(Gianni Sartori)

Sinceramente mi trovo in difficoltà. Combattuto, preso – come dire – “tra due fuochi”. Tra i miei trascorsi giovanili inequivocabilmente libertari e consiliari e l’ormai pluridecennale frequentazione di ambiti autonomisti e indipendentisti (rigorosamente di sinistra, almeno socialdemocratici) che in qualche modo si richiamano al diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Comprendo – e in buona parte condivido – il disappunto (diciamo così) espresso sia da qualche compagno superstite di Salvador, sia da gran parte dei militanti libertari catalani. Disappunto per il manifesto che segnalava l’esposizione nella Sala Zanzibar del quartiere della Floresta a San Cugat del Vallès (dove ricordo di essere transitato in bici negli anni ottanta alla ricerca del luogo dove era stato fucilato il Txiki).
Titolava così: “De Puig Antich a Puigdemont” (con un evidente richiamo all’assonanza tra i due nomi). Ora, per quanto nel mio libro sulla Catalunya- Nazione senza stato abbia cercato di coniugare lotta di liberazione nazionale con quella sociale (“di classe”), concordo sul fatto che il paragone più consono sarebbe stato, caso mai, con Lluis Companys (esponente dell’indipendentismo catalano ugualmente, come Salvador, assassinato da Franco). Hanno protestato, indignati, il sindacato CGT, la Comision Puig Antich e l’Ateneo Enciclopedico Popular.
Oltre a Ricard de Vargues i Golarons (studioso di Storia, ex membro del MIL e della OLLA) e Joan Calsapeu Layret.
Insomma, non gli andava giù l’accostamento tra il giovane anarchico garrotato nel marzo del 1974 e l’ex presidente catalano Carles Puigdemont al momento in esilio. E quindi – con un comunicato – hanno richiesto l’immediato ritiro non solamente del manifesto, ma anche del materiale dell’esposizione che intendeva stabilire un parallelismo tra i due militanti catalani perseguitati – sia pure in tempi e modi differenti – dallo stato spagnolo.
Ribadendo che “non c’è mai stato nessun punto di contatto, né ideologico, né di progetto politico tra Puig Antich e gli odierni partiti catalani, tanto meno con Carles Puigdemont”.
L’iniziativa viene tacciata di “manipolazione e appropriazione indebita della figura rivoluzionaria e libertaria del nostro compagno”. Iniziativa la cui responsabilità va attribuita ad “altre ideologie e progetti politici alieni rispetto alla sua personalità antistatale e di trasformazione radicale della società”.
Da parte sua Dionisio Giménez (responsabile del progetto dell’esposizione) ha dichiarato di essere “consapevole delle differenze tra i due ambiti temporali e delle circostanze che volevamo ricreare graficamente: il crimine contro Puig Antich e l’atteggiamento del governo del PP e delle istituzioni statali nei confronti dei prigionieri politici, dei rifugiati e dei cittadini e cittadine datali il 1 ottobre del 2017”.
Inoltre, nonostante una certa ambiguità nel titolo adottato (e l’incongrua sovrapposizione dei due volti), ha detto di non voler stabilire confronti tra i due, ma solamente – nella sostanziale continuità temporale – tra la “brutalità di un crimine di Stato e il disprezzo e la repressione delle legittime aspirazioni di Catalunya”.
E’ sicuramente perlomeno curioso che un rivoluzionario come Salvador rappresenti ancora – e di questi tempi – un paragone positivo, di cui appropriarsi, per un politico sostanzialmente moderato come Puigdemont. Ma qui siamo pur sempre nei Paisos Catalans, tutta un’altra storia!
Comunque vada, a mio avviso l’incidente potrebbe costituire l’occasione per riaprire il dibattito sul rapporto tra le diverse anime che agitano e alimentano le lotte di liberazione.
E in quale altro luogo dovrebbe svolgersi se non qui, in Catalunya? A parte il Rojava, naturalmente. Dove – turchi e Daesh permettendo – una risposta i curdi hanno già saputo darla (e anche due probabilmente).
Gianni Sartori

* nota 1: http://csaarcadia.org/marzo-1974-marzo-2014-un-anniversario-da-ricordare-a-quaranta-anni-dalla-morte-di-salvador-puig-antich-metge