Poco dopo le elezioni del ’92 scoppia lo scandalo di “Tangentopoli”, che spazzerà via (o comunque costringerà a gattopardeschi “cambiamenti”) i cinque partiti che governavano l’Italia più o meno ininterrottamente dall’inizio degli anni ’60 (uno dei quali, la DC, dalla fine della guerra). La crisi della rappresentanza politica della borghesia italiana (e del PSI, ultimo arrivato nel consesso del potere borghese) servirà come occasione per un abile colpo di mano. Cominciò un battage pubblicitario a tambur battente in tutti gli organi di stampa di regime (e, ovviamente, nelle TV, pubbliche e private) per chiedere a gran voce dei “cambiamenti radicali contro la partitocrazia”. L’uomo che doveva incarnare per un breve periodo questo bisogno era un politico della destra DC, Mario Segni (figlio dell’ex presidente, in odore di golpismo, Antonio Segni). Fin dal 1988 costui si era messo alla testa di un gruppo di esponenti chiave della borghesia italiana (tra i quali Agnelli e Luca di Montezemolo) per farla finita con il sistema elettorale democratico (cioè proporzionale) e introdurre in Italia il sistema maggioritario uninominale (tipico di società ancorate al notabilato settecentesco, come gli USA e il Regno Unito), che garantiva la tanto amata (dai padroni) “governabilità”. Già nel ’91 era passato a schiacciante maggioranza un referendum per ridurre la libertà di scelta dei candidati, introducendo la “preferenza unica”. Nel ’93, per “combattere la partitocrazia”, quasi tutti i partiti scelsero di appoggiare il referendum anti-proporzionale di Segni e della sua cricca. Dai pasdaran dell’uninominale (i radicali di Pannella, ormai lontanissimi dalle posizioni di sinistra che avevano cavalcato 15 anni prima) fino ai più tiepidi socialisti (con Craxi contrario), l’intero schieramento di potere (compreso il PDS ex-comunista) si schierò per togliere agli elettori italiani il diritto di scegliere (per quanto limitato, come in ogni democrazia borghese) i propri deputati e senatori. Solo il PRC, la Rete (con ambiguità) e i neofascisti si schierarono contro. Com’era prevedibile la maggioranza degli elettori cadde nella trappola che le era stata confezionata. D’altra parte erano passati i tempi in cui l’opinione di massa veniva formata nelle sezioni, nei comizi, nei volantinaggi, nelle discussioni quotidiane. La capacità manipolativa dei mass-media (TV in testa, soprattutto le TV, come quelle di Berlusconi, che si distinguevano per lo squallore umano e culturale), seguendo il modello di una società politicamente sottosviluppata come gli USA, portava l’82% degli elettori a scegliere di auto-limitare la propria capacità, già ridottissima, di incidere sulle scelte politiche. La via verso una presunta “seconda Repubblica”, ancor più autoritaria e cialtrona della Prima, era aperta. In questa situazione confusa vennero indette le nuove elezioni, basate per il 75% sul maggioritario “secco” ad un turno, all’americana. Restava un 25% di seggi eletti con sistema proporzionale, per “garantire il diritto di tribuna”. In vista delle elezioni fece la sua comparsa, decidendo di “scendere in campo”, il ricchissimo capitalista Silvio Berlusconi, il re delle TV private (e di molte altre cose). In realtà Berlusconi già da un anno, di fronte alla crisi di Tangentopoli, che minacciava di travolgere i 5 partiti governativi (ed anche la sua fortuna privata) lavorava per cercare di salvare il salvabile. Nel gennaio del ’94 nasce così un nuovo “partito”, all’americana (senza sezioni, militanti, iscritti, almeno all’inizio). Una “creatura” artificiale, gestita dalla direzione di Mediaset, con la collaborazione di imprenditori, giornalisti, politici, provenienti soprattutto dall’area liberal-conservatrice e democristiana. In due mesi questo “partito”, aggregando anche ex socialisti, socialdemocratici e repubblicani (e pure qualche ex comunista ed ex fascista), con una campagna miliardaria a colpi di spot televisivi, riusciva non solo a decollare, ma anche a vincere le elezioni anticipate. In realtà non da solo, perché la nuova legge elettorale maggioritaria imponeva l’aggregarsi in coalizioni. E Berlusconi, dimostrando una certa abilità, riusciva nel “miracolo” di aggregare due forze di destra teoricamente confliggenti: da un lato i neofascisti del MSI-DN, e dall’altro la Lega Nord (che, chiedendo l’indipendenza di una non meglio definita “Padania” dall’Italia, era teoricamente contrapposta al nazionalismo patriottardo dei neofascisti. Questi ultimi, per poter partecipare al banchetto di Berlusconi, dovettero fare una specie di “svolta della Bolognina” in salsa neofascista: nel gennaio del ’94, parallelamente alla creatura berlusconiana, nasceva Alleanza Nazionale, dall’unione del MSI-DN con alcuni esponenti della destra democristiana e liberale (usati come salvacondotto per lo “sdoganamento” promesso dal “Cavaliere”), che, pur non rompendo formalmente con la tradizione fascista, la riteneva “superata”, proponendo la creazione di un nuovo partito della destra conservatrice. Mettere insieme Bossi (Lega) e Fini (AN) non era facile. Ma Berlusconi, uomo di pochi principi e quindi molto flessibile, riuscì nel “miracolo”, formando due diverse alleanze, una al Nord e una al Centro-Sud, che a loro volta si coalizzarono per vincere le elezioni. A sud Forza Italia si presentò con AN, (Polo del Buon Governo), a Nord con la Lega Nord (Polo delle Libertà). Oltre ai tre “soci”, partecipò alla coalizione di destra anche l’ala più reazionaria della vecchia DC, il Centro Cristiano Democratico (CCD). La vecchia DC, scioltasi in seguito alle vicende di Tangentopoli, aveva dato vita, nel gennaio 1994 (il mese delle nascite!) al Partito Popolare Italiano, cui aderirono gli esponenti del centro e della sinistra DC. Il PPI formò quindi, col “partito” fondato da Mario Segni, sulla cresta dell’onda mediatica, una coalizione di “centro”, contrapposta sia alla destra a guida berlusconiana, sia alla sinistra. Quest’ultima formò la coalizione dei Progressisti, composta da PDS, PRC, PSI (quel che ne restava), Verdi, Rete e altri minori. In totale si presentarono ben 67 partiti (alla faccia della riduzione del numero di partiti promessa al “popolo bue” l’anno precedente grazie al maggioritario). Questi i risultati della sinistra nella quota proporzionale.

