Pubblichiamo un lungo ma estremamente interessante articolo di Manuel Gari, dirigente di Anticapitalistas (sezione “spagnola” della Quarta Internazionale) sulla rottura tra i nostri compagni e Podemos. Una riflessione che non riguarda solo i compagni dello Stato Spagnolo, ma un po’ tutta l’Internazionale (e la sinistra rivoluzionaria in generale). Per informazione, do qui di seguito i risultati elettorali di Podemos (e di Izquierda Unida, che, con Podemos e altre realtà minori, ha poi dato vita alla coalizione UP, Unidas Podemos).

2014, elezioni europee: Izquierda Unida, 10,0 – Podemos 8,0. Totale 18,0%

2015, elezioni statali: Podemos e alleati, 20,7, IU 3,7. Totale 24,4% (2,4% più del PSOE), più 6,4 rispetto alle europee.

2016, elezioni statali: Unidos Podemos: 21,1% (-3,3 rispetto all’anno precedente)

2019, elezioni europee: UP 10,1% (-7,9% rispetto al 2014). Elezioni statali: Unidas Podemos, 12,9%, Mas País (Errejon), 2,4%. Totale 15,3% (meno 5,8% rispetto al 2016).

Traduzione dal francese a cura di Flavio Guidi.

di Manuel Gari*

La creazione di Podemos nello stato spagnolo fu un importante tentativo di costruire un partito di massa anti-liberista e plurali­stico a sinistra del social-liberalismo. Questo esperimento, iniziato molto bene, è finito molto male.‎

‎Forse il titolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Lo splendore e il crepuscolo di Podemos come progetto politico per l’emancipazione”. Lo scopo di questo articolo è spiegare perché era necessario crearlo e perché doveva essere abbandonato. Questo ci porta anche a riflettere sul bilancio e sugli insegnamenti che si possono trarre dall’intervento di Izquierda Anticapitali­sta, ora Anticapitalistas (1).‎ Podemos è nato perché la sinistra socialdemocratica ed eurocomunista era in un vicolo cieco dopo la crisi del 2008. L’eruzione del 15M (Indignados) il 15 maggio 2011 è stata il catalizzatore per l’emergere di nuove aspettative politiche in un quadro caratte­rizzato dall’irresistibile ascesa del Partito Popolare di destra (PP) contro il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero (aprile 2004-dicembre 2011). Izquierda unida (IU) si dimostrò incapace di affrontare le politiche neoliberali e il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) ne fu uno degli esecutori. I due partiti hanno una pesante eredità: hanno contribuito alla creazione del regime politico della transizione grazie al patto politico suggellato con le forze del franchismo e sancito dalla Costituzione spa­gnola del 1978. Entrambe i partiti hanno fatto parte di questo regime e il PSOE ne è stato uno dei suoi pilastri principali.‎

‎D’altro canto, c’è stata una terribile apatia e smobilitazione sociale, causata in primo luogo dall’errata strategia del patto sociale a tutti i costi (concertazione sociale) dei sindacati di maggioranza – Comisiones Obreras (CCOO) e Unione generale dei lavoratori (UGT) – ma anche dall’incapacità delle organizzazioni minoritarie di costruire una nuova egemonia all’interno del movimento ope­raio, ad eccezione dei sindacati di classe nei Paesi Baschi – LAB (Langile Abertzaleen Batzordeak) e ELA (Eusko Langileen Alkar­tasuna). Ciò ha permesso la riforma dell’articolo 135 della Costituzione, che ha fatto del pagamento del debito pubblico la priorità del bilancio generale dello Stato e ha imposto due riforme regressive del lavoro: prima quella approvata dal governo socialista di José Luis Rodroguez Zapatero, poi aggravata dal governo del Partito Popolare (PP), presieduto da Mariano Rajoy (dicembre 2011-giugno 2018). Queste controriforme hanno distrutto i contratti collettivi, limitato il ruolo dei sindacati nelle imprese e minato o annullato importanti diritti della classe operaia. Tutto ciò ha prodotto una significativa erosione dei salari, un aumento delle di­suguaglianze, un maggiore peso dei redditi da capitale rispetto ai salari nel prodotto interno lordo (PIL), un aumento del lavoro precario e un aumento della povertà, con un impatto particolare sui giovani, praticamente espulsi dal mercato del lavoro.‎

‎Il movimento 15M è stato il prodotto di tutto questo, una protesta per il deterioramento della situazione sociale e il rifiuto della palude politica. Ciò ha aperto una finestra di opportunità per cambiare sostanzialmente la mappa politica. Podemos è venuto a colmare un vuoto e si è presentato come lo strumento per creare un nuovo equilibrio di potere in campo politico che, se consoli­dato, avrebbe potuto stimolare un rafforzamento della mobilitazione sociale e della sua organizzazione.‎

‎In questo panorama, vale la pena fare un’eccezione e sottolineare l’importanza delle massicce mobilitazioni delle Giornate Na­zionali della Catalogna (ogni 11 settembre), o delle manifestazioni del 2014 e dell’1 e 3 ottobre 2017 in Catalogna, che hanno espresso aspirazioni nazionali e la richiesta del diritto di decidere di un intero popolo, causando la crepa più importante che si sia vissuta nel tessuto del regime del 1978 , al punto da diventare il suo principale fattore di crisi. Erano tempi in cui la sinistra politica – tra cui Podemos e i suoi alleati in Catalogna – perdeva un’occasione d’oro per guidare il movimento popolare di massa democratico degli ultimi decenni nello Stato spagnolo e disputarne l’egemonia politica e la sua leadership ad altri attori.‎

‎Ma Podemos è rapidamente cresciuta fino alla decrepitezza perché è arrivata ad accettare il quadro e i limiti della Costituzione del 1978, dell’economia di mercato e dell’Unione europea come unico orizzonte possibile. Ciò ha causato un fallimento del proget­to Podemos e una sconfitta per la sinistra che lo aveva guidato. Eppure, provare era inevitabile. E desiderabile.‎

