Il “caso” Italia

Molto si é scritto sulla crisi italiana del primo dopoguerra. Le interpretazioni storiografiche sono ovviamente diverse e, spesso, contrapposte. Il dato comune è la constatazione dell’anomalia italiana: un paese uscito “vincitore” dalla Grande Guerra che vive una crisi per alcuni versi simile a quella dei “vinti” (e consideriamo tra questi, con una certa forzatura, anche la Russia zarista), ma il cui sbocco non è né la rivoluzione sociale (come in Russia), né una rivoluzione politica seguita da una ristabilizzazione temporanea in senso piú o meno liberal-democratico (come in Germania o in Austria) né la sostanziale continuità (dopo qualche scossone) delle istituzioni liberali (come in Francia o in Gran Bretagna). Fu la “grande paura” della rivoluzione mancata a scatenare la reazione fascista? O le tendenze autoritarie avevano radici meno contingenti e suscettibili di un’evoluzione analoga anche senza il “biennio rosso”? E quali rapporti esistono tra fascismo, borghesia e liberalismo? Tra lo stato liberale e quello fascista prevale la continuità o la rottura?

Borghesia, liberalismo, autoritarismo durante la guerra…..

Esiste, nella storiografia e nella politica italiana (soprattutto, ma non solo, nelle correnti maggioritarie del movimento operaio) la convinzione dell’arretratezza specifica della borghesia italiana, del suo essere “arrivata tardi” sullo scenario della storia (o troppo presto, e perció sconfitta e/o assorbita dalla reazione nobiliare del tardo medioevo e dalla decadenza del XVII secolo, fino alla “rinascita” ottocentesca), se paragonata alle borghesie inglese, olandese, francese. Questa presunta arretratezza, questa mescolanza di caratteristiche precapitalistiche e parassitarie con altre borghesie moderne sarebbe all’origine di una propensione autoritaria e poco rispettosa delle stesse istituzioni liberali borghesi ( il cosiddetto “sovversivismo” borghese). È una vexata quaestio che tuttora è viva (e che, sia detto en passant, ha sempre giustificato il rifiuto delle correnti moderate del movimento operaio di considerare attuale la battaglia per il socialismo, motivato con la necessità di “completare”, prima, lo sviluppo borghese liberal- democratico) e non possiamo analizzare approfonditamente: basti ricordare i riferimenti all’ “imperialismo straccione”, al “patto borghesia del nord-agrari del sud” che starebbe alla base del Risorgimento, etc.

Premesso che condivido solo parzialmente questo giudizio (del resto secondo me estendibile, in tutto o in parte, a tutte le borghesie, a cominciare dalla stessa borghesia inglese) è indubbio che lo stato liberale italiano nasce già segnato da caratteristiche “prussiane” ed autoritarie (il ruolo egemonico del Piemonte -lo stato preunitario più militarista- la dinastia dei Savoia, lo stesso Statuto albertino, etc.). E anche se, nel corso del processo storico, si sono avuti periodi di “apertura” liberale (e in seguito liberal-democratica) più o meno lunghi e profondi (come dopo la vittoria della “Sinistra storica” nel 1876, nel periodo giolittiano, nell’immediato primo e secondo dopoguerra, o negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso), si sono avuti altrettanti periodi di reazione più o meno autoritaria (gli anni ’90, soprattutto con la crisi del ’98-99, il 1914-18, il ventennio fascista, gli anni “cinquanta” del secolo scorso, etc.). Che si tratti di una reazione ad un pericolo rivoluzionario vero o immaginario è tuttora oggetto di discussione appassionata: per alcuni questa borghesia “stracciona” ed insicura si è sempre mostrata disposta a chiamare l’esercito anche solo per affrontare un semplice sciopero economico; per altri il rumore delle bombe anarchiche e lo sventolìo delle bandiere rosse sulle fabbriche sono stati i prodromi di una rivoluzione possibile e addirittura imminente (temuta o auspicata secondo i punti di vista). Resta il fatto che le classi popolari, in Italia ( a partire ovviamente dal proletariato urbano), hanno una consolidata tradizione di rivolta radicale (dal 1848 al “maggio strisciante” del 1968-77), diversamente, per esempio, dalla poco politicizzata classe operaia inglese o nordamericana. E questa continuità minacciosa dell’attiva contestazione popolare ha sicuramente contribuito a stimolare gli istinti autoritari e militaristi di una classe che non ha certo mai brillato per tolleranza democratica e generosità sociale (e che spesso non ha esitato ad “andare oltre” gli stessi strumenti repressivi dello stato: si pensi, per esempio, a quell’anticipazione del fascismo che furono le squadracce private usate dagli agrari di Parma contro gli scioperanti nel 1908).

