Sono cresciuto con il ritornello, alimentato dai miei insegnanti di geografia e da giornali e TV, sugli Stati Uniti come paese più ricco e potente del mondo. E, secondo la vulgata, anche una “grande democrazia”. Erano gli anni Sessanta, quelli del Vietnam, dei primi “hippies”, di “California Dreaming” (che da noi era “Sognando la California” dei Dik Dik). Poi arrivarono i Settanta, la vittoria dei vietcong (festeggiata da me e da milioni di altri, a Brescia come a New York), la prima grande crisi economica mondiale dopo quella degli anni ’30. Non avevo mai abboccato alla favola sulla “grande democrazia” yankee, ed ora crollava pure il mito del “paese più ricco del mondo”. Ciononostante, anche di fronte all’evidenza delle statistiche (che vedono ormai da due o tre decenni gli USA superati, in termini di sviluppo umano, dagli stati scandinavi, dal Canada, dall’Australia, ecc.) molta gente continua a vedere negli States un “modello di sviluppo”, complice la valanga mediatica che proviene d’oltre Atlantico e che permea la nostra società. Ora gli scricchiolii nell’immagine di un’America “ricca” e “democratica” stanno assumendo le caratteristiche di un vero e proprio crollo, sia sul “ricco” che sul “democratico”. La penosa figura che stanno facendo in queste ore (a due giorni dalle elezioni non si sa ancora chi ha vinto!) rende palese agli occhi di tutti di quanto sia zoppicante la cosiddetta “democrazia” nordamericana. Certo, gli USA non sono un paese fascista (nonostante Trump): si può fare propaganda politica anticapitalista, si possono organizzare sindacati, si può (con molti limiti) scioperare. In poche parole, è una democrazia borghese (anche se questa definizione sembra ai più obsoleta). Ma, anche dal punto di vista democratico borghese, molti sono i limiti che rendono gli USA molto più arretrati rispetto alle altre cosiddette “democrazie occidentali”. Innanzitutto l’iper-presidenzialismo, che fa parlare di una specie di “monarchia elettiva” piuttosto che di una vera e propria repubblica. Poi la struttura politico-partitica, sostanzialmente ferma al XVIII secolo, con le “constituency” (modello britannico, questo è vero) che ricordano più i notabili landlords che le circoscrizioni elettorali di un paese moderno. Non è un caso che il “sistema dei partiti” (inchiodato da oltre un secolo e mezzo!) è il meno pluralista del mondo (se escludiamo i regimi a partito unico), limitato a due: democratici e repubblicani. Persino nel Regno Unito, patria del maggioritario secco, oltre ai due partiti maggiori (Tories e laburisti) nel parlamento ci sono i liberal-democratici, i nazionalisti scozzesi e gallesi, il Sinn Fein irlandese, ecc. Inoltre, mentre la Camera viene eletta con una certa proporzionalità (rispetto agli abitanti, il che non vuol dire col metodo proporzionale), il Senato è eletto in modo assurdo: 2 seggi per ogni Stato. I 40 milioni di californiani (stato storicamente “progressista”) eleggono due senatori, come i 700 mila abitanti dell’Alaska (stato conservatore). Ma la cosa che più lascia sconcertati è il sistema per eleggere il “monarca-presidente”. Oggi anche i più distratti si sono accorti che non diventa presidente chi ottiene più voti (come negli altri paesi retti dal presidenzialismo), ma chi ottiene più “grandi elettori”. Già nel 2000 Al Gore (dem) aveva ottenuto più voti di Bush, ma fu il secondo ad essere eletto. Di nuovo è accaduto nel 2016, quando i tre milioni di voti in più ottenuti dalla Clinton non sono serviti a mandare a casa l’idiota col ciuffo. Stavolta però il meccanismo sembra si sia inceppato, esponendo alla luce del sole la farraginosità del metodo. Ma perché gli USA si ostinano ad usare questo metodo un po’ medievale (in linea con le unità di misura – once, galloni, yarde, miglia, ecc -)? Semplicemente perché è una garanzia in più per le classi dominanti, tendenzialmente conservatrici se non reazionarie. Non è un caso che, come nel 2000 e nel 2016, venga eletto il candidato più a destra, pur avendo ottenuto meno voti. Il trucco è semplicissimo: basta dare più peso relativo agli stati piccoli e rurali (tendenzialmente più conservatori) rispetto a quelli popolosi e urbanizzati. E, seppur senza alcuna sicurezza meccanica, è molto probabile che l’asse politico sia sempre un pochino spostato più a destra di ciò che vorrebbe la maggioranza dei nordamericani. Ecco una tabella che illustra bene il trucchetto. Nella seconda colonna il numero di abitanti (in milioni), nella quarta il numero di abitanti (e di conseguenza più o meno di elettori) necessari per eleggere un “grande elettore” (in migliaia).

Statoabitantivoti elettoraliabitanti/voto
Wyoming0,63193
Vermont0,63200
DC0,73233
Alaska0,73246
North Dakota0,83253
Rhode Island1,14275
South Dakota0,93293
Maine1,34325
Delaware1,03333
New Hampshire1,44350
Hawaii1,44350
Montana1,13353
West Virginia1,85360
Nebraska1,95380
New Mexico2,15420
Idaho1,84439
Kansas2,96483
Mississippi3,06497
Arkansas3,06500
Nevada3,06500
Connecticut3,67514
Iowa3,26533
Utah3,26533
Alabama4,99544
Oklahoma3,97557
Minnesota5,610560
Kentucky4,58563
South Carolina5,19567
Wisconsin5,810580
Louisiana4,78588
Oregon4,27600
Maryland6,010604
Indiana6,711609
Missouri6,110610
Tennessee6,811615
Michigan10,016625
Washington7,512625
Massachusetts6,911627
Colorado5,79633
Illinois12,720635
New Jersey8,914636
Pennsylvania12,820640
Ohio11,718650
Virginia8,513654
Arizona7,211655
Georgia10,516656
New York19,529672
North Carolina10,415693
California39,655720
Florida21,329734
Texas28,738755
TOTALE327,1538608

Ovviamente non tutti gli stati piccoli e rurali sono reazionari (vedi il caso del Vermont, patria di Bernie Sanders) e non tutti quelli popolosi sono progressisti (vedi il Texas). Ma grosso modo le cose stanno così. Ah, dimenticavo: seguendo l’affluire dei dati in questi giorni, ho notato che persino in stati come il Texas o la Florida (dove ha vinto Trump) le aree metropolitane (Houston, Dallas, S. Antonio, Austin, Miami, ecc.) hanno visto di gran lunga in testa Biden. L’idiotismo rurale continua a colpire?

FG