‎I punti di forza e di debolezza degli “indignati” nella genealogia e nella ragion d’essere di Podemos‎

‎L’irruzione del Movimento degli indignados del 15 maggio 2011 nelle piazze e nelle strade di Madrid, che si è immediatamente dif­fuso in tutte le città dello Stato spagnolo, tra cui Catalogna, Paesi Baschi e Galizia, è l’intrusione sul luogo della mobilitazione so­ciale di una nuova generazione che non si identificava con i partiti politici parlamentari (“non ci rappresentano”), è stato partico­larmente colpito dalle politiche di austerità (“non pagheremo questa crisi”), ha affrontato le élite finanziarie che ricevono aiuti di Stato per il salvataggio del settore bancario (“non è una crisi, è una truffa”) e ha denunciato i limiti del regime politico (“la chia­mano democrazia e non lo è”).‎

‎È stato quindi un movimento anti-regime, configurato attorno a richieste democratiche radicali, a sfidare il modello bipartisan costituito dal PSOE e dal PP, ma anche l’alternanza di governo – socialista o conservatore – oltre che il modello elettorale. Ma è stato anche formato come un movimento anti-austerità di fronte a politiche economiche e sociali predatorie contrarie alla so­vranità popolare, soprattutto dopo la riforma dell’articolo 135 della Costituzione e i salvataggi del settore bancario spagnolo, con investimenti pubblici attualmente stimati in 65 miliardi di euro dalla Banca di Spagna. Ecco perché il 15M, anche se in maniera piuttosto elementare, chiedevaun’altra economia, un altro modello di società e la necessità di una nuova Costituzione. Questo è stato il suo grande contributo, con l’impiego della sua energia creativa basata sull’attività dei settori di massa. Il 15M è riuscito a conquistare la simpatia della maggioranza della popolazione schiacciata dal periodo di austerità iniziato nel 2008 e dalla scle­rosi politica del sistema.‎

‎Il 15M è stato un monito per tutti i partiti e i sindacati del sistema e ha spianato la strada a una mobilitazione popolare sostenuta da vari settori (le cosiddette maree di istruzione, sanità, lavoratori del servizio pubblico, ecc.), effettuata relativamente al margi­ne delle burocrazie e con nuove forme di organizzazione e coordinamento. Il movimento 15M ha generato forme di lotta, disobbe­dienza, di un nuovo tipo, basate sull’assemblea come organo decisionale, che ha rapidamente travolto le organizzazioni tradizio­nali. Al 15M si sono uniti attivisti ambientalisti e femministe e settori giovanili che stavano facendo la loro prima esperienza poli­tica.‎

‎Va notato in particolare che il 15M, grazie alle sue critiche al regime del 1978, ha reso possibile il dibattito sulla necessità di una rottura democratica e sull’apertura di un processo destituente/costituente che, con il passare del tempo, ha indotto Anticapitali­stas e altri settori a parlane al plurale, perché era necessaria una serie di processi costituenti che dovevano essere coordinati tenendo conto delle questioni nazionali e non solo delle dimensioni dello Stato spagnolo.‎

‎Ma il 15M ha anche mostrato i limiti del movimento sociale senza espressione politica e, in pratica, senza rappresentanza eletto­rale. Nel 2013 la situazione politica è stata bloccata. Molto rapidamente, tra i settori più avanzati degli attivisti, è iniziato un di­battito sulla necessità di uno strumento politico. Anche se tutti erano d’accordo sul fatto che nessuna forza politica che sarebbe emersa potesse arrogarsi la rappresentanza del movimento 15M, non c’è dubbio che Podemos beneficiò dello spirito degli indi­gnados.‎

‎I dilemmi di Anticapitalistas ‎

‎Che fare? All’interno di Anticapitalistas il dibattito era strutturato attorno a tre posizioni nei mesi precedenti il lancio di Pode­mos. ‎

‎Un primo era a favore della costruzione di un fronte di sinistra o di un’alleanza tattica con IU. Il suo svantaggio era la storia re­cente di questa organizzazione, che si era subordinata al partito socialista, sia durante gli accordi pre-elettorali a livello statale che nel co-governo in Andalusia e in molti comuni, per non parlare del suo crescente discredito tra i giovani di sinistra. ‎

‎Un’altra posizione era quella di spingere verso un fronte di organizzazioni di estrema sinistra, tutte piccole tranne che nei Paesi Baschi e in parte in Catalogna, che erano molto poco radicate e abbastanza settarie, il che avrebbe significato che gli Anticapi­talisti avrebbero dovuto essere al di fuori dell’ampia corrente di radicalizzazione di massa emersa con il 15M.‎

‎Un terzo, difeso dalla direzione, propose di stimolare un nuovo tipo di iniziativa, in quanto riteneva che le strutture della sinistra esistenti all’epoca si rivelassero incapaci di essere utili per compiere il salto per passare dalla lotta sociale alla politica. Fu quest’ultima opzione che alla fine ottenne la maggioranza.‎

‎Anticapitalistas, come Espacio Alternativo (Spazio Alternativo) che lo ha preceduto, avevano già discusso della necessità di so­stenere la nascita di organizzazioni di massa, democratiche e anti-neoliberiste in grado di combattere le battaglie elettorali in modo complementare con le lotte sociali guidate dai movimenti. Ecco perché progettando Podemos si è data grande importanza all’idea di movimento-partito, strutturata dal basso verso l’alto in quelli che abbiamo chiamato circoli.‎