Queste tendenze “eversive” delle classi dominanti italiane (ma, insisto, comuni anche ad altri paesi), questo “fidarsi poco” del liberalismo e molto delle baionette, vengono dunque da lontano, e trovano dei punti di riferimento culturali e ideologici già a partire dagli anni ’80 del XIX secolo, coagulatisi nelle riviste letterarie di tipo nazionalistico degli inizi del XX secolo, e hanno un primo sbocco politico con la fondazione, nel 1910, dell’Associazione Nazionalista. E il senso di queste tendenze lo troviamo riassunto in questa frase di Pareto, del 1904 “ Se c’è una grande guerra europea, il socialismo è ricacciato indietro almeno per mezzo secolo, e la borghesia è salva per quel tempo”. E non si creda che questa ideologia imbevuta di spirito militarista, antidemocratico, antisocialista, antiparlamentare sia limitata ai Pareto, ai Prezzolini, ai Papini, etc. Anche liberali “autentici”, come Croce, pur non arrivando a certi estremi, ne condividono alcuni aspetti (soprattutto “l’elitismo” antiegualitario). La stessa debolezza storica del liberalismo italiano (che non fu mai un partito vero e proprio, piuttosto un coacervo di gruppi di pressione, di notabili, etc.), favorita dalle tendenze “antipoliticiste” storiche della borghesia industriale, soprattutto lombarda, rendeva più facile l’emergere di questo tipo di pulsioni (come già era apparso nel periodo “crispino”). Tra l’altro, a proposito di Crispi, sia detto di passata, è curioso come la classe dominante sappia (o debba?) ricorrere ai “transfughi” (l’ex repubblicano garibaldino Crispi, l’ex socialista massimalista Mussolini) per risolvere i suoi problemi in situazioni d’emergenza!

Se è abbastanza facile indicare quando si completa il processo di abbandono del liberalismo da parte della borghesia (gli anni tra il 1921 e il 1926) è un po’ più complicato individuare le tappe di questo abbandono. Abbiamo visto i prodromi culturali e politici già con la crisi di fine secolo, il crescere di sintonia tra liberalismo e nazionalismo nel primo decennio del Novecento. Un primo salto di qualità avviene con la guerra di Libia del 1911-12 (gestita, non dimentichiamolo, da un “liberal-democratico” come Giolitti). Ma la tappa fondamentale rimane, ovviamente, lo scoppio della Grande Guerra nell’estate del 1914. L’interventismo diventa così il catalizzatore di tutte le tendenze autoritarie presenti nella società italiana, dall’estremismo nazionalista di D’Annunzio al liberalismo conservatore di Salandra e di tutta la destra liberale, come il ministro Sonnino (col suo famoso “o guerra o rivoluzione” detto al cancelliere tedesco Von Bülow).

. Ma anche liberali più “progressisti”, come Amendola, si schierano per l’intervento, e repubblicani, ex socialisti riformisti (come Bissolati e Bonomi, già espulsi dal PSI nel ’12 per il loro appoggio alla guerra di Libia) e persino alcuni sindacalisti rivoluzionari e socialisti massimalisti (come Benito Mussolini). Fu l’interventismo a creare il mito della prima guerra mondiale come “IV guerra d’indipendenza”, un mito diffuso ancora oggi, se non nella storiografia, in parte dell’opinione pubblica italiana (il che non può non rendere pessimista chi s’interessa di storiografia, vista la totale inconsistenza delle argomentazioni dei sostenitori di questa tesi e, ciononostante, l’enorme forza d’inerzia di questa propaganda patriottarda stantia che ha riempito i vecchi manuali di storia, almeno fino agli anni ’60). Ma, al di là di questo mito, cui non potevano certo credere gli uomini politici che dirigevano l’Italia, che avevano ben presenti le offerte austro-ungariche in caso di neutralità e le offerte anglo-francesi in caso d’entrata in guerra (e a cui non dimostravano di credere nemmeno i nazionalisti, almeno nelle prime settimane del luglio 1914, quando chiedevano a gran voce l’entrata in guerra a fianco degli Imperi Centrali!) resta il problema: cosa spinse le classi dirigenti a entrare in guerra? La differenza tra le offerte degli uni (ottenute però “gratis”) e quelle degli altri (a prezzo d’una guerra)? La possibilità di inserirsi in un’alleanza, per non restare “fuori dal grande gioco” economico? La possibilità, per settori importanti dell’industria, di fare affari con le commesse statali? La possibilità di “bloccare” la rivoluzione sociale che si profilava, forse, all’orizzonte (in giugno era scoppiata la cosiddetta “settimana rossa” nelle Marche e in Romagna) con una svolta autoritaria giustificata dallo stato di guerra? La possibilità di bloccare quelle tendenze, ritenute “rinunciatarie” e arrendevoli verso i socialisti e le lotte operaie, impersonate da Giolitti, tramite una specie di “colpo di stato” legale che, in nome delle necessità della guerra, riportasse la “disciplina” nelle fabbriche, proibisse gli scioperi, etc.?

