di Romaric Godin 

In questo 23 luglio, il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian va in Libano (1), un paese al limite della disintegrazione economica e nel quale la crisi sanitaria ha aggravato gli effetti denunciati dal movimento di protesta dell’ottobre scorso. La lira libanese si cambia al mercato nero a più dell’85% del suo valore ufficiale rispetto al dollaro e l’inflazione durante il solo mese di maggio ha raggiunto il 56%. Chi può cerca di fare incetta delle porche mercanzie che si riesce ancora a trovare e gli ospedali annunciano di dover rinunciare a un certo numero di operazioni a causa della carenza di medicinali mentre ormai si organizzano circuiti di baratto. 
Per i più poveri, pagati in lire libanesi, la situazione é catastrofica.

Di fronte alla crisi, il governo libanese si ritrova sprovvisto di mezzi finanziari ed aspetta che il FMI sblocchi il credito da lui richiesto di 10 miliardi di dollari. Il contenzioso verte sulle riforme che esige il FMI, che sono poi quelle del consenso di Washington, cioé, tagli della spesa pubblica, licenziamenti massicci di impiegati pubblici e privatizzazioni. E’ nelle vesti di paladino delle riforme neoliberiste da lui assunte in quanto tali che Le Drian arriva a Beyrut. Già l’otto luglio davanti al Senato francese aveva lanciato un appello “ai nostri amici libanesi” in questi termini: “siamo pronti ad aiutarvi, veramente, però, cavoli, se volete che vi aiutiamo, aiutateci”. In altri termini, “Volete i soldi? Fate le riforme!”. Riaffiora la retorica “alla greca” mentre le condizioni poste sprofonderebbero il paese, trent’anni dopo la fine della guerra civile, in un nuovo impoverimento generalizzato. Il collasso del paese diventa occasione per approfondire la sua “neoliberalizzazione”…

Però, l’attuale crisi libanese non risulta affatto dalla sfortuna, dal virus o dalle manifestazioni e nemmeno della crisi siriana che ha spinto in Libano un milione di rifugiati, ma é frutto di un modello di sviluppo profondamente neoliberista iniziato dopo la guerra civile dagli ex-premier Rafiq Hariri, assassinato nel 2011, e Said Hariri, suo figlio, che le manifestazioni hanno cacciato dal potere in gennaio. Per capire, si deve tornare all’indomani della guerra, a cavallo del 1990 e del 1991.

In quegli anni, il Libano, “la Svizzera del Medio Oriente” degli anni cinquanta e sessanta, é esangue. Trent’anni di guerra civile, la liquefazione dello Stato, la sua lottizzazione in funzione degli interessi delle varie fazioni e dei paesi vicini rendono ingestibile l’economia del paese che, per forza, manca di tutto e deve importare massicciamente. Povero in valuta estera, le importazioni sono per lui costosissime. L’iper-inflazione minaccia e la lira barcolla.

E’ un contesto nel quale un certo numero di affaristi, a cominciare da Rafiq Hariri, decide di puntare su due settori, l’immobiliare di lusso e la finanza. Sperano di potere, grazie alle loro reti di contatti nei paesi del Golfo, finanziare la ricostruzione a forza di petrodollari attirati dalla prospettiva di succulenti profitti. Si tratta di un’adattamento del modello degli anni 1950 con la sostituzione del suo aspetto commerciale – i negozianti libanesi a fare da intermediari tra il mondo arabo e l’Occidente – con un’economia più finanziarizzata, cioé un modello adattato al vigente neoliberismo.

Di fatto, in materia, il Libano può diventare un caso di scuola. Non dimentichiamo che la particolarità del neoliberismo consiste nello stare in uno Stato messo al servizio del capitale, principalmente finanziario. E, infatti, lo Stato libanese sarà utilizzato come pochi altri lo sono stati.

Quindi, già nel 1991, il Parlamento vota il trasferimento della proprietà di decine di migliaia di piccoli proprietari al consorzio immobiliare Solidere, proprietà di magnati del mondo arabo e libanesi, fra i quali lo stesso Hariri. Come sottolineato dal saggio pubblicato da Hannes Baumann, storico specialista del Libano presso l’Universià di Liverpool, il Consiglio di sviluppo e ricostruzione creato negli anni sessanta per favorire il ruolo dello Stato é allora messo al servizio di questo sviluppo immobiliare. Progressivamente, il centro di Beriut é stato distrutto per lasciare spazio a grandi e lussuosi complessi immobiliari.

Ma tale strategia non poteva funzionare che grazie ad una moneta forte e stabile nella misura in cui gli investitori stranieri non sarebbero venuti a piazzare la loro fortuna in Libano per poi perderla nel corso delle successive svalutazioni della lira. Bisognava dunque stabilizzarla.