‎A differenza di altri settori della sinistra, Anticapitalistas, che è stata anche una delle poche organizzazioni a non essere sospet­tosa nei confronti del 15M, è stata la prima a mettere in discussione la possibilità e la necessità di fare un salto politico. Essa ha ritenuto che questa iniziativa politica non avrebbe comportato un freno alla mobilitazione, che certamente aveva già mostrato sintomi di esaurimento, a seguito del blocco da parte dello Stato e del recupero di alcune iniziative da parte dei partiti del regi­me che cominciavano a emergere dalla loro confusione e dalla loro paralisi iniziale di fronte a un movimento di protesta tanto ampio quanto inaspettato. Al contrario, Anticapitalistas riteneva che fosse urgente e possibile incanalare tutta l’energia sprigio­nata dal 15M in una nuova battaglia che avrebbe sbloccato un panorama politico oggettivamente bloccato. In effetti, nel settore sociale e politico c’era una grande potenza senza rappresentanza. In questo contesto, Anticapitalistas ha giustamente avuto l’audacia tattica di dare impulso all’iniziativa Podemos, la cui portata e natura erano di tale dimensione da testare tutti i punti di forza e le capacità dell’organizzazione.‎

‎Cosa sarebbe successo se gli Anticapitalisti non l’avessero fatto? Non possiamo saperlo perché non è successo. Quello che sap­piamo, tuttavia, è che gruppi della sinistra radicale che non si sono legati a Podemos si sono suicidati per settarismo. Gli Antica­pitalisti avrebbero potuto seguire la strada dell’insignificanza politica in cui molti dei gruppi rimasti fuori sono finiti. Probabil­mente non avrebbe moltiplicato le sue forze militanti e non avrebbe beneficiato dell’ampia platea che i suoi portavoce politici sono riusciti ad avere. La sua organizzazione non si sarebbe estesa a tutte le comunità autonome. E non avrebbe potuto organiz­zare incontri politici di massa, sia in presenza che online, come ha fatto durante la pandemia di Covid-19. Nessuna delle sue pro­poste sulla questione nazionale o sulle disuguaglianze sociali avrebbe avuto l’impatto mediatico che ha ottenuto. Non avrebbe potuto segnare l’agenda politica delle avanguardie e non sarebbe diventato un riferimento ideologico e politico per i settori mili­tanti più consapevoli. Non avrebbe potuto svolgere l’esperienza di lavorare con le istituzioni locali, regionali ed europee su que­stioni anti-austerità e democratiche a favore delle classi lavoratrici. Su questo punto, va notato che Pablo Iglesias e la sua squa­dra hanno rapidamente ostacolato, attraverso l’abuso di regolamenti antidemocratici, la possibilità di una rappresentanza anti­capitalista nell’Assemblea nazionale, dove Anticapitalistas ha avuto una presenza limitata e solo durante una legislatura.‎

‎Ma questi e altri elementi da accreditare ad Anticapitalistas non possono oscurare due problemi: ‎

‎1. Quello già menzionato: il progetto Podemos è fallito e le tesi di Anticapitalistas sono state sconfitte; ‎

‎2. Anticapitalistas ha commesso gravi errori durante il processo, errori che hanno contribuito al trionfo delle posizioni di Pablo Iglesias. ‎

‎Per questo dobbiamo ricordare/ricostruire criticamente la storia di Podemos e fare il punto sui progressi d Anticapitalistas per avere una visione d’insieme e anche per poter comprendere l’altra grande decisione: lasciare Podemos e dare impulso ad Antica­pitalistas come nuovo soggetto politico.‎

‎Il fenomeno Podemos in tutta la sua complessità‎

‎La prima caratteristica di Podemos è che ha ripreso il senso di indignazione che esisteva dopo la crisi del 2008 e la diffusa per­cezione in tutta la società che una minoranza si fosse beneficiata grazie al fatto che una maggioranza aveva perso – e perso molto. E che questa questione sociale era intimamente legata alla questione democratica. Pablo Iglesias, il 22 novembre 2014, quando era più radicale, quando i sondaggi davano Podemos come principale forza politica, basata su un linguaggio chiaramente populista di sinistra ma operativa per le posizioni della sinistra rivoluzionaria, affermò: ‎‎“La linea di demarcazione ora mette in crisi coloro che, come noi, difendono la democrazia (…) a coloro che stanno dalla parte delle élite, delle banche, del mercato; ci sono quelli al vertice e quelli sotto (…), un’élite e la maggioranza. »‎

‎Una seconda caratteristica singolare della nascita di questa formazione politica è il ruolo significativo e decisivo svolto da una piccola ma attiva organizzazione rivoluzionaria marxista, Anticapitalistas, nella creazione e durante la prima fase dello sviluppo di Podemos. Il documento di fondazione “Darsi una mossa, trasformare l’indignazione in cambiamento politico” così come il pro­gramma elettorale per le elezioni del Parlamento europeo del 2014 – nonostante i compromessi linguistici dovuti a convergenze di culture diverse – riflettono l’egemonia degli approcci marxisti rivoluzionari nelle riunioni e nelle assemblee degli attivisti. Allo stesso modo, il sostegno di Anticapitalistas era indispensabile per altri motivi: dare legittimità alla proposta elettorale di fronte alla sinistra sociale, facilitare i primi mezzi finanziari, rendere disponibile al progetto la sua piccola struttura organizzativa e stimolare l’organizzazione delle adesioni alla base, ai circoli, su quasi tutto il territorio dello Stato spagnolo.‎

‎La terza caratteristica è che Podemos è nato come partito completamente aperto all’incorporazione di varie correnti della sini­stra sociale e politica, che ha portato molto rapidamente all’incorporazione di settori che hanno rotto con IU, incapace di uscire dalla sua crisi interna e offrire nuove alternative alle richieste di una nuova generazione di attivisti. Podemos ha anche attirato l’interesse dei movimenti sociali, in particolare tra i settori dell’ecologismo politico e del femminismo. Inoltre, ha catturato l’inte­resse della generazione 20enne che era fuori dalla politica.‎

