Di Giuliano Balestrieri

L’aria italiana è troppo inquinata. Per la Corte Ue non ci sono dubbi: l’Italia non ha rispettato le direttive comunitario e non ha fatto nulla per porre rimedio al problema. Peggio, per i giudici di Lussemburgo l’approccio dell’Italia al problema si risolverebbe con “una proroga generale, eventualmente sine die, del termine per rispettare tali valori, allorché essi sono stati fissati proprio nell’ottica di conseguire tali obiettivi“. Insomma una bocciatura a tutto campo quella arrivata dalla Corte Ue che accoglie la censura promossa dalla Commissione per inadempimento “in ragione del superamento sistematico e continuato, in un certo numero di zone del territorio italiano, dei valori limite fissati per le particelle PM10 dalla direttiva qualità dell’aria”.

Secondo Bruxelles, a partire dal 2008, l’Italia ha superato “in maniera sistematica e continuata” i valori limite giornalieri e annuali applicabili alle concentrazioni di particelle PM10. Inoltre, l’Italia non avrebbe mai adottato misure appropriate al fine di garantire il rispetto dei valori limite fissati per le particelle PM10 nell’insieme delle zone interessate. Motivo per cui, la Commissione, il 13 ottobre 2018, ha proposto dinanzi alla Corte un ricorso per inadempimento che adesso il tribunale ha accolto.

In primo luogo, la Corte ritiene fondata la censura relativa alla qualità dell’aria sottolineando come “il fatto di superare i valori limite fissati per le particelle PM10 è sufficiente, di per sé, per poter accertare un inadempimento della direttiva” e nella specie i giudici di Lussemburgo dichiarano che “al 2008 al 2017 incluso, i valori limite giornalieri e annuali fissati per le particelle PM10 sono stati regolarmente superati nelle zone interessate”.

Secondo la Corte, il fatto che i valori limite non siano stati superati nel corso di taluni anni durante il periodo considerato non osta all’accertamento di un inadempimento sistematico e continuato alle disposizioni in parola. Infatti, secondo la definizione stessa del “valore limite” di cui alla direttiva “qualità dell’aria”, detto valore, al fine di evitare, prevenire o ridurre gli effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente, deve essere conseguito entro un dato termine e non essere superato una volta raggiunto.

Inoltre, la Corte sottolinea che una volta accertata la constatazione “è irrilevante che l’inadempimento risulti dalla volontà dello Stato membro al quale è addebitabile, dalla sua negligenza, oppure da difficoltà tecniche o strutturali cui quest’ultimo avrebbe dovuto far fronte, salvo stabilire l’esistenza di circostanze eccezionali le cui conseguenze non avrebbero potuto essere evitate nonostante l’uso della massima diligenza”. Motivo per cui non è stata accolta la difesa dell’Italia secondo cui alcune fonti d’inquinamento “non potrebbero esserle imputate”. Infine, la Corte non conferisce rilevanza alcuna alla circostanza, invocata dall’Italia, dell’estensione limitata, rispetto all’insieme del territorio nazionale, delle zone sulle quali vertono le censure invocate dalla Commissione.

Per la Corte è fondata anche la censura sulla mancata adozione di misure adeguate: “In caso di superamento di detti valori limite dopo il termine previsto per la loro applicazione, lo Stato membro interessato è tenuto a redigere un piano relativo alla qualità dell’aria che risponda ai requisiti di detta direttiva, segnatamente a quello di prevedere le misure adeguate affinché il periodo di superamento di tali valori limite sia il più breve possibile. La Corte sottolinea, in tale contesto, che, se è pur vero che un tale superamento non è sufficiente, di per sé, per dichiarare l’inadempimento agli obblighi incombenti agli Stati membri ai sensi di dette disposizioni della direttiva e che essi dispongono di un certo margine discrezionale per la determinazione delle misure da adottare, tali misure devono tuttavia, in ogni caso, consentire che il periodo di superamento sia il più breve possibile”.

In questo caso, tuttavia “l’Italia non ha manifestamente adottato, in tempo utile, le misure in tal senso imposte” e, anzi, “quelle intese a indurre cambiamenti strutturali (specificamente con riguardo ai fattori principali di inquinamento), sono state previste solo in tempi estremamente recenti”.

Secondo la Corte, quindi, l’Italia non ha dato esecuzione a misure appropriate ed efficaci affinché il periodo di superamento dei valori limite fissati per le particelle PM10 sia il più breve possibile. Peraltro, mentre l’Italia riteneva indispensabile, segnatamente alla luce dei principi di proporzionalità, di sussidiarietà e di equilibrio tra gli interessi pubblici e gli interessi privati, disporre di termini lunghi affinché le misure previste nei diversi piani relativi alla qualità dell’aria potessero produrre i loro effetti, la Corte osserva, al contrario, che “un siffatto approccio si pone in contrasto sia con i riferimenti temporali posti dalla direttiva qualità dell’aria per adempiere gli obblighi che essa prevede, sia con l’importanza degli obiettivi di protezione della salute umana e dell’ambiente, perseguiti dalla direttiva medesima”.

Da Business Insider Italia