Di Massimo Alberti

Quella giornata del 20 luglio è come se fosse ieri.
Sarei in grado di ricostruirla in ogni ora, ogni passaggio. Piazza Da Novi, la cronaca, il fermo, le botte a freddo, gli occhiali rotti, i ragazzi greci con me, i compagni che corrono a cercarmi, il sacco di bastoni che i carabinieri provano a mettermi in mano al posto del telefono, Carlo. Con gli anni riaffiorano anche più dettagli.
È così la notte che stava per arrivare, che pure in quell’orrore mai si poteva immaginare in quel modo. E i giorni successivi.
Mi fa incazzare che il primo sentimento che riemerge è ancora la paura, anzi, il terrore.
È invece no: perchè c’era tanto altro. E come ho letto in un post, eravamo “potenza pura”.
Acciaccati, frammentati, magari disorientati da chi, come noi allora, oggi ha 20 anni e la esprime in modo diverso:ma ci siamo, quella potenza cova sotto le macerie che avete creato, e prima o poi vi esploderà in faccia, perchè avevamo ragione.
Non è finita.
A Carlo.

Massimo Alberti

Di Massimiliano Liozzi

E mentre correvo disperato con gli occhi che mi bruciavano così tanto che pensavo sarei rimasto cieco per sempre;

mentre mi fermavo terrorizzato perché mi accorgevo che la mia maglietta sulla pancia era zuppa di sangue e avevo paura che fosse mio; mentre a ogni colpo che ricevevo avevo lo sfintere contratto come non mai perché ero sicuro che mi sarei cagato addosso da un momento all’altro; mentre piangevo come un disperato perché continuavo a scappare come una volpe anche se un ragazzino veniva pestato forse a morte da quattro sbirri che gli erano addosso con calci e pugni sul cranio pieno di sangue; mentre a ogni botto che sentivo mi buttavo a terra insieme a tutti gli altri perché pensavamo ci stessero sparando addosso e rimanevo con la faccia schiacciata sull’asfalto lurido finché pensavo di poter ricominciare a correre; mentre vedevo picchiare sulle ginocchia con i manganelli una donna anziana fino a farla cadere per terra con le gambe rotte solo perché aveva cercato di difendere una ragazzina che, grazie a lei, era riuscita a scappare; mentre guardavo due poliziotti ridere e fumare con i piedi appoggiati su un uomo steso per terra sotto di loro che picchiavano in testa ogni volta che provava a muoversi; mentre le camionette della polizia sfrecciavano sui marciapiedi fra tutti noi e ci buttavano giù come dei cazzo di birilli; mentre gli sbirri sparavano lacrimogeni ad altezza uomo; mentre urlavo disperato il nome di Anita che non riuscivo più a trovare e avevo il terrore, anzi la certezza, che fosse morta da qualche parte da sola; mentre cercavo di telefonare alla mia mamma perché pensavo che sarei morto sicuramente, o mi avrebbero arrestato e non l’avrei più rivista e non avrei più potuto chiederle scusa per essere andato via senza tornare; mentre vomitavo l’anima per la paura, il fiatone e i fumogeni nei polmoni che non mi facevano respirare; mentre credevo di svenire ma cercavo di non farlo pensando che poi non mi sarei più svegliato; mentre mi domandavo perché tutto questo stesse accadendo, e mentre tutto questo accadeva, pensavo solo che, se avessi avuto una pistola, un fucile, un qualcosa di grosso, lo avrei raccolto e avrei cercato di difendermi o difendere quella povera ragazzina che stavano tirando per i piedi facendole sbattere la testa per terra, quella che non smetteva di sanguinare e urlare di terrore, pensavo che l’avrei raccolto, quell’oggetto, e l’avrei tirato con tutta la mia forza contro quegli animali.

Ma in certi momenti si possono fare solo due cose: o scappi o ti difendi e non c’è giudizio su nessuna delle due.

O scappi o ti difendi.

Quindi, chi non sa nulla di Carlo Giuliani è meglio che taccia, per favore.

Solo chi è stato a Genova può sapere cosa vuol dire essere stato a Genova.
Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire mettersi a piangere senza motivo perché ti trovi in mezzo alla folla.
Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire, anni dopo, sudare freddo, sentirsi male, avere nausea e vomito, solo perché i carabinieri ti hanno fermato di notte per un normale controllo di routine.
Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire Genova.

Sono passati diciannove anni da quel 20 luglio, ho una bimba e un bimbo bellissimi, che sono un piccolo pezzo di quell’altro mondo che credevo e continuo a credere possibile, ma non c’è giorno in cui non pensi anche solo per un istante che, se ci fossi stato io quel pomeriggio in piazza Alimonda, forse oggi non sarei qui a raccontare del mio piccolino grande e della mia piccolina piccola.
Forse non sarei qui, perché in momenti come quelli puoi fare solo due cose: o scappi o ti difendi e, forse, se mi fossi trovato al posto di Carlo, non sarei scappato.

Non abbiamo perso la voce, ce l’hanno strappata.
Ma un altro mondo è ancora possibile.

Massimiliano Loizzi

(tratto da #QuandoDiventiPiccolo Fabbri Editori)