dispotici, dove “l’immensa maggioranza” viene oppressa, non ha alcun diritto politico e non ha alcuna opportunità di far sentire la propria voce con metodi legali, è di buon senso immaginare che la via al potere prenderà aspetti necessariamente illegali, e la rivoluzione avrà forme violente. Come succintamente diceva Marx nel 1871: “Dobbiamo dire [ai governi]: agiremo contro di voi pacificamente laddove ci sarà possibile, e con le armi quando sarà necessario”. Ma Marx ed Engels aggiungevano che in questi paesi la rivoluzione avrebbe con ogni probabilità stabilito delle forme politiche democratiche ma sotto dominio borghese. Questo per il motivo che i paesi dispotici loro contemporanei erano per lo più sistemi sociali complessi, con forti residui feudali o parafeudali, e quindi la lotta non era solo direttamente tra classe lavoratrice e borghesia. La “conquista della democrazia” era un passaggio (quasi) obbligato, anche se Engels ebbe delle oscillazioni negli anni ‘890 per quanto attiene la Germania, dove esisteva un movimento operaio molto forte e una borghesia liberale numericamente insignificante e politicamente pusillanime, e dove quindi un passaggio diretto dal Reich guglielmino al potere dei lavoratori era immaginabile; ma mantenne sempre aperta la prospettiva che tutte le forze borghesi tedesche, anche le più reazionarie, a fronte di una situazione rivoluzionaria, si unissero sotto la bandiera della democrazia per salvarsi dal crollo, e che riuscissero a gestire il passaggio a una “repubblica democratica” borghese, anche grazie all’apporto dei settori “opportunisti”, riformisti, del movimento operaio. Quello che Marx ed Engels hanno sempre affermato (con la parziale eccezione qui ricordata) era che la lotta finale tra proletariato e borghesie si sarebbe svolta in regimi di repubblica democratica borghese libera di residui precapitalisti. Le caratteristiche fondamentali della “repubblica democratica” erano ovviamente un suffragio almeno tendenzialmente universale, il fatto che la rappresentanza fosse tendenzialmente in linea con i voti espressi, escludendo quindi elezioni censuarie dove la maggioranza della popolazione poteva votare ma non poteva eleggere quasi nessuno, il potere del parlamento sull’esecutivo (il potere legislativo doveva tenere in mano “i cordoni della borsa”), la garanzia delle libertà democratiche basilari (di parola, di stampa, di riunione, di associazione, ecc. ecc.). Quello che contava erano questi aspetti fondamentali, mentre tutti i dettagli che rendevano più o meno democratica la repubblica in questione (maggiore o minore corrispondenza tra voto ed eletti, esistenza o meno di una “camera alta”, esistenza o meno di un presidente con poteri discrezionali, funzionamento concreto della giustizia, ecc.) erano solo oggetto di battaglie specifiche da parte dei movimenti operai di ciascun specifico paese, con le proprie peculiarità istituzionali.

L’atteggiamento di Marx ed Engels verso la repubblica democratica borghese è stato ben messo in luce da Leipold nel 2017:

Mentre la repubblica borghese era insufficiente per una vera emancipazione, era tuttavia, nell’analisi [di Marx], un passo necessario in questa direzione. In altre parole, per realizzare il comunismo, il proletariato doveva prima stabilire la repubblica. Marx diceva che la repubblica borghese era “il terreno della lotta per la sua emancipazione rivoluzionaria” anche se “non era affatto questa stessa emancipazione”. Una volta conquistato questo “terreno”, la battaglia successiva sarebbe stata combattuta tra comunismo e capitalismo… Marx suggerisce in diversi punti che i regimi monarchici, sia assolutisti che costituzionali, riuscivano a nascondere meglio la sottostante oppressione sociale del capitalismo… Secondo Marx, la repubblica borghese apre spazi politici per la contestazione ideologica, e una volta che lo spazio è stato aperto è molto difficile spegnerlo di nuovo. Ad es., in un passaggio che celebra la virtù della deliberazione democratica, Marx sostiene che la repubblica borghese “vive della discussione: come può proibire [ora] la discussione?”, che il “club di discussione che è il parlamento viene necessariamente completato dai clubs di discussione dei salotti e delle osterie”, e poiché “rimette tutto alla decisione delle maggioranze; come le grandi maggioranze non dovrebbero voler decidere al di fuori del parlamento?”. In questa nuova atmosfera democratica liberatrice “ogni interesse, ogni istituzione sociale viene trasformato… in idea generale, e dibattuto come idea”, e una volta che ogni aspetto della vita politica e sociale è aperto alla critica e deve giustificarsi, Marx chiede, “come può quindi un interesse qualsiasi, una istituzione qualsiasi, elevarsi al di sopra del pensiero e imporsi come articolo di fede?”… Engels inizia con la nota affermazione che, sebbene la repubblica sia l’ “ultima e più perfetta forma di dominio borghese”, viene introdotta dai borghesi solo con il “massimo disappunto” ed è persino “loro imposta”… Così, per Engels, la repubblica porta la vita politica in condizioni razionali moderne, dove le vecchie credenze superstiziose nell’autorità e nella tradizione sono scomparse, e le istituzioni non possono quindi semplicemente continuare ma devono invece giustificare la propria esistenza. L’implicazione di queste considerazioni (sebbene Engels non lo spieghi chiaramente) è che la borghesia troverà molto più difficile giustificare il proprio governo in queste nuove condizioni. Di fronte alla necessità di giustificarsi, il governo borghese è esposto alla continua sfida di coloro su cui governa. Su questa base, Engels conclude che nella repubblica borghese “la lotta di classe si libera delle sue ultime catene” e che, quindi, la repubblica moderna “non è altro che il palcoscenico senza ingombri per l’ultima grande lotta di classe della storia universale” – “l’enorme significato della repubblica moderna sta in questo”.

Nel 1878 con tono sarcastico Marx scriveva: “la democrazia volgare vede nella repubblica democratica il regno millenario e non si immagina nemmeno che proprio in quest’ultima forma statale della società borghese la lotta di classe deve essere portata definitivamente a conclusione”, ed Engels nel 1892 ricordava: “Marx e io, da quarant’anni, abbiamo ripetuto a sazietà che per noi la repubblica democratica è la sola forma politica nella quale la lotta tra la classe operaia e la classe capitalista può inizialmente universalizzarsi, e poi arrivare alla conclusione con la vittoria decisiva del proletariato”. Kautsky nel 1893 diceva che non si dovevano condividere le illusioni democratiche, perché l’unico pregio della repubblica democratica era di costituire un campo di battaglia dove il proletariato poteva muoversi liberamente e ingaggiare la battaglia decisiva. Un Bernstein divenuto “revisionista”, cinque anni dopo, stigmatizzava questa visione come quella per cui la democrazia costituiva “un mezzo politico buono soltanto nella misura in cui serve alla classe operaia come leva da maneggiare per farla finita con il capitale” (nel frattempo lui aveva fatto la grande scoperta che “la democrazia [invece] è l’assenza del dominio di classe”). A Kautsky che nel 1905 scriveva: “la borghesia è ansiosa di usare tutti i mezzi che la repubblica le offre per sopprimere il proletariato. Si impegna nel tanto decantato ‘ingannare i lavoratori’ sulla più tremenda scala… corrompendo sistematicamente le masse, inondando il paese con una stampa venale e corrotta, comprando voti alle elezioni, pagando influenti leader sindacali… Questi sforzi non hanno mai avuto più successo che nella repubblica”, Marx ed Engels avrebbero obiettato che la borghesia non poteva non fare questi sforzi, perché in una repubblica democratica la borghesia poteva governare solo con i voti dei lavoratori, ma avrebbero negato recisamente che “questi sforzi non hanno mai avuto più successo che nella repubblica”, in quanto in una repubblica democratica sono garantiti alla classe lavoratrice gli spazi e i mezzi per contrastare tutto questo. Che poi la classe lavoratrice non lo faccia è un altro discorso… La repubblica democratica per Marx ed Engels è un paradosso, è la suprema istituzione borghese che è vitale per la classe operaia, ma di cui la borghesia può fare a meno.