PDS                   20,4%      +4,3
PRC                      6,1%      +0,5
Verdi                    2,7%      -0,1
PSI                        2,2%    -11,4
Altri                      2,0%       0,1

Totale                  33,4%     -6,6

Come si vede, il crollo socialista causò la sconfitta della coalizione progressista. Se l’area “comunista” (continuiamo per comodità a considerarvi anche il PDS) arrivò quasi a recuperare i voti ottenuti nell’87 (“solo” l’1,8% in meno), il PSI ottenne il peggior risultato dal 1892, anno della fondazione del partito. E quel che è peggio, almeno i due terzi dei voti persi dal PSI andarono alla destra. Il fatto che la maggioranza degli elettori di un partito che si definiva di sinistra scegliessero un’alleanza che comprendeva anche i neofascisti (o post-fascisti, come si iniziò a chiamare i seguaci di Fini) la dice lunga sul grado di assorbimento della visione politica della classe dominante da parte di molti elettori e iscritti al partito che fu di Costa, Turati, Serrati, Nenni e Pertini. Un’altra “digestione”, simile a quella del PSDI di Saragat, ma ben più radicale e grave, era avvenuta. La borghesia aveva saputo ingoiare anche il grosso del PSI, portando un colpo terribile alla sinistra italiana. Nonostante il relativo recupero dell’area “comunista”, la sinistra italiana aveva nel 1994 il peggior risultato della storia repubblicana. Solo un terzo di italiani si riconosceva nei “valori” della sinistra. E la coalizione vittoriosa, diversamente dai partiti moderati e conservatori che avevano governato l’Italia dal 1945 al 1994, non faceva più nemmeno professione di antifascismo, uno dei fondamenti teorici della Repubblica Italiana. Essendo cambiati i collegi rispetto al periodo 1946-92, diamo i dati su base sub-regionale.