Ed é la Banque du Liban (BdL) che nel 1992 sarà incaricata di tale compito con l’ambizione di ancorare la lira ad un tasso fisso rispetto al dollaro. Sarà cosa fatta nel 1997 quando il valore della moneta libanese é fissato à 1.500 per un dollaro. I dirigenti libanesi speravano allora di prendere due piccioni con una fava, o magari anche più di due: favorire il settore immobiliare, ma anche quello finanziario e ridurre il costo della vita grazie alla diminuzione dei prezzi delle importazioni.

Per farla breve, é la teoria classica del “ruissellement” (2) che viene messa in atto in Libano. Si spera che gli investimenti esteri si traducano in posti di lavoro e in uno sviluppo più diversificato. E per non spaventare i ricchi, la fiscalità si basa sull’IVA più che su un sistema di imposizione progressivo. Allora, il Libano non era un’eccezione in materia: molti paesi emergenti quali la Bulgaria, la Croazia, l’Albania o l’Ecuador avevano fatto scelte analoghe, tutti paesi nei quali il “ruscellamento” si fa tutt’ora aspettare…

Ed é il caso pure in Libano: durante una dozzina d’anni, bene o male, il sistema ha retto. Ma come sottolinea Baumann, il capitalismo libanese prende in quegli anni sempre più una forma “rentière”, caratteristica certo tipica del neoliberismo, ma che é spinta a livelli alquanto elevati. Così, mentre il Libanese medio non aveva i mezzi per investire ed ancora meno per abitare nelle centinaia di residenze di lusso costruite a Beriut, i più ricchi approfittavano degli effetti della politica della Banque du Liban.

Gli effetti devastanti della politica monetaria

Infatti, allo scopo di mantenere la parità della lira con il dollaro, la BdL ha cercato di attirare le riserve in monete forti della diaspora libanese, dei più ricchi e dei capitali del Golfo grazie a generosissimi tassi di interesse. Concretamente, la BdL chiedeva a prestito le valute forti alle banche commerciali libanesi le quali le trovavano presso ricchissimi investitori avidi di tassi alti. Ciò permetteva alla BdL di disporre di riserve per finanziare il deficit corrente del paese e, se necessario, per difendere la moneta. Però, un sistema del genere può funzionare unicamente se il paese utilizza la sua stabilità monetaria per finanziare il suo sviluppo, ridurre il suo disavanzo commerciale e, in fine, poter ridurre i tassi. Ma, le cose non sono andate così.

L’economista Toufic Gaspard dell’Università del Sussex ha analizzato minuziosamente in un articolo del 2017 la politica monetaria della BdL e ne ha dimostrato la nocività. Dal 2011 al 2016, il tasso versato dalla banca centrale per i depositi in dollari era, in media, superiore di 5 punti rispetto la tasso interbancario di referenza, il Libor. “Sotto qualsiasi aspetto, il tasso d’interesse della BdL é estremamente generoso”conclude il suo articolo. Secondo Gaspard, un tasso dell’ordine del 2-2,5% sarebbe stato sufficiente per attirare i dollari nelle casse della BdL.

Le conseguenze negative di tale generosità sono state tante. Prima di tutto é da rilevare che le banche commerciali preferivano prestare i dollari alla BdL che investirli nell’economia del paese al punto che quasi i tre quarti degli attivi delle banche libanesi sono costituiti dai crediti fatti alla BdL così che gli investimenti produttivi nel paese son sempre più difficili. Di fatto, solo i progetti immobiliari di lusso sono stati finanziati mentre l’apparato produttivo è restato inesistente.

A cosa poi sarebbe servito svilupparlo visto che la stabilità della lira offriva ai Libanesi un potere d’acquisto per i beni importati ben superiore a quello dei paesi vicini? Perché lanciarsi nella costruzione di fabbriche quando importare beni di consumo costa meno che produrli? Perché investire, indebitandosi a tassi proibitivi, nell’apparato produttivo quando quelli della BdL offrono prospettive allettanti all’impiego del proprio denaro?

Il paese ha così conosciuto una logica di evizione della propria struttura produttiva verso la finanza. Complessivamente, il Libano poteva, grazie alla stabilità ed alla forza della sua moneta nazionale, coltivare l’illusione di vivere grazie alle importazioni. La bilancia dei pagamenti presenta un deficit di quasi un quarto del PIL, questo suppone un afflusso importante di valuta estera e, di conseguenza, la conservazione di una moneta forte e di tassi elevati.

Malgrado la formazione di una piccola classe media negli anni 2000 formata da faccendieri dell’import-export, da responsabili del settore turistico o da impiegati di quello finanziario, la crescita é stata globalmente e profondamente ineguale. Sono i detentori della ricchezza proveniente dalla finanza che hanno approfittato di queste politiche.