In generale Marx ed Engels preferivano i metodi di lotta più economici, quelli che costavano meno sacrifici agli operai. Engels nel 1893 scriveva che “la prossima meta del movimento operaio è: la conquista del potere politico per e da parte della classe operaia. Se siamo d’accordo su questo… la tattica migliore è in ogni paese quella che conduce alla meta nel tempo più breve e nel modo più sicuro”. Ma quanti malintesi e fraintendimenti sono sorti concretamente cercando di applicare questa regola semplice e banale! Via parlamentare, via pacifica, via legale, “nient’altro-che-il-parlamentarismo”, ruolo della burocrazia e del militarismo, ruolo delle riforme, ruolo degli scioperi generali e/o politici, ecc. Bisogna riconoscere che questi fraintendimenti sono stati autorizzati dal linguaggio che utilizzava Engels, ben poco attento a sottigliezze terminologiche soprattutto nelle comunicazioni private, dove la sostanza di quello che affermava era chiara ai suoi interlocutori e poteva quindi procedere con espressioni spicce.

Si è già visto Engels parlare per l’Inghilterra di “conquista del parlamento” come sinonimo di conquista del potere politico. Ma via parlamentare al potere significa via pacifica? Assolutamente no. Kautsky chiedeva: come è possibile “trasformare la posizione della classe capitalistica ed espropriarla senza che essa se ne accorga”? Forse con “l’astuzia diplomatica, che vuole portare la società capitalistica al socialismo in modo tale che non se ne renda conto”? E concludeva, chiedendo in modo retorico: “a chi rinuncia fin dall’inizio a un qualsiasi impiego della forza, che cosa resta all’infuori del cretinismo parlamentare e dell’astuzia dell’uomo di Stato”? Con ironia profetica scherniva nel 1909 chi si illudeva del “nostro secolo illuminato della democrazia, dell’etica e dell’amore per l’umanità”. E ancora, nel 1908: “Ci si aspetta forse che gli sfruttatori ci guardino bonariamente mentre noi prendiamo una posizione dopo l’altra e ci prepariamo per il loro esproprio? Se la pensiamo così, viviamo sotto una potente illusione. Immaginiamo per un momento che la nostra attività parlamentare assuma forme che minacciano la supremazia della borghesia. Cosa succederebbe? La borghesia cercherebbe di porre fine alle forme parlamentari. In particolare, preferirebbe abolire il voto universale, diretto e segreto, piuttosto che capitolare silenziosamente al proletariato. Quindi non ci viene data la scelta se limitarci a una lotta puramente parlamentare”. In tutte queste affermazioni Kautsky non faceva che riprendere la quasi sicurezza di Marx ed Engels, continuamente ripetuta nel corso di decenni, che una proslavery rebellion si sarebbe scatenata nell’ipotesi di una presa del potere dei lavoratori, foss’anche rigorosamente parlamentare, o più probabilmente per impedire preventivamente questa presa del potere – Marx non riteneva che il suffragio universale potesse mantenersi in un periodo di lotte di classe decisive, tali da portare a una maggioranza elettorale proletaria, “ci sono dieci possibilità contro una” che il suffragio non venisse mantenuto, per Engels nel 1892 e poi ancora nel 1894. Nel 1878 Marx scriveva: “Nel caso in questione lo scopo è l’emancipazione della classe operaia e il sovvertimento (trasformazione) della società in essa contenuto. Uno sviluppo storico può restare ‘pacifico’ fino a quando non gli sbarrano la strada degli ostacoli violenti posti da coloro che sono di volta in volta i detentori sociali del potere. Se ad es. la classe operaia ottenesse la maggioranza parlamentare o congressuale in Inghilterra o negli Stati Uniti, potrebbe eliminare in modo legale le leggi e le istituzioni che si oppongono al suo sviluppo, e anche soltanto nella misura in cui lo sviluppo sociale lo richiederebbe. Nondimeno, il movimento ‘pacifico’ potrebbe diventare improvvisamente ‘violento’ per la ribellione di coloro che sono interessati al mantenimento della vecchia situazione; se questi (come la Guerra civile americana e la Rivoluzione francese) vengono piegati con la violenza lo sono in quanto ribelli contro la violenza ‘legale’”. Tuttavia Marx ammetteva che non si può escludere a priori una via parlamentare al potere che sia al contempo una via pacifica. Scrivendo dell’Inghilterra nel 1880 affermava che se prima di arrivare al potere per via parlamentare i lavoratori organizzati fossero riusciti, con le loro mobilitazioni e combattività, a strappare via via sempre più concessioni alla borghesia, e sempre più importanti, economiche e politiche, una volta al potere la borghesia sarebbe stata così demoralizzata, così abituata a cedere di fronte a un movimento operaio visto quasi come invincibile, che forse avrebbe rinunciato a qualsiasi ribellione. Una ipotesi astratta, e altamente problematica, che veniva avanzata da Marx per criticare la classe operaia inglese che seguiva una strategia di autolimitazione, fatta di poche richieste, poche lotte, e zero combattività, “la classe operaia inglese non sa come esercitare la propria forza, né come utilizzare le proprie libertà, due cose che possiede legalmente”. In pratica Marx diceva che se c’era una possibilità su cento di una via pacifica al potere la classe operaia inglese la rendeva impossibile, con il suo comportamento, e rendeva inevitabile una “rivoluzione violenta”. In privato Marx ed Engels valutavano anche la possibilità che la classe lavoratrice al potere potesse procedere ad espropri con indennizzi (riuscendo “a comprare tutta questa banda”), se questo fosse stato sufficiente a evitare una proslavery rebellion. Ma a parte queste ipotesi molto aleatorie (ma comunque da tentare, perché una via pacifica è ovviamente di gran lunga preferibile a una via violenta) rimane che una via parlamentare al potere sarà con ogni probabilità “violenta”. Per questo per Marx ed Engels era fondamentale che in tutti i paesi a suffragio universale vi fosse il suo pendant, la coscrizione universale, in modo che tutti sapessero usare le armi (anche se poi procurarsele al momento opportuno non sarebbe stato certo facile…), e che il primo passo di un eventuale governo operaio fosse lo scioglimento degli eserciti permanenti e l’armamento popolare.

La via parlamentare è una “rivoluzione di maggioranza”? L’espressione è stata coniata dalla Longinotti per descrivere la presunta innovazione del testo engelsiano del 1895. Ma tutte le rivoluzioni, anche e soprattutto quelle non parlamentari, quelle insurrezionali, sono “rivoluzioni di maggioranza” – anzi queste rivoluzioni sono ben più esigenti, e richiedono la partecipazione attiva di ben più del 51% della popolazione per poter essere vittoriose e durature! Tutti i rivoluzionari socialisti (non solo Marx ed Engels) hanno sempre cercato l’adesione nella rivoluzione della “maggioranza”, anche i blanquisti. Solo ex post, se la maggioranza non si fa vedere, allora questa o quella azione rivoluzionaria si rivela un “colpo di sorpresa” senza conseguenze (se non qualche morto e un bel po’ di galera), fatta da una piccola minoranza in mezzo all’indifferenza generale. Engels nel 1895 distingueva tutt’altro: tra il cercare l’adesione della maggioranza nel corso dello sviluppo rivoluzionario, come tutti i socialisti fecero nel 1848, e il cercare l’adesione della maggioranza prima di iniziare uno sviluppo rivoluzionario. Che qualsiasi rivoluzione, parlamentare o insurrezionale, richieda la mobilitazione della maggioranza è una banalità che va da sé.

