Da oltre 20 giorni continuano le manifestazioni e le proteste in tante città della Polonia, guidate dalle donne. Una mobilitazione unica in Europa in questo periodo di seconda ondata di diffusione del Coronavirus e di quarantena. Una risposta alla gravissima negazione del diritto all’aborto nel paese.

Questo articolo è una versione scritta dell’intervento dell’autore nella puntata dell’11 novembre della rubrica “Oltre confine” di Radio Quarantena.


Già lo scorso aprile il governo polacco aveva promosso due leggi, tentando di approfittare della pace sociale artificiale imposta dalla prima ondata di Covid-19 e dalle quarantene applicate in gran parte d’Europa. Queste due leggi consistevano nell’abolizione pressoché totale del diritto ad abortire, e nella criminalizzazione dell’educazione sessuale. Il progetto antiabortista era però naufragato in parlamento, come era già successo nel 2016 e nel 2018. Nel frattempo, a fine settembre il governo, guidato di PiS, il Partito Diritto e Giustizia, ha avviato un rimpasto rafforzando ancora di più la sua ala destra, nel quadro di una lotta per la successione a Jaroslaw Kaczynski come “primo politico polacco”:Kaczynski è oggi e vicepremier e capo del partito PiS. 

Si è così rinforzato il fronte cattolico reazionario sull’educazione, con il nuovo ministro dell’istruzione Przemyslaw Czarnek che ha subito dichiarato che “gli omosessuali non sono uguali alle persone normali” e che è suo compito proteggere i giovani da una “rivoluzione morale e sessuale guidata dall’ideologia LGBT”.

La riscossa sul fronte antiabortista è invece guidata dal ministro della giustizia Zbigniew Ziobro, ex-dirigente del partito di Kaczynski e ora capo del piccolo partito di destra “Polonia solidale” – un partito che nei sondaggi è dato all’1,5%, contro l’1,2% del socio di governo “Accordo di destra” e il 35% del PiS. 

Va detto che la Polonia negli ultimi due decenni era già diventata uno gli ultimi paesi in Europa per quanto riguarda i diritti delle donne e per quelli LGBT+. In realtà il diritto all’aborto in Polonia era già un miraggio, garantito soltanto nei casi di stupro e malformazione incurabile del feto, tale da mettere a rischio la salute della donna.

Ziobro, rivale dell’attuale premier Mateusz Morawiecki nella lotta per la candidatura a capo del governo alle future elezioni, ha guidato la manovra giudiziaria del ricorso alla corte costituzionale, presentato lo scorso dicembre, per dichiarare incostituzionale l’aborto nel caso di un’elevata probabilità di serio e irreversibile deterioramento del feto o un’incurabile malattia pericolosa per la vita, come recita la legge. Grazie alle firme di 119 deputati, il procedimento è stato avviato e il 22 ottobre è arrivata la sentenza, che ha dato ragione al governo negando anche quest’ultimo caso, che costituiva ormai la stragrande maggioranza dei casi legali e ufficiali di aborto – è chiaro che in Polonia, come in tutti i paesi in cui non ci sono politiche di prevenzione delle gravidanze indesiderate e di diritto all’aborto con la dovuta assistenza sanitaria, ci sono molte migliaia di aborti clandestini ogni anno, che mettono seriamente a rischio la salute delle donne che lo praticano, non potendosi permettere di andare all’estero ad abortire in costose cliniche private.

La presidente dell’Alta Corte Julia Przylebska ha sottolineato che la legge vigente, adottata nel 1993, è «incompatibile» con la Costituzione polacca e che vìola i diritti umani costituzionalmente protetti. 

Come denunciano le femministe polacche e come già denunciato da diverse ONG, dalla ”Commissione di Venezia” e dall’UE, la coste costituzionale polacca non rispetta il principio formale di indipendenza della giustizia, ma è invece un organo controllato dal governo: infatti gran parte dei suoi membri sono direttamente o indirettamente dipendenti dal governo e dal suo partito di maggioranza, il PiS.

Già dopo il tentativo parlamentare fallito in aprile, si erano diffuse larghe proteste nelle piazze e sui social media, ma un’ondata di manifestazione più ampia è nata dopo il verdetto della corte, con cortei, contestazioni durante le messe cattoliche, scioperi femministi e campagne di massa sui social, con la rivendicazione del diritto all’aborto per le donne polacche. Questa campagna ha un suo segno di riconoscimento nell’icona di un fulmine nero e nello slogan “to jest wojna”, cioè “questa è guerra”.

Anche l’Unione Europea ha esercitato pressioni contro questa svolta antiabortista, a partire dalle prese di posizioni della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e della cancelliera tedesca Angela Merkel, affermando che «nella UE sui diritti delle donne non si torna indietro». 

In effetti il governo polacco, sotto la pressione diplomatica e quella delle piazze, sta prendendo tempo nel rendere operativa a livello politico la legge. In questo senso il capo dell’ufficio del primo ministro ha dichiarato che “C’è una discussione in corso e sarebbe bene prendersi del tempo per il dialogo e per trovare una nuova posizione in questa situazione che è difficile e suscita grandi emozioni“.

La Conferenza episcopale polacca ha ovviamente lodato la sentenza dell’Alta Corte, e lo stesso Papa Francesco, ricordando il centenario dalla nascita di Papa Giovanni Paolo II, ha dato un appoggio, per quanto implicito, alle politiche che negano qualsiasi diritto all’aborto, confermando per l’ennesima volta che, quando si arriva alle questioni concrete e pratiche, non c’è grande differenza tra questo Papa cosiddetto progressista e i circoli reazionari della chiesa cattolica, che hanno tutta l’intenzione di mantenere il più possibile la loro millenaria tradizione di oppressione patriarcale delle donne.

Giacomo Turci

Da lavocedellelotte.it