‎Questi erano i tre prerequisiti per la costruzione e l’utilità del progetto Podemos. Che mantenga il suo discorso radicale, stabili­sca legami organici stabili con i settori operai e popolari più coscientii e combattivi e si configuri internamente in modo demo­cratico per consentire la deliberazione, la partecipazione degli aderenti alle decisioni e la coesistenza creativa e fraterna dell’ampia pluralità ideologica e politica che era presente fin dall’inizio al suo interno. Questa pluralità copriva una vasta gamma di aspetti, con uno spettro più ampio di sensibilità rispetto a quello delle tre principali componenti politiche raggruppate attorno alla figura di Pablo Iglesias, a quella di Iñigo Errejon e a quella di Anticapitalistas, i cui portavoce pubblici più noti erano Teresa Rodríguez e Miguel Urbán. Fin dalla sua nascita Podemos è diventato un campo di battaglia interno tra le sue tre anime. ‎

‎Quello rappresentato dalla corrente anticapitalista – più ampia dell’organizzazione che l’ha guidata – ha affermato l’importanza del programma e dell’organizzazione nella costruzione comune del nuovo partito, nonché la necessità di promuovere l’auto-organizzazione e la mobilitazione sociale, il radicamento nel mondo del lavoro e la combinazione di questi compiti con un lento accumulo elettorale e istituzionale che avrebbe dovuto essere messo al servizio di questi obiettivi attraverso un rapporto dialet­tico tra il partito e i lavoratori.‎

‎Di fronte a questa proposta, si è formata un’alleanza tra il settore populista di sinistra di Iñigo Errejon e il settore di Pablo Igle­sias alla prima assemblea “ciudadana” di Podemos, nota come Vista Alegre I (dal luogo del raduno).‎

‎Questa alleanza portò alla creazione di una cricca burocratica composta da due frazioni, costantemente rimodellata a seconda dei rapporti interni di forza, che si diede la missione del controllo assoluto di Podemos. L’obiettivo a breve termine dell’alleanza era sconfiggere le posizioni marxiste rivoluzionarie.‎

‎L’obiettivo specifico di Pablo Iglesias era quello di affermarsi come leader indiscusso con assoluta autonomia, senza approfondi­re nessun altro progetto se non quello di superare il PSOE dal punto di vista elettorale e di governare rapidamente. A tal fine, non ha esitato a radicalizzare o moderare il suo discorso a seconda del caso. Non ha mai proposto un progetto di società, un pro­gramma di governo o una strategia da seguire. Non gli importava nemmeno delle condizioni o delle misure da adottare per af­frontare gli attacchi del capitale. Né ha imparato dall’intervento della troika nel caso greco di Syriza. La vecchia confusione ri­formista tra accesso al governo e potere è stata ripetuta, ma con discorsi radicali in relazione allo spirito di protesta del mo­mento. Tutta la sua azione politica è stata presieduta – il tutto accompagnato da un discorso più o meno di sinistra – esercitando l’iper-leadership in un’imitazione semplicistica degli aspetti meno interessanti dell’esperienza bolivariana, ma anche da quello che potremmo definire un relativismo programmatico che consiste nel togliere proposte da una grande borsa – o farle scompari­re – per capriccio delle comodità tattiche del momento, non correlato a un progetto di società o a una strategia per raggiungere questo obiettivo. La sua ipotesi strategica era che “siamo nati per governare”, cioè l’accesso al governo, come fine a se stesso.‎

‎Per questo compito, in un primo passo, Iglesias trovò un alleato più conveniente in Errejon, seguace all’epoca delle tesi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (2) che affermavano l’assoluta autonomia della politica e la negazione del ruolo svolto dalle classi so­ciali e dai dibattiti dei marxisti sull’economia riguardo al modo di produzione capitalista. Abbiamo poi visto, da questo settore, di­scorsi e persino articoli di stampa, pieni di un guazzabuglio astratto sulla costruzione del soggetto popolare attraverso la crea­zione di una base elettorale interclassista, ideologicamente trasversale, riunita sentimentalmente dietro un leader capace di far fronte a una piccola minoranza oligarchica. Ciò significava che le categorie sinistra e destra o le analisi delle classi erano inap­propriate, e così via.‎

‎Errejon aveva teorizzato la possibilità di una rapida vittoria elettorale, alla quale tutto doveva essere subordinato: efficienza contro democrazia, gerarchia contro organizzazione popolare nei circoli, macchina da guerra elettorale (espressione letteral­mente formulata) contro partito di massa, partecipazione plebiscitaria contro deliberazione democratica. Dopo la prima vittoria interna della cricca, i circoli hanno cessato di avere la capacità di prendere decisioni e l’elezione dei leader è stata effettuata al di fuori dei circoli, facendo votare su internet delle persone registrate tramite un modulo sul sito web. Questo era l’unico impe­gno di questi membri. Elezioni senza dibattito e personaliste. È stata un’operazione assolutamente antitetica a quella di un parti­to militante e di massa organizzato. E questo ha reso impossibile per la base controllare e rimuovere i leader.‎

‎Queste teorizzazioni non portarono a dibattiti teorici e ideologici di qualità, sia nel mondo accademico che in politica – al di là di quelli guidati da una minoranza fortemente coinvolta nella costruzione di Podemos (che appoggiasse una tesi o l’altra) – o da co­loro che difendevano l’establishment bipartisan. Le elezioni per il Parlamento spagnolo nel 2015 e nel 2016, sebbene abbiano por­tato a un risultato importante per Podemos, non hanno portato al tanto desiderato sorpasso elettorale. Il declino elettorale iniziò con la ricerca del voto attraverso l’abbandono di ogni radicalismo. Il momento populista-laclausiano trasmesso in tutto lo Stato spagnolo da Chantal Mouffe attraverso il principale quotidiano diffuso in tutto il paese, ‎‎El Pais‎‎ (3) – è stato ridotto alla sua unica dimensione populista. Le urne hanno ridotto queste teorizzazioni in cenere.‎