Via parlamentare al potere significa via legale? In generale l’importante è non avere pregiudizi – come scriveva Engels plaudendo gli operai che “non nutrivano pregiudizi sulla legalità dei mezzi per conquistare il potere”. In specifico si tratta di vedere quali leggi ci sono, in ogni singolo paese considerato. Marx era furioso nei confronti di chi andava contro la logica pur di rimanere nei “confini di ciò che è permesso dalla polizia”. Così ad es. in Gran Bretagna da più di tre decenni fare scioperi di solidarietà è un reato… uno sviluppo futuro del movimento dei lavoratori britannici sarà di certo illegale sotto questo aspetto (anche in Italia da sempre lo sciopero di solidarietà è un reato penale, ma con una serie di eccezioni fissate dalla giurisprudenza). Ma bisogna distinguere due significati diversi del termine “legalitarismo”, come usato da Engels. “Legalitarismo (1)” è quello che accetta le leggi ma rifiuta di essere posto fuori dal “diritto comune”, cioè è quello che accetta le regole costituzionali ma rifiuta di sottomettersi a soprusi e arbitrii (come il divieto di scioperi di solidarietà e tantissimo altro, in tutti i paesi e in ogni periodo storico). In questo significato di legalitarismo rientra anche la scelta di rispettare questa o quella legge perché il prezzo da pagare sarebbe troppo alto – come nel caso di spostare la celebrazione del 1° maggio in Germania alla domenica successiva (lo sciopero il 1° maggio avrebbe portato a serrate generalizzate e alla distruzione finanziaria del partito, per cui era logico evitare questo passo). “Legalitarismo (2)”, molto più stringente, è quello che invece si piega anche a soprusi e arbitrii, è quello che ti impone di rimanere nei “confini di ciò che è permesso dalla polizia” pur se è contrario alla logica. Engels fu a favore del “legalitarismo (1)” in tutti i paesi democratici, e in quelli in cui i partiti operai non erano costretti all’illegalità – per la Germania dopo il 1890 l’ha ripetuto ad nauseam. La prima e unica volta che propose il “legalitarismo (2)” fu nel 1895 esclusivamente per la Germania, e solo momentaneamente e in modo condizionato. I motivi di questo approccio alla situazione tedesca li affronterò più avanti, ma il rigetto generalizzato del “legalitarismo (2)” ha ragioni profonde nel pensiero di Engels. La ragione è semplice. Ovviamente una via parlamentare implica un partito politico dei lavoratori che si presenta alle elezioni e fa propaganda elettorale, ma la forza elettorale del partito dipende dal “movimento reale” della classe dei lavoratori, dai movimenti di massa che cambiano la società e che hanno a seconda dei paesi e dei periodi storici forti connotati illegali – la forza elettorale del partito dipende da qualcosa di più profondo della “x” segnata su una scheda elettorale, dipende molto dal non legalitarismo del partito, della classe, dei suoi movimenti. La forza elettorale del partito dipende dalla forza del partito dei lavoratori, dipende dalla forza della classe dei lavoratori nella lotta di classe, è l’espressione politica della lotta di classe – per questo Engels era furioso contro gli “opportunisti” per cui il voto era tutto, e per guadagnare voti in più corteggiavano ogni sorta di piccolo borghesi e borghesi. Per Engels la forza elettorale del partito era importante solo nella misura in cui era espressione della lotta di classe, lotta di classe che per definizione non può essere “legalitaria”, perché è una lotta, una questione di forza. Un esempio chiaro di quanto precede è l’atteggiamento di Engels nei confronti della “battaglia di Leeds” dell’estate 1890. Gli avvenimenti sono stati così riassunti da Thompson:

Il culmine del nuovo sindacalismo di Leeds… arrivò con lo sciopero (o serrata) del gas del giugno-luglio 1890. La rapida organizzazione dell’inverno precedente aveva vinto, senza lotte, enormi guadagni per i lavoratori, compresa la giornata di otto ore. Nell’estate del 1890, con la caduta della domanda di gas, il Sottocomitato Gas del Consiglio municipale dominato dai liberali, decise di contrattaccare e di imporre il ritiro di alcune concessioni. Ne seguì una lotta breve, ma violenta ed estremamente rabbiosa. Il Comitato del gas si era alienato le simpatie della classe operaia e di gran parte della classe media con una serie di tattiche stupide e arroganti, in particolare i suoi elaborati tentativi di rimpiazzare (spesso con falsi pretesti) i lavoratori locali con crumiri importati da grandi distanze e a caro prezzo per i contribuenti. Peggio ancora, si era reso ridicolo in cento modi… Il ridicolo crebbe quando quei pochi crumiri che furono trasportati alle officine del gas si rivelarono incapaci di svolgere il lavoro, e furono rimandati a casa a spese della città. Al culmine della lotta, una surreale processione si mosse tra la folla sempre più numerosa nel centro della città: diverse centinaia di crumiri, guidati dalla cavalleria, circondati da una doppia fila di poliziotti e da una fila di militari, e seguiti dal sindaco e dai magistrati. Mentre passavano sotto il ponte ferroviario di Wellington Road, i lavoratori dei picchetti dello sciopero e i loro simpatizzanti lanciarono contro questo corteo civico carbone, traversine, mattoni, bottiglie e ogni sorta di oggetti. Arrivati alle officine del gas di New Wortley in uno “stato molto eccitato ed esausto”, i crumiri fecero subito una indignata riunione per protestare contro le inadeguate misure di protezione adottate. Poi, quando i lavoratori dei picchetti si arrampicarono sui muri a gridare, i crumiri fuggirono “a dozzine” finché solo 76 rimasero all’interno. Per diversi giorni la città fu come un campo di battaglia armato. Da un lato, ussari con le spade sguainate pattugliavano le strade in difesa del Comitato Liberale del Gas; dall’altra, ferrovieri, operai dei sindacati e persino (sembrerebbe) singoli poliziotti che fornivano informazioni ai picchetti. Quando gli scioperanti tornarono in fabbrica, con una vittoria quasi totale, si è stimato che il tutto fosse costato alla città 20.000 sterline. Maguire e Paylor, Walt Wood e Cockayne, sopportarono il peso maggiore della lotta, cercando di dirigere la folla in modi pacifici, ma il sangue fu comunque versato.

Engels fu entusiasta di questa vittoria: “le due battaglie di Leeds sono state splendide”, “questo metodo di resistenza legale non può che essere approvato”. “Questi lavoratori del gas sono dei tipi formidabili, e la loro associazione è di gran lunga la più avanzata di tutte; inoltre comprendono tanto bene l’agitazione ‘per via legale’, che un anno e mezzo fa a Leeds riportarono la vittoria in due vere e proprie battaglie, la prima con la polizia e i dragoni, e costrinsero alla capitolazione il consiglio municipale, cui appartengono le officine del gas. Da vecchio soldato posso esprimere il seguente giudizio… non trovo assolutamente nulla da ridire né sulle disposizioni strategiche né su quelle tattiche”.