  • Toscana                  50,1%     -5,8
  • Umbria                   50,0%     -5,5
  • Emilia-Romagna   48,3%     -3,8
  • Basilicata                46,8%    +7,8
  • Marche                    45,4%     -1,7
  • Campania 1             39,7%    nd
  • Calabria                   38,6%    -1,7
  • Lazio 1                      36,3%     nd
  •  Abruzzo                   36,1%    -2,5
  • Liguria                      35,8%    -5,3
  • Sardegna                   35,0%    -5,0
  • Puglia                         34,3%    -5,2
  • Sicilia 1                       33,4%   -4,5
  • Piemonte 1                 33,0%    nd
  • Lazio 2                        30,6%    nd
  • Molise                          30,4%  -3,9
  • Sicilia2                         29,5%  -7,6
  • Campania 2                 28,7%   nd
  • Lombardia 3               27,9%   nd
  • Lombardia 1               26,4%   nd
  • Veneto 2                       25,1%   nd
  • Piemonte 2                  24,8%   nd
  • Friuli VG                      23,9%  -10,0
  • Veneto 1                       19,5%   nd
  • Lombardia 2                17,8%  nd
  • Trentino AA                 16,8     -2,4

Nei nuovi collegi in cui furono divise le regioni con oltre 4 milioni di abitanti non è possibile fare il confronto col ’92, essendo cambiati i confini interni. Ma è chiaramente visibile il disastro. Un arretramento massiccio quasi ovunque (anche se nelle zone rosse qualcosina tornò a casa, dalla Lega Nord, evidentemente per l’alleanza scomoda con neo-fascisti e berlusconiani, che doveva aver deluso alcuni settori dell’elettorato di sinistra che due anni prima si erano fatti ammaliare dal discorso “anti-sistema” di Bossi). La rossa Emilia-Romagna che entrava “ignominiosamente” nell’area “rosa”, la Liguria che ne fuoriusciva verso il basso, “sbiancandosi” come non era mai accaduto prima. Solo la Basilicata andò in controtendenza (sia per l’aumento di PDS e PRC sia per la relativa tenuta del PSI), mentre Marche, Calabria e Trentino-Alto Adige (dove però la sinistra era sempre stata ai minimi termini) riuscirono a limitare i danni. Per il PDS, nonostante la sconfitta della coalizione, si trattò però di una semi-vittoria nei confronti dei due principali concorrenti interni alla sinistra. Il PSI usciva a pezzi da questa elezione, e il PRC, pur aumentando un poco, non riusciva a replicare il “sorpasso” avvenuto alle amministrative di Torino e Milano solo l’anno precedente, rassegnandosi al ruolo di “secondo” dell’alleanza di sinistra. Il partito della Quercia si confermava primo partito della sinistra, nonostante l’uscita, l’anno prima, di altri “pezzi” della sua ala sinistra, come il nuovo segretario del PRC, Fausto Bertinotti e, soprattutto, il leader storico della sinistra interna, Pietro Ingrao. Il “ricatto” del maggioritario aveva funzionato, rafforzando il riflesso condizionato del cosiddetto “voto utile”.

Ma la gioia della destra durò poco. Nove mesi dopo la Lega di Bossi faceva cadere il governo, e nasceva un governo cosiddetto “tecnico”, guidato dall’ex ministro di Berlusconi Lamberto Dini. Un governo appoggiato da PDS, Lega e Partito Popolare, con l’astensione per quasi un anno del PRC. Proprio il ritiro dell’astensione del PRC (senza la quale il governo tecnico non aveva la maggioranza in Parlamento) in seguito alle politiche antipopolari del governo (in particolare la famosa controriforma delle pensioni) porta alla caduta di Dini e alle ennesime elezioni anticipate.

La decisione del PDS di andare ad una coalizione con il centro democristiano provoca una quasi rottura col PRC, che decide di non entrare nella coalizione di centro-sinistra (l’Ulivo) guidata dall’ex DC Romano Prodi, e di dar vita, come in Francia, ad una politica elettorale di “desistenza” con l’Ulivo nei collegi uninominali. Sommando i risultati nel proporzionale dei partiti di sinistra (“moderata” e “radicale”, come le aveva battezzate Bertinotti) abbiamo i seguenti dati per il 1996.