‎Al secondo congresso, a Vista Alegre II, nel marzo 2017, il settore di Iglesias ha efettuato una svolta a sinistra e epurato il settore Errejon. Lo scontro tra questi due apparati burocratici per il controllo del partito ha espresso quello che Jaime Pastor ed io ab­biamo descritto come “Pablo Iglesias contro Iñigo Errejon: un eurocomunismo risorto di fronte al neo-populismo del centro” (4). Secondo alcune valutazioni, come quella del sociologo e membro di Podemos, Emmanuel Rodriguez, questo shock faceva parte della concezione di Podemos come semplice mezzo per generare élite, la lotta tra loro e la realizzazione delle aspirazioni delle componenti accademiche di una classe media progressista senza futuro (5). Il grado di scontro settario tra le due fazioni di ex alleati attraverso la stampa e i social network prima che la seconda assemblea dei cittadini raggiungesse `giunto a livelli tali da quasi metterla in pericolo. Nonostante l’atmosfera di follia generale, il congresso fu in grado di svolgersi grazie al lavoro e al senso della misura degli Anticapitalisti, così come un giornalista, Rael Solus, poco vicino al marxismo rivoluzionario, descrisse nella sua rubrica, sorpreso che la sinistra marxista rivoluzionaria avesse un atteggiamento ragionevole (sic!) (6). Per alcuni mesi la svolta a sinistra di Pablo Iglesias fu favorevole alla politica di Anticapitalistas. Ma Iglesias ha bloccato ogni pluralismo. Per prima cosa emarginò Errejon, un autentico Epimeteo (il Titano che “riflette dopo il fatto”) di questa storia, che scoprendo il tipo di partito che aveva lui stesso disegnato e avendo visto ciò che stava nascendo da questo vaso di Pandora, decise di rompere per motivi politici, ma soprattutto perché non riusciva più a respirare in un’organizzazione senza democrazia. Subito dopo è iniziata la bonifica di Anticapitalistass, attraverso misure burocratiche.‎

‎Molto rapidamente iniziò un’evoluzione, con spostamenti a destra e a sinistra da parte di Pablo Iglesias, che tornò alle sue con­cezioni giovanili e alle sue radici eurocomuniste. Ha persino recuperato la memoria di Santiago Carrillo (1915-2012), leader del Partito Comunista di Spagna (PCE) dal 1960 al dicembre 1982, che, insieme a Enrico Berlinguer del Partito Comunista Italiano, e Georges Marchais del Partito Comunista Francese, sono stati i padri dell’eurocomunismo – un nuovo modo (come dicevano loro stessi) di accedere al governo attraverso il sistema parlamentare.‎

‎Iglesias iniziò a rivendicare i benefici della Costituzione come scudo sociale democratico, come se potesse essere tagliata su mi­sura e che ogni articolo non avesse alcun legame con gli altri o rispondesse a una legittimazione del regime liberale post-fran­chista. Su un tema così cruciale, è passato, come è stato analizzato in altri articoli di ‎‎Viento Sur,‎‎dalla rimessa in discussione del­la Costituzione alla sua parziale riforma “quando possibile”.‎

‎Sebbene Pablo Iglesias abbia usato la cassetta degli attrezzi concettuale di Laclau, probabilmente non era un discepolo fedele, ma solo il beneficiario. Le teorie dell’intellettuale post-marxista erano perfettamente in linea con il percorso elettorale verso il potere e con il ruolo preminente di Iglesias nel processo. Le richieste astratte di democrazia come strumento per trasformare la società nel quadro delle istituzioni della democrazia liberale, che non sono in discussione, portano all’impotenza del populismo di sinistra e dell’eurocomunismo a governare migliorando sostanzialmente, in modo sostenibile, le condizioni di vita delle persone in una situazione di crisi economica. E permettendo ancora meno di trasformare la società. Stathis Kouvélakis ha ragione quando critica Laclau perché il suo concetto di democrazia radicale, che esclude la rottura con l’ordine socioeconomico capitalista e con i principi della democrazia liberale, implica l’autolimitazione. E ricorda che, contrariamente alle affermazioni di Laclau, “è quindi il riferimento alle contraddizioni di classe che funge ‎‎da operatore di decostruzione dell’unità unificata del “popolo” proiettato dalla “ragione populista””‎‎ (7).‎

‎In ognuna delle prossime elezioni, comprese quelle del 2019 – dove Pablo Iglesias ha assunto la guida della coalizione Podemos e IU, Unidas Podemos (UP) – la perdita di voti e seggi è costante e schiacciante. Il peso e la presenza nei media stanno diminuendo. Podemos non segna più l’agenda politica o i temi del dibattito pubblico. E il prestigio dell’organizzazione, che nei suoi primi giorni era al massimo, è in caduta libera in ogni sondaggio d’opinione. E poi è iniziata la disperata ricerca di spazi più tradizionali di si­nistra e centrosinistra per cercare i voti che mancavano. La scissione di Iñigo Errejon ha ottenuto risultati simili e seguì lo stesso destino.‎

‎Mentre agli inizi Podemos mostrava una grande capacità di attrazione con il suo discorso contestatore e conquistatore, i risultati elettorali hanno trasformato quello slancio in una dichiarazione miserabile e possibilista: “siamo nati per governare”. Questa svolta è stata incoraggiata dal processo di regressione di IU con il trionfo delle tesi governativiste e la crescente subordinazione a Podemos. UP ha abbandonato qualsiasi desiderio di mantenere un profilo di sinistra pulito e differenziato e ciò si è riflesso sim­bolicamente nell’inasprimento dei ranghi nella difesa di Nadia Calvio (ex membro della Commissione europea, ministro dell’Eco­nomia e terzo vicepresidente del governo spagnolo) sia di fronte all’Unione europea che per quanto riguarda gli eventi a sud dei Pirenei.‎