La via parlamentare viene a cadere con la crescita della burocrazia e del militarismo? Molti commentatori hanno attribuito a Lenin questa tesi, e alcuni lo hanno criticato sostenendo invece la correttezza della “via parlamentare” sostenuta da Kautsky. Ci sono parecchie ironie che emergono in questi intricati (e improbabili) dibattiti. In primo luogo ha ragione chi critica Lenin facendo appello all’approccio di Marx ed Engels: non l’assenza di burocrazia e di militarismo permette una tattica di “via parlamentare”, ma il fatto se la classe lavoratrice si trova a operare in una repubblica democratica nel senso che prima ho esposto. Basti considerare l’inclusione della Francia nei paesi dove una “via parlamentare” era possibile, una innovazione che Engels fece nel 1891: la Francia era lo Stato per eccellenza della burocrazia e del militarismo! Secondo: Kautsky non sosteneva una via parlamentare in Germania, perché era convinto (fino al 1910) che solo una rivoluzione violenta potesse risolvere i problemi tedeschi. Terzo: l’errore di legare via parlamentare a burocrazia e militarismo non va addebitato in primo luogo a Lenin, ma allo stesso Kautsky nel suo libro del 1902, da cui Lenin ha ripreso questa tesi.

La via parlamentare preconizzata da Marx ed Engels era rivoluzionaria, non era graduale, c’era un prima e un dopo all’assunzione del potere da parte della classe lavoratrice. “L’idea della conquista graduale dei singoli riparti di un ministero per opera del partito socialista non è meno strana, di quello che sarebbe un tentativo di dividere l’atto della nascita in parecchi atti di nascita che si succedessero l’uno all’altro”, scriveva Kautsky nel 1902. Le rivoluzioni proletarie erano per Marx ed Engels esattamente l’opposto delle rivoluzioni borghesi, che “passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala; l’estasi è lo stato d’animo di ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta”. Le rivoluzioni proletarie erano il risultato di sempre più forza, esperienza, coscienza, organizzazione dell’ “immensa maggioranza” – solo così potevano essere vittoriose, con meno sacrifici possibile, e non effimere ma durature.

La via parlamentare, la “conquista del Parlamento”, preconizzata da Marx ed Engels per le repubbliche democratiche, era quindi una via non pacifica, non legalitaria, forzatamente maggioritaria come tutte le rivoluzioni, pura espressione dell’ampliarsi e dell’approfondirsi della lotta di classe. Questa via era preconizzata in Europa negli anni ‘890 per l’Inghilterra e la Francia, dove i lavoratori salariati costituivano la maggioranza della popolazione, o una minoranza molto grande. In Francia vi era la “coscrizione universale”, e di conseguenza la classe lavoratrice era capace di combattere armi alla mano, mentre in Inghilterra Engels riteneva prossima la sua introduzione. La realizzazione della via parlamentare presupponeva che la classe lavoratrice fosse “atta a governare”, avesse cioè sviluppato una fitta rete associativa su tutti i terreni (non solo partiti e sindacati) tale da assicurare l’effettività dello “svuotamento” dello Stato al momento della presa del potere. Infine, last but not least, l’indicazione della via parlamentare era storicamente data, caratterizzata dal persistere del “sistema di Stati” ottocentesco. La via parlamentare si otteneva con l’ottenimento del 51% o più dei deputati eletti, ma come si è visto una proslavery rebellion era ritenuta ben più che probabile, in via preventiva o una volta arrivata al potere la classe operaia, portando la lotta sul terreno violento. Per questo Engels poteva generalizzare dicendo nel 1889 che “il proletariato non può conquistare il potere politico, l’unica porta per entrare nella nuova società, senza una rivoluzione violenta”, ed è per questo sia Marx che Engels scrissero poco (ma lo fecero!) di una futura maggioranza di deputati socialisti in questo o in quel Parlamento. Ma non vi sono alternative: in assenza di una proslavery rebellion preventiva la via parlamentare non poteva concretizzarsi se non con l’ottenimento di questo 51 o più per cento. Molti commentatori del XX secolo, con un background leninista o trotskista, si sono ritrovati a disagio con questo aspetto, a causa di una abusiva identificazione della via parlamentare con una via pacifica, legale, gradualista e riformista.

La via parlamentare invece non era applicabile nei paesi che non erano repubbliche democratiche, come in Europa la Germania, l’Austria e l’Italia. In questi paesi “la conquista del Parlamento” non si poteva avere per il banale motivo che non esisteva il suffragio universale, o se esisteva il parlamento eletto non aveva alcun potere. In Germania era possibile per Marx ed Engels (e per Kautsky fino al 1910) solo ed esclusivamente una soluzione violenta, e il numero di deputati socialdemocratici eletti in un Reichstag senza poteri non aveva alcuna importanza, l’importante era che fossero all’altezza della situazione (“la mia sola paura è che avremo troppi seggi. Tutti gli altri partiti possono avere al Reichstag tanti asini e far fare loro tante idiozie quante possono pagarne, e nessuno se ne cura. Noi dobbiamo avere tutti genii ed eroi, altrimenti passiamo per ridicoli”). L’ipotesi di un passaggio pacifico e graduale di questi paesi a un ordinamento democratico grazie a una serie di mobilitazioni di massa dei lavoratori veniva considerato possibile per l’Austria (e forse per l’Italia) dove non vi era una preponderanza delle “vecchie forme feudali, burocratiche, poliziesche” così forte come in Germania, e vi era un complesso di fattori che rendeva quella austriaca una “situazione fortunata”. Nei paesi non democratici la battaglia per una repubblica democratica era l’espressione della lotta della classe lavoratrice per il potere politico. In questi paesi le elezioni potevano ovviamente servire solo come strumento di agitazione, e se esisteva il suffragio universale, potevano essere solo un “termometro” dell’antagonismo sociale che identificava la forza e il “punto di ebollizione” della classe lavoratrice, in vista del passaggio all’azione decisiva. Naturalmente anche in questi paesi, per valutare la situazione e la tattica da seguire, era importante che i lavoratori salariati costituissero la maggioranza della popolazione, o una minoranza molto grande, che vi fosse la “coscrizione universale” e che la classe lavoratrice fosse “atta a governare”. E anche in questi paesi la tattica preconizzata era, last but not least, dipendente dal persistere del “sistema di Stati” ottocentesco.