I dati del World Inequality Database (WID) sono chiari: tra il 1990 ed il 2016 la parte della ricchezza nazionale in mano ai 10% più ricchi é passata dal 52 al 57,1% mentre quella detenuta dai 50% più poveri é passata dal 12,9 al 10,7%. Oramai, la metà della popolazione dispone di meno ricchezze di quante ne detengono gli 0,1% più ricchi che si appropriano 11% del reddito nazionale. Come altrove, anche in Libano, il “ruscellamento” é fallito.

Buon allievo liberista, le Stato libanese ha cercato nella misura del possibile di tappare le crepe, in particolar modo grazie all’occupazione nel settore pubblico che ha permesso di assicurare una certa stabilità alla domanda interna. Ma, il Libano essendo il Libano, buona parte di questi posti di lavoro nel settore pubblico sono stati dirottati a fini “comunitari” quali ricompense per servizi resi d’ordine politico gonfiando così la spesa pubblica senza però che l’efficenza dello Stato aumentasse, anzi! E questa corruzione ha anche condotto ad una preferenza per le spese correnti, per il consumo, piuttosto che per gli investimenti.

Per esempio, Electricité du Liban (EdL), l’azienda pubblica che gestisce l’erogazione di corrente elettrica, é spesso citata come prova della cattiva gestione pubblica. La cosa é evidente, poiché la corruzione ha gonfiato gli effettivi a detrimento degli investimenti per la manutenzione della rete. Ma il punto essenziale é che lo Stato non aveva interesse a sviluppare dei centri libanesi di produzione, visto il basso costo della corrente all’importazione dovuto alla forza della lira.

Di fatto, presentare la crisi libanese come il solo risultato di uno Stato troppo presente e corrotto é molto riduttivo ed evita di affrontare la questione centrale, cioé la questione che, per natura, lo Stato neoliberista é al servizio esclusivo degli interessi del capitale e che la sua funzione é quella di limitare gli effetti devastanti di queste politiche tramite l’indebitamento pubblico. Così, l’immenso deficit dello Stato libanese -9,6% del PIL l’anno scorso – che ha portato il debito pubblico a altezza del 155% del PIL non é dovuto a troppa generosità da parte dello Stato-provvidenza, ma al modello economico neoliberista.

Da un lato sono stati ridotti gli introiti fiscali: per non spaventare i capitali stranieri si é ridotta a zero qualsiasi forma di imposizione dei redditi del capitale e colpito direttamente, tramite le tasse, i piccoli redditi ed il consumo interno. Dall’altro, si sono dovuti consentire dei tassi d’interesse molto alti per finanziare il deficit allo scopo di garantire la stabilità monetaria. L’effetto “a valanga” di questi tassi, effetto che vuole che quando si ottengono capitali in prestito a tassi elevati si finisce per doversi indebitare di nuovo per pagare gli interessi e così via, é stato deterrente per il Libano, al punto che, nel 2019, il servizio del debito rappresentava 9,5% del PIL…

Una crisi del modello neoliberista

A partire dal 2011, l’economia libanese rallenta fortemente con i proprietari di capitali inquieti per le possibili ripercussioni sul paese della crisi siriana e che temono un contagio in questo paese che é sempre stato al centro delle tensioni geo-politiche nella regione, in particolar modo del conflitto tra l’Iran e l’Arabia saudita. Il turismo rallenta, il denaro arriva meno facilmente e l’afflusso di rifugiati siriani pesa sui salari locali e sulla spesa pubblica.

Per far fronte a questa situazione che aggrava il deficit commerciale, la BdL si lancia in una fuga in avanti offrendo, come già l’abbiamo visto, dei tassi molto alti allo scopo di assicurare l’arrivo di valuta. Il problema però é che diventa lei stessa vittima dell’effetto “valanga”: i suoi bisogni in valuta estera crescono in modo costante per poter rimborsare le banche commerciali a tal punto che, tra il 2015 ed il 2019, il passivo in dollari della BdL é passato da 39 a 100 miliardi.

Nello stesso tempo, la situazione economica non incita a piazzare capitali nelle banche commerciali libanesi. La crescita media del PIL tra il 2011 ed il 2019 é dell’1,9% e l’economia é in stagnazione dal 2017; la disoccupazione esplode sino a raggiungere 37% della popolazione attiva. Nel 2017, Toufic Gaspard poteva così dichiarare che “il costo della stabilità finanziaria é stato e resta immenso”.

Progressivamente, la macchina infernale é lanciata. Le riserve nette di cambio fondono come neve al sole passando ad un disavanzo di 49 miliardi nel 2019 allorché la situazione era in equilibrio solo quattro anni prima. Ciò incita la BdL ad alzare ulteriormente i tassi, una decisione però che non é più interpretata dagli investitori come una garanzia di profitti, ma come l’espressione di una perdita di controllo sull’ancoraggio della lira al dollaro. La fuga dei capitali si accelera e anche la diaspora libanese, oramai sola risorsa in valute estere, esita a piazzare i suoi capitali nelle banche commerciali libanesi.