‎Le debolezze e gli errori degli anticapitalisti‎

‎L’esito del confronto tra riformisti e rivoluzionari all’interno di Podemos non era determinato in anticipo. Ma, pur comprendendo le difficoltà di perseguire una politica anticapitalista dentro e fuori Podemos, c’erano reali opportunità per farlo. Ciò ha richiesto di uscire dalla zona di comfort in cui si trovano tanti piccoli gruppi e sette della sinistra radicale, limitando la loro attività all’auto-costruzione, alla denuncia, all’avvertimento di altre forze politiche e al propagandismo senza avere la volontà o la capa­cità di progettare progetti politici per l’azione di massa e in relazione alle masse stesse. Anticapitalistas ha osato questa scom­messa forte, è stata coraggiosa e ha messo in atto il suo potenziale programmatico e tattico.‎

‎Il compito era erculeo: creare da zero un partito di massa in una situazione di crisi sociale, ma con poche tradizioni e cultura della militanza organizzata. Questo nel contesto di una crisi del regime politico – data la disaffezione dei giovani e l’entità del conflitto catalano con lo Stato centrale – ma con l’apparato statale post-Franco illeso, senza crepe. Con una crisi del bi­partitismo che ha causato una situazione di ingovernabilità, ma con un Partito Socialista stabilizzante che mantenne la fiducia del “popolo di sinistra”, certamente diminuito ma comunque maggioritario.‎

‎In queste condizioni, la costruzione dell’alternativa era un compito difficile. I fattori che spiegano l’esistenza dello spazio che si è aperto alla costruzione di Podemos potrebbero essere allo stesso tempo il suo tallone d’Achille: anni di distruzione e regressione della coscienza del movimento operaio per esempio e il crollo della sinistra politica riformista e rivoluzionaria; ma soprattutto il fatto che la crisi organica non si era ancora verificata. Tutto ciò ha oggettivamente reso difficile il successo del progetto di Anti­capitalistass di fare di Podemos una leva per l’emancipazione.‎

‎Tuttavia, è necessario evidenziare alcuni errori e debolezze che, oltre alle difficoltà oggettive, hanno pesato su Anticapitalistas. Un primo errore è stato quello di accettare di fatto il quadro ristretto che la cricca imponeva con la legalizzazione segreta e ma­novrante di statuti antidemocratici e gerarchici che davano la proprietà legale del partito alla squadra di Iglesias. Così facendo, questo team ha cercato di cancellare gli anticapitalisti come soggetto politico fondatore e di presentare i suoi attivisti come co­spiratori esterni, “entristi” e nemici del progetto (sic!) che si erano creati da soli! I lettori ricordano la fotografia del raduno in cui Lenin e Trotsky intervennero, che fu censurato e modificato dalla magia fotografica di Stalin per cancellare la memoria e diven­tare il proprietario della rivoluzione. Beh, è successo qualcosa del genere a Podemos. Come posso parlare dell’atteggiamento de­gli Anticapitalisti? Oggi c’è una sola qualifica: fiducia ingenua e irresponsabile.‎

‎C’è stata una sopravvalutazione volontarista della capacità delle nostre modeste forze militanti organizzate. Non tanto per strut­turare la risposta iniziale, spontanea e massiccia degli attivisti, ma per affrontare l’iper-leadership costruita nei media e il lega­me plebiscitario esistente (e fomentato) tra il leader carismatico e le masse in una situazione in cui non c’era un processo di profonda politicizzazione, la formazione di quadri, la strutturazione sistematica della militanza e relazioni organiche con ampi settori della popolazione. Questo nonostante la profonda necessità di cambiamento, nuove direzioni e nuovi rappresentanti. Que­sto è stato un fattore decisivo per consentire il livello di autonomia raggiunto da Pablo Iglesias nel suo ruolo di segretario gene­rale, che fu eletto al di fuori del resto della leadership in modo plebiscitario. Ha così potuto imporre il suo slancio a Podemos, re­spingere qualsiasi proposta di strutturazione democratica e giustificare ogni sorta di cambiamenti politici in base ai suoi inte­ressi ciclici.‎

‎Era il tempo in cui Podemos dava vita al “comando mediatico” – come lo chiamava Santiago Alba, saggista e filosofo marxista – che per un breve periodo fu efficace nel rivoluzionare la comunicazione politica sia sui social network che nel suo rapporto con i media audiovisivi. Il tandem Iglesias-Errejon si è appropriato in esclusiva di questo dispositivo del partito. Di fronte a ciò, Antica­pitalistas – visto che l’accesso alle risorse di Podemos gli era stato chiuso dal veto della cricca burocratica – non ha organizzato un sistema di comunicazione, per quanto modesto, anche allo stato embrionale, che le consentisse di esprimere autonomamente le proprie posizioni nei media e nelle reti. Questo è stato a lungo uno degli ostacoli più pesanti alla sua attività.‎

‎Nello Stato spagnolo, il neo caudillismo è stato ispirato ideologicamente, politicamente e organicamente dalle esperienze populi­ste latinoamericane, che ora sono in declino. Ma la direzione di Podemos ha difeso la sua necessità “congiunturale” e “strumen­tale” – fingendo di farlo a malincuore – con il mantra della sua convenienza e opportunità di fronte alla “logica elettorale e co­municativa nella società del XXI secolo”. Il problema successivo, legato al precedente e che gli anticapitalisti non hanno rilevato in tempo, è che questo caudillismo ha aggregato molto bene i settori dalle esperienze post-staliniane e dai settori più spoliticiz­zati, che hanno prontamente accettato la gerarchia dell’organizzazione in cui molti di loro hanno iniziato a riferirsi a se stessi come soldati.‎