È difficile dire quali di queste esigenze, tutte presenti esplicitamente nel dibattito interno alle classi dominanti nel 1914-15, fosse predominante: azzardo l’ipotesi che l’aspetto sottolineato da Pareto nel 1904 e da Amendola e Sonnino nel ’14 fosse quello, in un certo senso, unificante le varie posizioni. L’Italia in guerra per vasti settori borghesi vuol dire sì bloccare l’aperturismo giolittiano, fare affari con le commesse militari, conquistare nuovi territori, ma soprattutto, vuol dire farla finita con il fantasma della rivoluzione sociale che, dai moti di Lunigiana del ’94 fino alla “Settimana Rossa”, turba i sonni di ogni buon borghese, per moderato e “aperto” che sia. E le illusioni mazziniane o soreliane che animavano gli “interventisti democratici” (Salvemini, Bissolati, Bonomi, etc.) o pseudo-rivoluzionari (Labriola, Corradini, Mussolini, etc.) non cambiano di una virgola la questione: l’entrata in guerra avvenne sotto l’egida del nazionalismo militarista, autoritario e borghese, e chi nutriva le illusioni di cui sopra era destinato a fare la parte dell’ “utile idiota”. Il nuovo progetto politico, per dirla col Vigezzi, vede “la guerra come trionfo del principio d’autorità, dei veri valori: la tradizione, la gerarchia, la disciplina nazionale, in luogo dei tre idoli falsi: innovazione, uguaglianza, libertà”. E durante il conflitto si moltiplicano i segnali del “nuovo che avanza”: dalla pratica proibizione del diritto di sciopero, alla censura, dalla repressione antisocialista alla crescita di tendenze semi-golpiste in seno all’esercito (Cadorna). Insomma, in poche parole, si rafforza la tendenza alla “statolatria”, a fare del paese un’immensa caserma, in cui non c’è posto per “disertori” e “codardi”. Ovviamente si tratta di una tendenza, certo crescente, ma che non arriva ancora a distruggere del tutto il pluralismo politico (anche se la fondazione in Parlamento, dopo Caporetto, del Fascio di Difesa Nazionale, che escludeva i soli socialisti, era una sinistra premonizione degli avvenimenti del ’22) e la possibilità di lotta sociale (come dimostreranno gli avvenimenti della primavera-estate del ’17): il quadro dello stato liberale, insomma, appare incrinato, “sospeso”, ma ancora vigente. Sarà la gestione del dopoguerra da parte dei vari governi liberali a spingere definitivamente la borghesia a “cambiare cavallo”: il cavallo liberale, con la sua “incapacità” ad assicurare “ciò che spettava all’Italia dopo i sacrifici della guerra” e l’efficace repressione di quei movimenti operai e contadini che minacciosamente colorarono “di rosso” il 1919 e il 1920, si era dimostrato ormai un ronzino azzoppato. Su entrambe questi terreni la classe dominante seppe “esercitare egemonia” (per dirla con Gramsci) e trovare il punto d’incontro (per lo meno a partire dall’autunno del ’20) con le insoddisfazioni e i timori di una inquieta piccola borghesia, soprattutto urbana, che aveva fornito la gran maggioranza degli ufficiali inferiori e intermedi, e che era l’animatrice del movimento “combattentistico”, una delle eredità della guerra.