La BdL ed il suo governatore da 27 anni in qua, Riad Salamé, ricorrono a ogni sorta di espediente per dissimulare la situazione. Toufic Gaspard ricorda che, nel 2016, la banca centrale aveva dovuto salvare indirettamente due banche libanesi – che avevano perso un miliardo di dollari in investimenti sbagliati in Turchia e Egitto – affinché queste continuassero ad approvigionarla in valuta estera. E, recentemente, Riad Salamé é stato accusato di aver truccato i conti della BdL ad un livello di sei miliardi di dollari per dissimulare la situazione reale.

Ma nel settembre del 2019 l’apparenza scricchiola: sul mercato parallelo, il tasso reale della lira incomincia a deprezzarsi a causa dell’assenza di riserve disponibili in dollari e la BdL perde completamente il controllo della situazione. Il governo di Saad Hariri deve dunque trovare nuovi introiti e ridurre la spesa pubblica. L’effetto delle misure adottate sarà dirompente in una popolazione già colpita dalle ingiustizie e dalla povertà e a giusto titolo in rivolta contro il controllo dello Stato da parte dell’oligarchia e dei gruppi religiosi e comunitari. L’annuncio della “tassa Whats app” sulle chiamate telefoniche fatte tramite quest’applicazione é la scintilla che da fuoco alle polveri nell’ottobre del 2019.

A partire da quel momento, la fuga dei capitali conosce un’accelerazione ed il corso della lira sprofonda. Fortemente dipendente dalle importazioni, il paese si ritrova senza risorse e nell’impossibilità di soddisfare i propri bisogni. La crisi del Coronavirus, che riduce le somme provenienti dalla diaspora e rovina la stagione turistica, darà il colpo di grazia. La lira non vale più niente e la miseria si generalizza, i salari in lire libanesi non permettendo oramai più di comprare un bel niente. La strada é aperta, destinazione il caos…

Il divario tra la risposta internazionale e questa situazione é evidente. Certamente, la classe politica libanese non eccelle in perspicacia: manca di immaginazione ed é impegolata negli equilibri tra comunità. Però, la liberazione del Libano dagli interessi stranieri divergenti é la condizione sine qua non della ricostruzione del paese se si vuole evitare un capitalismo di connivenza. Ma l’errore del FMI e di quel Le Drian che sembra esserne diventato il plenipotenziario, é appunto l’idea di voler ad ogni costo riancorare la lira al dollaro.

La posta in gioco principale sta nell’uscita del Libano da quel modello neoliberista mortifero che l’ha precipitato nella crisi. Per questo sono necessari aiuti internazionali centrati sugli investimenti e la ricostruzione di una struttura produttiva liberata dalla finanza e orientata verso la soddisfazione dei bisogni della popolazione. Il movimento popolare nato nell’autunno scorso non é un nemico della stabilità del paese; anzi ne é la carta principale perché é il solo a poter andare oltre gli interessi comunitari nella costruzione di un’economia più giusta.

Al punto in cui il paese é arrivato, il suo impoverimento é inevitabile. Il vero problema é di sapere chi ne sarà la principale vittima. La ricerca della stabilità monetaria e della capacità di attrarre i capitali stranieri voluta dall’FMI e da Parigi farà portare i costi dell’austerity alla popolazione risparmiando in tal modo i principali responsabili della situazione, gli oligarchi.

Al contrario del riassestamento si dovrebbe fare, tramite l’abbandono dell’ancoraggio della lira al dollaro, tramite una fiscalità progressiva e l’annullamento dei crediti in valuta estera. Completate da una politica internazionale di investimenti produttivi e da aiuti umanitari urgenti, queste misure potranno evitare il peggio. Altrimenti, il Libano sprofonderà di nuovo nella crisi con il rischio che, come negli anni settanta, la crisi economica degeneri.

La responsabilità internazionale rispetto a questo piccolo e fragile paese é dunque immensa.

23 luglio 2020

Traduzione dal francese P. Gilardi

Tratto da: http://www.mediapart.fr

NOTE

(1) Seguirà a settembre, a meno di un mese dall’esplosione avvenuta nel porto di Beriut, la visita del Presidente Emmanuel Macron nell’anniversario dalla creazione dello Stato Libanese (Nel 1920  la Francia rese indipendente, ma sotto proprio mandato, lo Stato del grande Libano).

(2) “Ruissellement” in italiano “ruscellamento”. Si riferisce alla teoria del trickle-down (“gocciolamento dall’alto verso il basso”): teoria economica secondo cui i benefici garantiti alle classi sociali elevate in termini di una imposizione fiscale limitata e non progressiva favoriscono l’intera società, comprese le classi medie e le fasce di popolazione più povere.