‎Questo rapido processo di burocratizzazione è stato aiutato dal fatto che alcuni settori militanti della sinistra dei movimenti so­ciali, privi di un po’ di coscienza politica, inizialmente disprezzavano Podemos, e nel momento cruciale il settore anticapitalista non poteva contare sul loro aiuto. Dopo il successo elettorale del nuovo partito, sono stati attirati ciecamente lì, come le zanzare dalla luce – troppo tardi per cambiare l’organizzazione democraticamente. Senza leadership politica, alcuni si stabilirono nella nuova situazione, altri cercarono semplicemente occupazione negli spazi istituzionali e la maggior parte lasciò Podemos con molti di coloro che vi avevano aderito.‎

‎In questa situazione, Anticapitalistas ha commesso un errore durante il congresso Vista Alegre I. Poiché il conflitto era incentra­to sul modello organizzativo, abbiamo concentrato i nostri sforzi quasi esclusivamente sulla risposta alla questione democratica interna – una domanda davvero importante – senza fornire un’enfasi sufficientemente forte alla battaglia per un progetto politico per aggregare le correnti esistenti di radicalizzazione intorno agli anticapitalisti. Una lezione da imparare per il futuro: stabilire il rapporto tra progetto politico e aspirazione a una società ecosocialista e femminista è il prerequisito per costruire gruppi poli­tici strategici con una società postcapitalista come orizzonte. Solo in questo modo si può creare e unificare un blocco storico an­tagonista. Anticapitalistas non è riuscita a mettere la questione al centro della costruzione di Podemos e questo ha permesso ai leader di Podemos di manovrare e cambiare le loro posizioni politiche a volontà e, quindi, di definire gli obiettivi in base ai loro interessi immediati.‎

‎Mentre il compito era erculeo, il problema principale era che Anticapitalistas aveva non solo un deficit numerico, ma anche un deficit nel suo radicamento sociale e, cosa più importante, nel suo grado di coesione politica prima di intraprendere il progetto proposto dalla direzione del partito. Ecco perché ci sono state delle fuoriuscite di un settore meno audace, più settario e di sini­stra che sarebbe diventato inesistente poco dopo. Ma ci sono state anche perdite in un settore che ha ridotto le sue aspettative alla via elettorale e non ha più visto la necessità dell’esistenza dell’organizzazione rivoluzionaria marxista nel quadro di un’organizzazione più ampia.‎

‎La direzione di Anticapitalistas ha fatto una buona lettura della congiuntura che ha portato alla scelta di fondare Podemos, ma non sufficiente rispetto alle esigenze politiche necessarie per fare un tale salto. Riflettendo sui nostri compiti post-Podemos, si può trarre una lezione da questo: la necessità di avere una preparazione ideologica e strategica significativa del partito prima di prendere decisioni di questa portata. Ma poiché è impossibile indovinare o prevedere scientificamente le situazioni in cui sorge­ranno nuove opportunità che consentano di compiere salti qualitativi, è essenziale creare, in modo consapevole e pianificato, una coerenza interna superiore a quella che si costruisce quotidianamente. Questo deve essere un compito centrale costante che sarà di grande utilità per agire all’unisono, con pensiero strategico, abilità tattica e creatività organizzativa, in modo che oppor­tunità e possibilità possano trasformarsi in forze e realtà.‎

‎Ci rivedremo nelle lotte‎

‎Come ha spiegato Rael Camargo in un’intervista (8), ci sono due motivi principali per l’uscita di Anticapitalistas da Podemos. ‎Da un lato, l’assenza di vita democratica interna in un’organizzazione i cui organi raramente si incontrano o deliberano, in cui la proporzionalità non è rispettata per quanto riguarda l’elezione a posizioni di direzione interne o le candidature elettorali decise dal Segretario generale – tutti fattori che impediscono lo sviluppo di una vita pluralistica dell’organizzazione. ‎

‎D’altro canto, perché il processo di accettazione del quadro costituzionale del regime del 1978 e di adattamento flessibile all’eco­nomia di mercato della squadra di Iglesias è stato accompagnato da un riavvicinamento con il PSOE, culminato nella formazione di un governo congiunto in cui Unidas Podemos (UP) svolge un ruolo subordinato e secondario.‎

‎Gli accordi di bilancio di UP con il PSOE e il programma del governo di coalizione erano soggetti ai requisiti del Patto di stabilità e crescita. Si tratta di un governo che, sotto l’egemonia e l’attenta vigilanza del Ministro Nadia Calviño, ha una politica economica e sociale determinata dai limiti fissati in ogni momento dalla Commissione europea, dal Consiglio, dall’Eurogruppo o dalla BCE. L’anima sociale che ispira Podemos è innegabile, ma le sue proposte, e questo è stato dimostrato durante la pandemia, hanno una portata limitata. Le misure di difesa per i più poveri sono necessarie come palliative ma insufficienti. Quelli relativi alla legi­slazione del lavoro hanno una data di scadenza e scommettono su un debito ancora maggiore delle casse dello Stato e su una ri­duzione delle imposte sugli utili delle imprese.‎

‎Durante la breve esperienza del sedicente Governo del Progresso, UP ha fatto una cascata di concessioni, rinunciando persino ai punti del programma concordati con il PSOE, e ha acconsentito silenziosamente a grandi arretramenti politici e decisioni econo­miche regressive. Uno dei prossimi test sarà il suo atteggiamento nei confronti dell’evidente crisi dell’istituzione monarchica, che non sarà rovesciata dalle dichiarazioni in parlamento.‎

‎È di scarsa importanza raggruppare “il popolo”, fare appello agli interessi della gente, avere una presenza elettorale o far parte di un governo se non è per realizzare un progetto che possa porre fine alla loro alienazione. Questo, a maggior ragione, ci co­stringe a ricordare categorie come la classe sociale e lo sfruttamento; concepire la maggioranza sociale non come una somma aritmetica degli individui, ma come un aggregato algebrico della classe operaia con tutti i settori sociali che hanno un conto da risolvere con il sistema e sono in grado di configurare un nuovo blocco egemonico. In altre parole, pensare alla gente come a un vero e proprio soggetto politico antagonista e a un candidato al potere in ogni modo. Ciò è ben diverso dal limitare il progresso alla mera occupazione di alcuni portafogli ministeriali marginali da parte di una nuova élite di giovani politici professionalizzati.‎