PDS                       21,1%      +0,7
PRC                          8,7%      +2,6
Verdi                        2,5%      -0,2
Socialisti                  0,4%     -1,8
Altri                          0,1%      -1,9

Totale                      32,8%     -0,6

Come si vede, un ulteriore arretramento, per quanto minimo, rispetto al ’94, dovuto alla pratica scomparsa del PSI e degli “altri”, mentre l’area “comunista” (continuiamo a considerare forzosamente anche il PDS, nonostante l’entrata nel Partito Socialista Europeo nel 1994) risale ai valori dei primi anni ’80, intorno al 30%. Nonostante il calo delle sinistre, grazie all’alleanza col centro e alla scelta della Lega Nord di correre da sola, l’Ulivo vince le elezioni e la destra torna all’opposizione. Ma l’Ulivo non ha la maggioranza senza i deputati e i senatori del PRC, uscito molto rafforzato da queste elezioni. Ecco i dati sulla base dei collegi.

  • Toscana                  50,1      0,0
  • Umbria                   47,7      -2,3
  • Emilia-Romagna   46,5      -1,8
  • Marche                    41,8      -3,6
  • Lazio 1                     38,9      +2,6
  • Liguria                     38,6      +2,8
  • Campania 1            37,9       -1,8
  • Basilicata                35,7     -11,1
  • Abruzzo                  35,0      -1,1
  • Piemonte 1             34,7      +1,7
  • Calabria                  34,4       -4,2
  • Sardegna                 33,1      -1,9
  • Puglia                       32,5      -1,8
  • Lazio 2                     31,1      +0,5
  • Molise                      30,8       +0,4
  • Campania 2             29,3      +0,6
  • Lombardia 3           29,1      +1,2
  • Lombardia 1           29,0      +2,6
  • Sicilia2                      27,2      -2,3
  • Sicilia 1                     26,6      -6,8
  • Piemonte 2               25,1     +0,3
  • Friuli VG                   24,3     +0,4
  • Veneto 2                    22,1      -3,0
  • Lombardia 2            18,0      +0,2
  • Veneto 1                    17,9      -1,6
  • Trentino AA              17,8     +1,0

Si tratta, pur in un quadro di difficoltà (solo la Toscana rimane “rossa”, mentre Umbria, Emilia-Romagna e Marche restano “rosa”) di una situazione che vede una tenuta (o addirittura qualche piccolo incremento) al Nord (escluso il Veneto) e nel Lazio, mentre si aggrava l’arretramento nel Mezzogiorno (con un ribaltamento totale in Basilicata dovuto alla scomparsa dei socialisti). Lo “sfondamento” nell’area socialista effettuato da Berlusconi due anni prima è ormai un dato consolidato. Una fetta importante di sinistra è ormai (definitivamente?) persa. Certo, se avessimo considerato perso per la sinistra il PSI già negli anni ’80, il dato non sarebbe così disastroso: la sinistra avrebbe oscillato intorno al 30/32% dei primi anni ’80, più o meno come nel 1996. Ma mi sembra un’operazione un pochino azzardata (e sicuramente assurda per gli anni che vanno dal 1946 al 1979, quando il PSI era sicuramente un partito di sinistra, seppur via via sempre più moderata).

Nel 1998, di fronte all’evidente impossibilità di condizionare da sinistra il governo Prodi, il PRC decide, a maggioranza, di togliere il sostegno esterno. Ciò porta da un lato alla rottura con l’ala destra di Rifondazione (Cossutta, Diliberto, Rizzo, ecc.), che esce dal partito e fonda il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) ed entra nel nuovo esecutivo di centro-sinistra, guidato da Massimo d’Alema, e dall’altro la modifica degli equilibri interni al secondo partito della sinistra italiana, che vede la maggioranza guidata dal segretario Bertinotti allargarsi verso sinistra, grazie all’appoggio critico alla “svolta” da parte della corrente legata alla Quarta Internazionale. Per quanto riguarda l’altro partito di tradizione “comunista”, proprio poco prima della rottura del PRC si era sciolto nel nuovo partito anche formalmente socialdemocratico, i Democratici di Sinistra (DS), nato nel febbraio del ’98 con la fusione, oltre che del PDS, di esponenti ex PSI, ex PRI ed ex Cristiano Sociali. Nel nuovo simbolo scompare definitivamente la falce e martello. Nelle prime elezioni del nuovo millennio la maggioranza delle forze di sinistra si presentò unita alle forze di centro, nella coalizione dell’Ulivo. Il solo PRC, dopo la svolta a sinistra di 3 anni prima, decise di presentarsi autonomamente, ma per non “fare il gioco della destra” (la solita accusa a cui era sottoposta Rifondazione da parte del centro-sinistra) solo nella quota proporzionale. Ecco i risultati nazionali.