Fin qui sulla tattica della via parlamentare come veniva intesa da Marx ed Engels. Ma vi erano gli aspetti che possono essere rubricati come “le tattiche della tattica”. In Parlamento la consegna era quella della pura opposizione. Basso ha descritto questa posizione come quella di una “partecipazione antagonista” alle istituzioni borghesi. “Accettiamo tutto quello che un qualunque governo ci dà, ma solo come un anticipo, e non diciamo grazie a nessuno. Noi votiamo sempre contro il bilancio e contro qualsivoglia richiesta di fondi o di uomini per l’esercito” diceva Engels a un giornalista nel 1893. E nel 1879: “Le questioni nelle quali i deputati socialdemocratici possono uscire dalla pura opposizione sono molto limitate. Sono tutte le questioni nelle quali entra direttamente in gioco il rapporto dei lavoratori con il capitalista: legislazione di fabbrica, giornata lavorativa normale, responsabilità civile, pagamento del salario in natura ecc. Poi, in ogni caso, miglioramenti in senso puramente borghese che rappresentino un progresso positivo: unità monetaria e di pesi, libera circolazione, ampliamento della libertà personale ecc. … In tutte le altre questioni economiche, come dazi protettivi, statalizzazione delle ferrovie, delle assicurazioni ecc., i deputati socialdemocratici dovranno sempre sostenere il punto di vista decisivo di non approvare nulla che rafforzi il potere del governo nei confronti del popolo”. Marx ed Engels volevano che il partito dei lavoratori strappasse quindi tutte le concessioni possibili dai governi esistenti, ma senza mai collaborare con questi governi. “Non si scende a patti con i rappresentanti dell’odierno Stato, qualunque sia il grazioso vestito che li adorna” così Liebknecht nel 1879, e in questa tradizione si colloca il rigetto netto e totale del “ministerialismo” di tanti dirigenti socialisti vent’anni dopo. Per quanto riguarda le nazionalizzazioni Engels poteva ammettere solo quelle “economicamente necessarie” nelle repubbliche democratiche, mentre Lafargue era nettamente contrario in qualsiasi ipotesi e per Kautsky “dove il proletariato non ha una funzione decisiva, la socialdemocrazia non ha alcun motivo di entusiasmarsi per l’allargamento dell’economia di Stato”, anche nelle repubbliche democratiche. Tutti comunque escludevano in modo netto qualsiasi appoggio socialista a nazionalizzazioni fatte da uno Stato non democratico, come la Francia di Napoleone III e la Germania guglielmina, o nazionalizzazioni non “economicamente necessarie”. I socialisti non dovevano diventare dei volgari “statalsocialisti” solo dopo la conquista del potere da parte del proletariato la statalizzazione sarebbe diventata una vera “socializzazione”, con le fabbriche gestite dai lavoratori organizzati in cooperative, e con un piano economico nazionale di coordinamento di tutte le varie produzioni. Eventuali alleanze (elettorali o parlamentari sulle poche questioni in cui i socialisti potevano uscire dalla pura opposizione) con forze liberali (oggi diremmo “di centrosinistra”), borghesi o piccolo borghesi, erano escluse se erano stabili, in quanto contrarie all’autonomia e al carattere di classe del partito dei lavoratori. Se invece erano puntuali dovevano essere valutate caso per caso: Kautsky nello spirito di Marx ed Engels affermava che erano “totalmente innocue, se vengono impiegate da un partito indipendente, con un solido programma, freddo e senza illusioni sugli altri partiti e su ciò che si può ottenere da loro”. Anche per quanto riguarda il comportamento da avere nei ballottaggi elettorali Engels diceva di valutare caso per caso, senza prescrizioni dottrinarie. Aveva ragione Adler a sottolineare che il radicalismo del SPD su temi secondari come ballottaggi, alleanze puntuali, l’andata a Corte, la presentazione alle elezioni prussiane (che erano censuarie) erano meri “orpelli decorativi”, e che un radicalismo di tal fatta era una intransigenza sterile. Marx nel 1852 sosteneva che “in politica, per raggiungere un determinato obiettivo, ci si può alleare con il diavolo in persona” ma aggiungeva che l’importante è di “esser sicuri di imbrogliare il diavolo e non di lasciarsi imbrogliare da lui”…

La via parlamentare e la via armata che preconizzavano Marx ed Engels escludevano una “via al potere” di stampo anarchico tramite uno sciopero generale a oltranza o insurrezionale “quando saremo in grado di prendere in considerazione lo sciopero generale, vorrà dire allora che potremo ottenere quello che vogliamo senza chiederlo, senza la via indiretta dello sciopero generale”, scriveva Engels nel 1890, Mesa ironizzava pesantemente sugli anarchici spagnoli dicendo che il loro Congresso di Madrid “non è stato altro che una ridicola farsa; hanno votato per lo sciopero generale, come avrebbero potuto votare il dogma dell’Immacolata Concezione”, e nel 1893 il Congresso internazionale di Zurigo dichiarava che tale “via al potere” era del tutto illusoria. Ma gli scioperi politici non potevano essere anch’essi una “tattica della tattica”? Il Congresso di Zurigo non lo aveva escluso, dopo lo sciopero generale belga dell’aprile 1893 per la conquista del suffragio universale, una vera rivolta operaia terminata dopo una settimana con una semi-vittoria. Engels invece era contrario all’uso di questa arma da parte del proletariato. Bisogna tenere a mente che “sciopero politico” a quei tempi non significava affatto poche ore di sciopero, fatto in modo puramente dimostrativo e simbolico in appoggio a una qualche iniziativa parlamentare. Nel 1890 Engels prediceva (sbagliandosi) una sconfitta terribile per i lavoratori belgi se si fossero lanciati in uno sciopero generale per il suffragio universale. E nel 1893 appoggiava con entusiasmo in Austria il “movimento che lottava per la vita e la morte contro la parola d’ordine dello sciopero generale” per ottenere il suffragio universale. Lenin leggendo le righe del 1890 più di venticinque anni dopo scriveva: “Lo sciopero belga? In primo luogo è possibile che su questa questione di fatto, su questa questione particolare, Engels si sbagliasse. Certo, è possibile. Bisogna raccogliere tutto quello che ha scritto in proposito. In secondo luogo, riguardo allo sciopero generale in generale, gli avvenimenti dell’ultimo periodo, e del 1905 in modo definitivo, hanno fornito elementi nuovi che Engels non conosceva. Sullo “sciopero generale” Engels era avvezzo, da decine di anni, a sentire soltanto le frasi vuote degli anarchici, che egli legittimamente odiava e disprezzava. Ma gli avvenimenti poi mostrarono un nuovo tipo di “sciopero di massa”, politico, cioè tutt’altro che anarchico. Questo aspetto nuovo, Engels non lo conosceva ancora, né poteva conoscerlo. Non si deve dimenticarlo. Non fu forse lo sciopero belga a segnare il passaggio dal vecchio al nuovo? Poteva Engels allora, in quel momento (1891-1892?? Aveva già 71-72 anni; aveva un piede nella fossa), scorgere che non si trattava del solito rigurgito belga (i belgi furono per molto tempo proudhoniani), ma del passaggio a qualcosa di nuovo? A questo bisogna riflettere”. Lenin non poteva avere “tutto quello che [Engels] ha scritto in proposito”, mentre ora sì, e possiamo non fare nessun riferimento al fatto che Engels avesse “un piede nella fossa”, il che non era vero, per capire la logica dell’approccio di Engels. Engels era contrario agli scioperi generali politici in quanto erano delle “battaglie decisive”, cioè dovevano essere condotti a oltranza, fino all’ottenimento dell’obiettivo – era contrario perché erano un gioco troppo arrischiato, un tutto o niente pericolosissimo. Così scriveva a Kautsky: “lo sciopero politico deve o vincere subito, mediante la sola minaccia (come in Belgio, dove l’esercito era molto vacillante), o finire con una colossale figuraccia, o infine condurre direttamente alle barricate. E questo, a Vienna, dove ci si può servire di cechi, croati, ruteni ecc. per sterminarvi tutti quanti senza tante storie”. Gli scioperi generali politici del decennio successivo alla morte di Engels confermarono l’approccio di Engels, e poi venne la rivoluzione russa del 1905, dove gli scioperi politici erano movimenti di massa nel corso di una rivoluzione, erano scioperi politici che si svilupparono in una situazione che già nel suo complesso era sul terreno del “tutto o niente”. Il dibattito sugli scioperi politici che si sviluppò nelle socialdemocrazie in Europa dopo il 1905 non può essere confrontato alle vecchie prese di posizione di Engels, perché dal 1905, con la rivoluzione russa, la situazione internazionale era cambiata, non si era più strettamente parlando nel quadro del “sistema di Stati” ottocentesco, era iniziato il periodo della sua disgregazione rapida e progressiva, e le vecchie “tattiche” non potevano essere più valide.