‎Podemos è diventato un apparato elettorale plebiscitario che, pur rappresentando una parte sempre più piccola della sinistra, è un ostacolo allo sviluppo dell’auto-organizzazione popolare. Da un lato, perché la sua leadership ha ridotto la lotta politica a una lotta puramente istituzionale. D’altra parte, perché ha un rapporto strumentale con le organizzazioni sociali. Ciò è complementa­re e funzionale all’orientamento governativo di Iglesias di governare a tutti i costi e quindi di entrare a far parte della gestione progressista dell’apparato statale, limitando i compiti secondo criteri possibilisti e rinunciando all’obiettivo di trasformare il si­stema politico, economico e sociale. Vale a dire, assumendo costantemente la logica del meno peggio, come si può vedere al mo­mento nella gestione della crisi sociale del Covid-19.‎

‎In sintesi, l’attuale radiografia di Podemos è quella di un partito gerarchico i cui organi di governo non hanno vita, sono identifi­cati con il gruppo parlamentare e i membri del governo. È un partito che ha quasi completamente perso la sua base militante – quella che si era riunita alla sua nascita – e ha ridotto la sua azione politica a una presenza istituzionale, che non ha idee e pro­poste trasformatrici. E il suo principale oggetto di riflessione è il suo posto nella struttura dello stato e negli avatar di Podemos stesso. Un partito che, secondo la classificazione di Antonio Gramsci nelle sue Note su Machiavelli, si dedica alla “piccola politi­ca”, a “domande parziali e quotidiane che sorgono all’interno di una struttura già stabilita dalle lotte di preminenza tra le diverse fazioni della stessa classe politica” e che ha abbandonato la “grande politica”, quella che “si occupa davvero di questioni di tra­sformazione statale e sociale”. L’errore, contro il quale Gramsci aveva già messo in guardia, è che “ogni elemento della piccola politica” diventa “una questione di grande politica”.‎

‎Non è una buona notizia. L’attuale situazione politica non è favorevole alle posizioni di sinistra. Presenta grandi difficoltà e sfide in assenza della mediazione di un partito di massa. Ma questa osservazione non deve oscurare gli aspetti positivi già menzionati: questa esperienza ha permesso ad Anticapitalistas di continuare a svolgere un ruolo attivo nella crisi del regime del 1978, come sottolinea Brais Fernandez (9). Gli Anticapitalisti dovranno quindi promuovere nuove alleanze politiche e sociali di fronte alle po­litiche di austerità, continuare a lavorare per la creazione di nuovi gruppi anti-neoliberali con influenza di massa, come Adelante Andalucia, promuovere l’organizzazione di lotte sindacali, sociali, ambientali, femministe, giovanili in difesa del servizio pubblico ed essere un riferimento ideologico e culturale nei dibattiti esistenti per definire un nuovo progetto ecofemminista e sociale. ‎

Manuel Garí‎‎ è membro d’Anticapitalistas (sezione della IV‎e Internazionale nello Stato Spagnolo e del comitato di redazione di ‎‎Viento Sur.‎‎ Questo articolo è stato pubblicato per la ‎‎prima volta sul sito web di Viento Sur‎‎ il 9 settembre 2020.

‎Note‎

‎1. Izquierda Anticapitalista ha partecipato al processo di creazione di Podemos nel 2013 e nel 2014 e in seguito è diventata Anti­capitalistas. Poiché esiste un’assoluta continuità politica e organizzativa tra le due denominazioni, uso il nome Anticapitalistas in tutto l’articolo per comodità e per facilitare la lettura di chi accede al testo. Per saperne di più su questa modifica formale: https://vientosur.info/spip.php?article9779‎

‎2. Così, per un breve periodo di tempo, le vetrine delle librerie si riempirono delle loro opere: E. Laclau, la Ragione Populista; E. Laclau e C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista; C. Mouffe e I. Errejon, Costruire un popolo, egemonia e radicalizzazione della democrazia. Quello che non so è se hanno davvero avuto successo in termini di numero di lettori.‎

‎3. Chantal Mouffe, « Tribuna. Il momento populista », El País du 10 juin 2016 : https://elpais.com/elpais/2016/06/06/opinion/1465228236_594864.html‎

‎4. Questo articolo è stato tradotto ‎‎in Inprecor‎‎ 659/660 da gennaio a febbraio 2019.‎

‎5. Emmanuel Rodríguez, « Il podemismo come problema e come ideologia », Viento Sur (7 février 2017), https://vientosur.info/El-podemismo-como-problema-y-como-ideologia‎

‎6. Raúl Solís, « La sanità mentale degli Anticapitalisti di Podemos », http://www.huffingtonpost.es/raul-solis-/la-cordura-de-los- anticap_b_14635506.html? Ncid – engmodushpmg00000009‎

‎7. Stathis Kouvélakis, “Contro la ragione populista – I deadlock di Ernesto Laclau”, Battuta d’arresto (24 giugno 2019): http://www.­contretemps.eu/raison-populiste-impasses-laclau/‎

‎8. Aitor Riveiro, « Raul Camargo: “Il Podemos del governo con il PSOE non è l’originale, si è evoluta su posizioni più moderate””, El Diario del 17 mai 2020, https://www.eldiario.es/politica/raul-camargo-podemos-gobierno-psoe_1_5963428.html‎

‎9. Brais Fernandez, “E dopo covid-19, cosa facciamo? Note per la discussione a sinistra », Vento Sur (14 avril 2020), https://viento­sur.info/Y-despues-de-Covid19-que-hacemos-Notas-para-una-discusion-en-la-izquierda‎