  • DS             16,6%     -4,5
  • PRC             5,0%     -3,7
  • Verdi-SDI   2,2%     -0,3
  • PdCI            1,7%    +1,7
  • Altri             0,1%    -1,9

TOTALE               25,6%   -7,2

Un risultato disastroso, come si vede chiaramente. Era dal 1913 che la sinistra in Italia non cadeva così in basso: solo un elettore su 4! E questo dopo 5 anni di governo di centro-sinistra. Anche con l’alleanza con forze centriste (l’Ulivo) la destra stravinceva le elezioni, col 50% dei voti. Il 24% di voti mancanti andava agli ex DC di sinistra della Margherita (14,5%), interni all’Ulivo, e ad altre creazioni più o meno estemporanee (frutto della spoliticizzazione di massa e della scarsa serietà del “ceto politico” emergente) come IDV (3,9%), DE (2,4%) ecc. ecc., sigle che ormai nessuno ricorda più. Su base regionale (o meglio dei collegi), questi i risultati.

  • Toscana                                43,2    -6,9
  • Umbria                                 39,4    -8,3
  • Emilia-Romagna                 39,1    -7,4
  • Liguria                                  35,0    -3,6
  • Marche                                  33,1    -8,7
  • Calabria                                 32,1    -2,3
  • Basilicata                               31,9    -3,8
  • Campania 1                           30,3    -7,6
  • Sardegna                                29,7    -3,4
  • Piemonte 1                             28,4    -6,3
  • Lombardia 3                          28,1    -1,0
  • Abruzzo                                  27,7    -7,3
  • Lazio 1                                    26,8   -12,1
  • Molise                                      26,2    -4,6
  • Lazio 2                                     25,7    -5,4
  • Piemonte 2                              23,3    -1,8
  • Puglia                                       22,5  -10,0
  • Lombardia 1                           22,4    -6,6
  • Campania 2                             21,7    -6,6
  • Veneto 2                                   20,3     -1,8
  • Sicilia 1                                     19,1     -7,5
  • Veneto 1                                    17,7     -0,2
  • Friuli VG                                   17,0     -7,3
  • Sicilia2                                       16,1   -11,1
  • Trentino AA                              16,0     -1,8
  • Lombardia 2                             15,3     -2,7

La classifica non era molto dissimile da quella degli ultimi 20 anni, ma la differenza era grande: nessuna regione poteva ormai definirsi “rossa”. Persino la più rossa di tutte, la Toscana, era ormai “rosa”, ed era l’unica rimasta tale. Degli 11 collegi rossi del 1976, ridottisi già a 6 nel 1992, non ne restava nemmeno uno. E dei 12 “rosa” restava solo l’ex rossa Toscana. Tutto il resto era ormai “sbiancato” (o meglio verde-azzurro, se usiamo i colori berluscon-leghisti), dal bianco tenue delle ex zone rosse al bianco proondo delle “vandee” del Nord e del Sud. Dappertutto, o quasi, proseguiva il crollo iniziato da ormai un decennio, con le uniche parziali eccezioni del Nord (dove sembrava che lo svuotamento del voto di sinistra iniziato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 fosse sostanzialmente concluso). Ma il fondo del barile era stato veramente raschiato?