Ma tornando alle “tattiche” preconizzate da Marx ed Engels, che ruolo hanno le famose “crisi rivoluzionarie”? Notissima è la definizione del 1920 di Lenin (è la riscrittura di un brano che aveva scritto nel 1915):

La legge fondamentale della rivoluzione, convalidata da tutte le rivoluzioni e in particolare dalle tre rivoluzioni russe del secolo ventesimo, consiste in questo: per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più il passato e gli “strati superiori” non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere. In altri termini questa verità significa che la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori). Per la rivoluzione è quindi anzitutto necessario che la maggioranza degli operai (o, quanto meno, la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità del rivolgimento e sia pronta ad affrontare la morte per esso, e, inoltre, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate (l’inizio di ogni vera rivoluzione è caratterizzato dal rapido decuplicarsi o centuplicarsi del numero dei rappresentanti della massa lavoratrice e oppressa, fino a quel momento apatica, capaci di condurre la lotta politica), indebolisca il governo e consenta ai rivoluzionari di abbatterlo al più presto.

Meno noto che anche Kautsky, a due riprese, affrontò l’argomento. Nel 1881, a 27 anni, scriveva una rivoluzione si può avere solo se sono soddisfatte tre precondizioni “del tutto naturali”:

una situazione di malcontento profondo, generale, addirittura di disperazione, causata dall’oppressione economica e politica…un avvenimento straordinario che ecciti il popolo nel modo più profondo, risvegliandovi coraggio e disprezzo della morte… [ma] la ribellione del popolo si trasforma in rivoluzione solo quando lo Stato e la società sono così putrefatti, così fradici da crollare sotto lo scossone… la rivoluzione non può prendere le mosse da un partito, essa deve venire dal popolo, nessun partito può provocarla.

Un Kautsky maturo, quasi trent’anni dopo, nel 1909, ritorna sull’argomento, affermando che una rivoluzione vittoriosa può aversi solo con quattro condizioni, in cui “la ribellione del popolo” scompare:

[il] regime [dominante] deve contrapporsi in modo decisamente ostile alle grandi masse popolari. Deve esistere un grande partito, che rappresenti un’opposizione inconciliabile, il quale organizzi le masse. Questo partito deve rappresentare gli interessi della grande maggioranza della popolazione e deve possedere la sua fiducia. La fiducia nel regime dominante, nella sua stabilità, deve essere venuta meno anche in quelli che sono gli strumenti stessi del regime, la burocrazia e l’esercito.

Quello che è curioso è che mai Marx ed Engels hanno scritto delle affermazioni generali come hanno fatto Kautsky e Lenin per chiarire quali fossero le condizioni perché una rivoluzione potesse aversi e potesse essere vittoriosa. Non vi sono affermazioni generali, ma ve ne sono molte nelle specifiche congiunture. Molto semplicemente Marx ed Engels si attendevano che vi fosse una rivoluzione quando si hanno sconvolgimenti (di qualsiasi natura) che rompono, spezzano a livello di classi il corso normale della vita sociale: una crisi economica, un’invasione da parte della Santa alleanza della “Babele rivoluzionaria”, una guerra generale tra le potenze, una sconfitta militare, una minaccia all’esistenza della propria nazione, un radicale abbassamento del livello di vita. Ma anche un’ “un’autonoma iniziativa del proletariato”, un contagio rivoluzionario a livello internazionale, un “esercito proletario” che decide il momento dell’attacco. Infine, con il passare degli anni, non considerando le situazioni da cataclisma, come una guerra generale (in cui il proletariato dei paesi sconfitti aveva l’ “obbligo” di fare la rivoluzione) o la minaccia all’esistenza della propria nazione (in cui il proletariato aveva l’obbligo di prendere il potere per condurre in modo rivoluzionario la guerra), Marx ed Engels urgevano pazienza e di lasciar passare le situazioni rivoluzionarie, non coglierne le occasioni se non per avere dei compromessi favorevoli, in modo da dar tempo ai lavoratori di fare più esperienze e organizzarsi meglio. Sembravano dire: a parte i cataclismi terribili ci sarà sempre una prossima crisi rivoluzionaria – l’importante non era fare la rivoluzione sans phrase, ma farla quando si poteva vincere e durare dopo la vittoria. Marx ed Engels non hanno mai fatto proposizioni generali su situazioni rivoluzionarie, probabilmente perché sarebbero state troppo generiche per loro. Le situazioni rivoluzionarie per loro si riproducevano in modo permanente, e la valutazione doveva essere fatta ad hoc – ci sono situazioni in cui è un dovere fare la rivoluzione e altre in cui l’unica valutazione da fare è se si hanno buone (ottime?) possibilità di vittoria. Tutto sommato si tratta di una regola banale e ovvia, di buon senso, fatta propria anche da Lenin nel luglio 1917. Ma a differenza di Kautsky e Lenin, Marx ed Engels introducevano una variabile in più nelle condizioni che presiedono a una crisi rivoluzionaria: un’azione autonoma, soggettiva della classe quando i rapporti di forza erano favorevoli. L’ipotesi di una “via parlamentare” in Gran Bretagna e in Francia (storicamente specifica) escludeva in via generale che si dovesse “cogliere l’occasione” di una crisi rivoluzionaria? È possibile, ma Engels non lo ha mai affermato. Engels rifuggiva dai “dogmi”, e analizzava le situazioni concrete, e per lui l’unica cosa che contava nella lotta di classe alla fine era vincere, vincere in modo definitivo, in un modo o nell’altro. Per quanto riguardava i paesi non democratici l’analisi di un processo rivoluzionario verosimile in Germania fu l’oggetto dell’ultimo scritto politico di Engels del 1895.

La mancata contestualizzazione dell’ “Introduzione” engelsiana alle “Lotte di classe in Francia 1848-1850” di Marx ha portato molti commentatori a fare affermazioni strabilianti, come quella per cui Engels preconizzava una “via riformista” per la Germania (che non era neppure una repubblica democratica!), oppure a generalizzazioni abusive, come quella per cui il parlamento non aveva alcun ruolo nella “via al potere” anche nelle repubbliche democratiche. Tutti i commentatori hanno omesso di riconoscere la storicità delle affermazioni di Engels, e cioè che quanto da lui consigliato era riferito a un periodo storico caratterizzato dall’esistenza di un “sistema di Stati” specifico, destinato nel futuro alla disgregazione e alla rottura, rapportando le affermazioni di Engels a situazioni storiche successive completamente diverse. Quasi tutti i commentatori hanno letto le proposte di Engels senza differenziare tra quelle specifiche alla Germania e quelle invece che avevano una validità generale, inclusi i paesi democratici. Ma cosa consigliava in specifico Engels al movimento operaio tedesco? Quale “via al potere” gli delineava?