…e nel dopoguerra

Il mito della “vittoria mutilata”, che nasce in seguito all’abbandono delle trattative di pace a Versailles da parte della delegazione italiana fu perfettamente funzionale alla creazione di quello spirito revanscista che accomunerà la “vincitrice” Italia alle “vinte” Germania e Austria-Ungheria (e che anche lì genererà, con molte più ragioni, movimenti politici analoghi). Che si trattasse di un mito, senza alcuna base reale (al di fuori del “sacro egoismo” di salandriana memoria) né nel Patto di Londra né, tanto meno, nei diritti dei popoli (considerati, nel caso dei “vinti” tedeschi del Sud Tirolo, irrilevanti da tutti i vincitori, e “sacrificabili parzialmente” nel caso degli Slavi, annoverati tra i vincitori minori grazie alla Serbia) non impedì la sua rapida diffusione che, come già accennavo rispetto alla “IV guerra d’Indipendenza”, è giunta fino ai giorni nostri nella parte meno accorta dell’opinione pubblica. E, unito ad un altro mito, quello della “nazione proletaria” di conio pascoliano, oppressa dalle nazioni “plutocratiche”, che trasferiva un linguaggio superficialmente socialista dal solido terreno della realtà sociale al cielo dell’ideologia nazionalista, fu il refrain del dopoguerra in Parlamento, sulla stampa “indipendente”, nelle manifestazioni di ex-combattenti, etc.

Non che il percorso delle classi dominanti dal liberalismo al nazionalismo autoritario e infine al fascismo fosse un cammino senza contraddizioni, pause, ritorni parziali. Il tentativo “riformista” di Nitti, per esempio, che nel giugno del ’19 formava un governo di giolittiani e liberal-cattolici “contro la rivoluzione e contro la reazione”, con una visione keynesiana ante litteram del ruolo dello stato come regolatore, con un programma in cui erano presenti, per esempio, la nazionalizzazione delle fonti energetiche, la riforma in senso leggermente progressivo dei patti agrari, l’incremento dell’istruzione popolare, era destinato ad infrangersi contro la radicalizzazione nazionalista da un lato (catalizzata dall’avventura fiumana di D’Annunzio) e contro la crescente ondata “rossa” popolare dall’altro. Quanto velleitario e poco convinto fosse il suo progetto di alleanza strategica tra sinistra liberale, radicali e socialriformisti risultò chiaro, per esempio, con la decisione di fornire aiuti statali importanti a quell’industria pesante arricchitasi con la guerra e principale “sponsor” del nazionalismo (Ansaldo, Ilva, Fiat, etc.), continuando, a costo di un deficit statale crescente, quella politica di trasferimento di ricchezze, iniziata con la guerra di Libia, dalle classi popolari (e non solo) verso quel settore della borghesia. E, nonostante alcune limitate aperture democratiche (come la riforma elettorale proporzionale, in cui però non era assente il calcolo per impedire una maggioranza parlamentare al PSI, o il decreto per l’assegnazione temporanea delle terre), il suo conservatorismo si palesò con l’invio di carabinieri e guardia regia (da lui creata pochi mesi prima) a reprimere le lotte popolari (145 manifestanti uccisi e 444 feriti in sei mesi!), meritandosi l’epiteto di “carabiniere” da parte dei “rossi”. D’altra parte anche la destra non era tenera con Nitti (i nazionalisti lo chiamavano “cagoia”) per la sua contrarietà all’impresa fiumana e in generale all’espansione in Dalmazia. In generale si può dire che il tentativo nittiano (ripetuto con l’appoggio del PPI dopo le elezioni del novembre ’19), basato su una politica d’austerità antipopolare, finì per essere schiacciato tra l’incudine di una borghesia non disposta a concedere in termini riformistici (e che quindi si allontanava velocemente dal liberalismo di ogni tendenza) ed il martello di un movimento operaio (e contadino) radicalizzato e non disposto ad accontentarsi di “promesse” di riforme, più che di riforme vere. Anche i successivi governi “giolittiani” (quello dello stesso Giolitti e quello successivo di Facta) non si discostarono molto da questo copione: anzi, si puó affermare che, mano a mano che ci si addentra nel 1921-22, il ruolo dei “liberal-democratici” (al di là di alcuni successi diplomatici internazionali, come il trattato di Rapallo, o interni, come il disinnescare la minaccia rivoluzionaria nel settembre del ’20) appare sempre più simile a quello di chi “lavora per il re di Prussia”, di chi contribuisce, per fedeltà di classe, al proprio suicidio politico come forza autonoma e capace di incidere nella realtà, preparando il terreno per altre forze ben diverse (e che magari si credeva arrogantemente di poter “usare e poi gettare”). E le malinconiche dimissioni di Facta di fronte alla sceneggiata della “marcia su Roma” sembrano la logica conclusione di una parabola discendente iniziata nelle “radiose giornate di maggio” (e, come abbiam visto, anche prima).

(continua)

Flavio Guidi