Molti commentatori hanno giustamente sottolineato che insistere sulla partecipazione alle elezioni non era certo una gran novità, Marx ed Engels lo facevano da decenni, e aggiungerei che l’insistenza dell’Engels 1895 sui risultati elettorali esclusivamente come misura infallibile della forza della classe lavoratrice in vista dello scontro decisivo andava da sé, visto che la Germania non era una repubblica democratica. Alcuni commentatori hanno giustamente sottolineato che la centralità di conquistare l’esercito alle idee socialiste, in modo da minarne la capacità repressiva, era una vecchia idea di Engels, che fin dal 1866 aveva identificato nella coscrizione obbligatoria il tallone d’Achille del potere in Germania, e non era certo un segreto, visto che nel 1893 l’aveva detto chiaramente in una intervista. Aggiungo che l’importanza di questo fattore non era certo limitato alla Germania, ma riguardava anche tutte le “repubbliche democratiche”. Alcuni commentatori hanno sottolineato l’importanza dell’approccio di Engels nel pensare al sistema elettorale in modo non elettoralistico, rifiutando di vedere i contadini come una indifferenziata massa di raccolta di voti elettorali e sottolineando invece la centralità di conquistare al socialismo gli operai agricoli della Prussia orientale, reclute dei “reggimenti chiave” dell’esercito (100 loro voti sono più importanti di 1.000 voti conquistati in Baviera!) – in pratica Engels vedeva le elezioni come uno strumento di propaganda per sovvertire l’esercito. Ma essendo un rivoluzionario e non un “opportunista” questo è abbastanza scontato… e l’orientamento in questione era stato caldeggiato da Engels fin dal 1890, e più e più volte ripetuto. Partecipazione alle elezioni, conquista socialista di settori chiave dell’esercito e uso classista e rivoluzionario delle elezioni non erano certo delle peculiarità relative alla Germania, riguardavano tutti i paesi, ed erano da anni dei leitmotiv di Engels.

La specificità delle proposte di Engels sta in altro. Lo dice bene Fischer che criticando il testo di Engels (perché farebbe incorrere dei rischi alla socialdemocrazia tedesca) scrive: “Tu stesso ammetti che a un avversario malintenzionato non sarebbe difficile presentare come la quintessenza del tuo ragionamento 1) l’ammissione che oggi non facciamo ancora la rivoluzione solo perché non siamo ancora sufficientemente forti, perché l’esercito non è stato ancora abbastanza contagiato: quod erat demostrandum per la Umsturzvorlage [il nuovo progetto di legge antisocialista allora in discussione al Reichstag], 2) che in caso di guerra o di altre gravi complicazioni alzeremo come la Comune la bandiera dell’insurrezione davanti al nemico, ecc. Questo ‘materiale’ sarebbe proprio oggi una ‘splendida occasione’”, e Bebel che unendosi a Fischer afferma che i loro nemici “sperano solo che in questo momento diciamo loro che cosa faremmo se ne avessimo le forze. Non rinneghiamo nulla, ma altrettanto poco parliamo di quello che essi vorrebbero sentire… non abbiamo lasciato dubbi sul fatto che il corso naturale dello sviluppo ci darà il potere, solo non abbiamo detto il come, abbiamo solo negato di essere inclini a familiarizzarci con i nuovi fucili a ripetizione”. Questo “riserbo” obbligatorio in un regime dispotico e repressivo come la Germania di allora, che poteva sopprimere il movimento socialista in qualsiasi momento, andava da sé. Come Groh ha scritto “l’arcano consisteva nel non parlare della violenza in pubblico, o al massimo con allusioni innocenti, ma piuttosto riferirsi a uno sviluppo ‘necessario’ in qualche modo ‘legalmente’ giustificato verso l’obiettivo a cui si tende”. Così Adler, riferendosi alla Luxemburg nel 1902, scriveva “non vuole ‘rinunciare’ alla forza… Quale asino rinuncia o non rinuncia alla forza?… Con la forza, secondo me, le cose stanno così: per prima cosa, bisogna averla, in secondo luogo la si può impiegare o non impiegare, ed entrambe le cose possono essere ragionevoli, ma parlarne è in ogni caso l’uso più stupido che se ne possa fare”.

Sulla questione della forza Engels in questo testo dice due cose. La prima è relativa all’uso delle barricate e dei combattimenti di strada nella futura rivoluzione tedesca. Engels nel 1892 aveva scritto: “L’era delle barricate e dei tumulti di strada è passata per sempre; se la truppa si batte, la resistenza diventa folle. Quindi siamo obbligati a trovare una nuova tattica rivoluzionaria. Io ci sto pensando su da un po’ di tempo, ma ancora non sono arrivato a nessun risultato”. La soluzione era intravista nel 1893: “le barricate sono superate, possono però ridiventare utili non appena l’esercito è per 1/3 – 2/5 socialista e si tratta di dargli occasione di passare dall’altra parte”. La soluzione finale Engels la descrive nel testo (senza tagli) del 1895: rigetto totale delle barricate, strumento solo difensivo, e valorizzazione dei combattimenti di strada non all’inizio della rivoluzione, ma nel corso del suo sviluppo in modo da coinvolgere il maggior numero di persone possibili, e soprattutto non in senso difensivo ma offensivo, con una tattica di “attacco aperto”, per dare il colpo finale a un esercito in via di disgregazione. Se Lenin avesse avuto la possibilità di leggere il testo integrale, reso pubblico solo dopo la sua morte, sarebbe rimasto deliziato dal vedere come Engels avesse predetto con impressionante precisione la dinamica della rivoluzione russa del 1905 e dell’insurrezione di Mosca. La seconda cosa detta da Engels (e sorprendentemente non toccata dalla censura della direzione del SPD) era la centralità degli ammutinamenti militari nella futura rivoluzione tedesca. Engels lo fa facendo ricorso a una analogia esopica con l’Impero romano, con l’imperatore Diocleziano alle prese con un esercito sempre più conquistato dalla religione cristiana. Questa ipotesi non era certo molto riformista e pacifista – “è improbabile che l’imperatore Diocleziano abbia visto l’incendio del suo palazzo, con lui dentro, come un atto di protesta non violenta” ha chiosato Draper. Engels vide giusto: fu un ammutinamento militare a dare il via alla rivoluzione tedesca del novembre 1918. Dopo pochi giorni dalla rivolta dei marinai, il potere in decine di città era in mano ai consigli eletti dai lavoratori e dai marinai, che da Kiel avevano percorso, infiammandola, tutta la Germania.

Questa è la prima delle peculiarità del testo engelsiano relativa alla “tattica armata”. La seconda peculiarità del testo engelsiano del 1895 era assolutamente inedita. Era quella relativa all’accettazione pro tempore in Germania della legalità nel senso del “legalitarismo (2)”, del rimanere nei “confini di ciò che è permesso dalla polizia” pur se contrario alla logica. Solo due anni prima, nel 1893, si era espresso in modo ben diverso: “i nostri si sono dovuti conquistare da loro quel poco di libertà che hanno e, in maniera particolare, se la sono dovuta conquistare nei confronti della polizia e dei presidenti distrettuali, dopo che le leggi in questione erano già state proclamate sulla carta. E per questo tu trovi un modo di agire sicuro e fermo, come non si è mai presentato nei borghesi tedeschi… le masse sono eccellenti e, per lo più, migliori dei dirigenti, o almeno di molti che hanno assunto il ruolo di dirigenti. Con questa gente si può fare tutto, si sentono del tutto felici solo nella lotta, vivono solo per la lotta e si annoiano se gli avversari li lasciano inoperosi. È un fatto positivo che la maggior parte di loro saluterebbe una nuova legge contro i socialisti con risa di scherno, se non con esultanza: allora avrebbero nuovamente tutti i giorni qualcosa di nuovo da fare!”. Perché questa svolta? Sia pure in modo riluttante Engels accetta addirittura i tagli che gli vengono proposti dai dirigenti del partito, pur essendo pienamente cosciente del rischio dell’ “opportunismo” all’interno del partito, che alla fine del 1894 era “sulla linea” oltre la quale il partito si sarebbe rinnegato. Engels ha corso il rischio di contribuire, accettando sia il “legalitarismo (2)” sia una parziale autocensura, di far oltrepassare quella linea. Perché? Sicuramente la fiducia nella direzione rivoluzionaria di Bebel ha avuto un ruolo importante, ma come rivelarono gli avvenimenti di poco successivi alla morte di Engels, non fu una fiducia particolarmente ben riposta. Ma vi è altro. Penso che la risposta si trovi in parte in questa specificazione: “questa tattica io la raccomando solo per la Germania d’oggi e, anche qui, con considerevoli riserve. Alla Francia, al Belgio, all’Italia, all’Austria questa tattica non si adatta nella sua interezza e, per la Germania, può divenire inapplicabile domani”. Quindi il rispetto della legalità nel senso sopra indicato è un’indicazione esclusivamente per la Germania, non valida neppure per gli altri paesi non democratici. È soggetta a condizioni storiche date, se nel futuro cambiano le indicazioni di Engels decadono, e le riserve sono relative alla congiuntura data; una iniziativa anziché un’altra da parte del potere, una ascesa di movimenti di massa spontanei, possono anch’essi far decadere queste indicazioni. Il contesto storico era quello di una ascesa dei movimenti dei lavoratori dagli anni ‘880 in molti paesi europei e anche in alcuni paesi non europei, ascesa che si traduceva in un crescente grado di organizzazione in più ambiti, molto più accentuato in Germania che altrove. A partire dal 1891 il rischio di guerra generale si era spostato nel tempo, lasciando una sorta di “finestra storica” allo sviluppo del movimento operaio. Engels si convince che una crisi sociale e politica avrebbe scosso l’Europa a breve-medio termine, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, e cercava di individuare i segnali che preannunciavano questa crisi, come il formarsi di una grande coalizione contro i socialisti (“l’unica massa reazionaria”), e le modalità di un processo rivoluzionario con le contromosse possibili da parte della borghesia, come la concessione di ogni genere di riforme di dettaglio in Inghilterra e l’unione sotto una bandiera democratica di tutte le frazioni borghesi, anche le più reazionarie, in Germania. Engels prevedeva una rottura della legalità da parte del potere in tempi relativamente brevi (“sparate per primi, prego, messieurs les bourgeois!”), e considerava il proletariato tedesco il “gruppo d’assalto” decisivo dell’ “esercito proletario” europeo: solo in Germania era possibile nel breve-medio periodo pensare a una rivoluzione vittoriosa, data la costante crescita della forza del suo partito, e questo avrebbe avuto a livello internazionale delle conseguenze paragonabili a quelle che ebbe la Rivoluzione francese dal punto di vista della borghesia e dei rapporti borghesi. Questo “gruppo d’assalto” doveva essere mantenuto e rafforzato nel corso del tempo in vista dello scontro finale (“non logorare questo gruppo d’assalto in lotte d’avanguardia ma mantenerlo intatto sino al giorno decisivo”), e il tempo a disposizione doveva essere prolungato il più possibile per un rafforzamento maggiore possibile. Il rafforzamento doveva compiersi anche e soprattutto nell’esercito, e per questo Engels continuava a ripetere che “il nostro campo di battaglia decisivo si trova nei territori prussiani a est dell’Elba”. Se questo tempo a disposizione poteva essere allungato da un atteggiamento legalitario che accettava anche soprusi e arbitrii (ma non qualsiasi sopruso e arbitrio, perché oltre certi limiti si sarebbe caduti nell’assurdo, e si avrebbe rinnegato se stessi), allora il legalitarismo era il benvenuto, ma esclusivamente per promuovere la rivoluzione. Engels nel 1895 non era per il “nient’altro-che-il-parlamentarismo”, ma a qualcosa di sicuramente vicino, cioè rimanere “nei confini di ciò che è permesso dalla polizia” pur se è contrario alla logica. Ma era qualcosa di ben diverso da quello che pensava la Luxemburg. Essendo una cosa del tutto innaturale, doveva essere per un periodo di tempo limitato, doveva esser soggetto a una valutazione costante della congiuntura, di settimana in settimana per così dire, e aveva come condizione la preparazione della battaglia decisiva, la preparazione di una insurrezione, non in un lontano futuro, ma nel giro di qualche anno, sfruttando la “finestra storica” che si sarebbe chiusa con la rottura del “sistema di Stati” e la conseguente dinamica che attraverso una serie di fasi avrebbe avuto come esito finale una guerra generale. Giustamente Texier ha affermato che è “come se Engels chiedesse la movimento operaio internazionale l’autorizzazione ad evitare qualsiasi comportamento pericoloso in Germania in nome dell’avvenire della rivoluzione”.

Anziché proporre il legalitarismo per timore che il proletariato tedesco a fronte di una qualsiasi provocazione si sarebbe lanciato in una insurrezione prematura e destinata alla sconfitta (una lettura abbastanza comune tra i commentatori), ipotesi che implicherebbe una subitanea perdita di fiducia nella capacità di giudizio del proletariato tedesco (fiducia tante volte proclamata in passato), l’approccio di Engels presupponeva esattamente l’opposto: un livello di coscienza da parte del proletariato tedesco eccezionale, in grado di rintuzzare le derive opportuniste esistenti nel proprio partito, in grado di rafforzarsi in condizioni difficili, sapendo aspettare, nonostante tutte le difficoltà, il momento giusto e una volta arrivato di passare all’offensiva con il massimo di forza e di determinazione, in una situazione in cui le masse stesse sanno “per che cosa dànno il loro sangue e la loro vita”. La visione di Engels del proletariato tedesco era quella di un esercito autoconscio, con una freddezza, una determinazione, e una chiarezza di obiettivi e dei metodi migliori da utilizzare che sorpassa la nostra immaginazione. Nel 1893 Kautsky scrisse un brano famoso, ripreso ancora nel suo volume del 1909: “la Socialdemocrazia è un partito rivoluzionario, non un partito che fa delle rivoluzioni. Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione. E poiché noi non possiamo fare la rivoluzione a nostro arbitrio, non possiamo dire alcunché a proposito di quando, in quali circostanze e in quali forme la rivoluzione avrà luogo”. Di certo l’affermazione che “noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione” rientra nell’ “arcano” spiegato da Groh. Ma l’affermazione di buon senso che “il partito non può fare una rivoluzione” viene ribaltata nella visione di Engels del 1895: il proletariato tedesco organizzato in partito farà la rivoluzione, quando, nelle circostanze e nelle forme più favorevoli alla sua vittoria.

E dopo la vittoria? Il potere cade nelle mani del partito socialdemocratico? Engels nel 1872 sembra dirlo: “dato che ogni partito politico si propone di conquistare il dominio dello Stato, ne deriva che il Partito Social-Democratico tedesco persegue necessariamente il proprio dominio politico, il dominio politico della classe operaia”, ma prosegue dicendo che “d’altronde ciascun vero partito proletario, dai cartisti inglesi in poi, ha sempre posto come condizione essenziale una politica di classe, di organizzazione del proletariato in partito politico autonomo, e pone la dittatura del proletariato come scopo immediato della lotta”. Dittatura del proletariato, cioè potere politico della classe, la Comune di Parigi come realizzazione di questa dittatura. Lo stesso anno, in altra occasione, era stato più lapidario e schietto: “per la lotta bisogna riunire tutte le forze in un sol fascio e concentrarle sullo stesso punto d’attacco [invece] dopo la vittoria possiamo organizzarci come vogliamo”. Nel 1884 il Parti Ouvrier francese, di Guesde e Lafargue, tenne il suo settimo congresso nazionale e deliberò quanto segue, con una logica impeccabile: “Dopo la rivoluzione, dopo cioè la completa trasformazione della proprietà e della produzione capitalistiche in proprietà e produzione sociali, non c’è più spazio per il Partito Operaio. Partito di classe, scompare con le classi. Partito di lotta, scompare con l’oggetto stesso della lotta, la borghesia da espropriare politicamente ed economicamente”.