I cinque anni del secondo governo Berlusconi iniziarono con la mattanza di Genova e furono costellati di mobilitazioni operaie e giovanili (soprattutto il famoso movimento “No Global”) che permisero un certo recupero delle sinistre nelle varie scadenze amministrative. A sinistra la novità più importante fu la decisione dei DS di presentarsi insieme all’ex sinistra DC nel “partito” dell’Ulivo, guidato dall’ex DC Prodi. Era il prologo allo scioglimento dei DS nel futuro Partito Democratico, che nascerà nel 2007. L’altra novità a sinistra fu la “contro-svolta” del PRC: Bertinotti, dopo 5 anni di opposizione sia al centro-sinistra che, ovviamente, alla destra, decideva di entrare in coalizione con l’ex Ulivo, creando forti malumori nella sinistra del partito. Nasceva così l’Unione, una coalizione tra centro-sinistra e PRC, che si presentava alle elezioni del 2006, indette col nuovo metodo detto del “Porcellum”, uno strano metodo pseudo-proporzionale con premio di maggioranza alla Camera.  Per quanto riguarda i risultati nazionali si pone un problema di difficile soluzione: il nuovo “Ulivo” non è e nemmeno si dichiara partito “di sinistra” (anche se gli avversari di destra lo dichiarano tale). Indubbiamente però buona parte dei suoi elettori (quelli ex DS) si considerano tali. Come estrapolare il voto di sinistra (che è quello che ci interessa in questo studio) dal voto “di centro”? La nuova creatura un po’ Frankestein sfugge al nostro modo di considerare gli schieramenti politici, figlio della cultura europea, intrisa di Storia e di politica. Ha più a che fare con l’approccio nordamericano alla politica, basato sul “candidato prodotto pubblicitario”, che nasce da un sostanziale analfabetismo politico, tipico di quelle latitudini. Potremmo considerare i rapporti di forza tra DS e Margherita alle precedenti elezioni (60-40 a favore dei DS), ma è un’operazione molto azzardata. Per cui riportiamo di seguito i voti dei partiti di sinistra definitisi tali, con l’avvertenza che bisognerebbe aggiungere una cifra tra il 15 e il 20% in più.

  • PRC           5,8    +0,8
  • PdCI          2,3    +0,6
  • Verdi         2,1    -0,1
  • Altri          0,3    +0,2

TOTALE     10,5   +1,5

Con un certo sforzo si potrebbe aggiungere la minicoalizione La Rosa nel Pugno (radicali, socialisti, socialdemocratici) che ottenne il 2,6%, facente parte dell’Unione anch’essa. Si arriverebbe al famoso 13% di cui parlerà Bertinotti nei due anni successivi. Come si vede, tutte le forze considerate aumentano, seppur di poco, i loro voti rispetto a 5 anni prima e, di conseguenza (e grazie alla pseudo-proporzionalità del “Porcellum”) la loro rappresentanza parlamentare (Rifondazione la quadruplicherà), infondendo un certo ottimismo a sinistra che, come vedremo sarà ben poco giustificato. Se aggiungiamo a questo 10% (o 13, includendo i radical-socialisti) il 15 o 20 ipotizzato come “sinistra” interna all’Ulivo, siamo più o meno tra il 25 e il 30% dei voti, come nel 2001 e nel 1996. Ecco i dati sulla base dei collegi.

  • Calabria                           13,6              2,9
  • Toscana                            13,4              2,2
  • Campania 1                     13,3              0,8
  • Lazio 1                              13,3              5,1
  • Piemonte 1                       13,1              2,9
  • Basilicata                          13,0              1,0
  • Umbria                              12,7              0,8
  • Sardegna                           12,3             -0,2
  • Liguria                               11,9              1,6
  • Puglia                                 10,9              2,4
  • Lombardia 1                     10,9              1,9
  • Marche                              10,8               1,2
  • Abruzzo                             10,5               1,4
  • Emilia-Romagna              10,1               0,9
  • Lazio 2                                10,0              1,4
  • Campania 2                          9,6              1,0
  • Lombardia 3                        9,5              -0,2
  • Piemonte 2                           9,5               1,2
  • Sicilia 1                                  8,9              1,9
  • Friuli VG                                8,6              0,6
  • Veneto 2                                 8,5              0,6
  • Trentino AA                          8,1              1,0
  • Molise                                    7,9               0,3
  • Lombardia 2                         7,9              0,9
  • Sicilia 2                                  7,6               2,2
  • Veneto 1                                 6,7                 0

Balza subito agli occhi il fatto che la graduatoria è un po’ inusuale, anche se non completamente ribaltata rispetto a quella a cui ci eravamo abituati a partire dagli anni Cinquanta. Vedere la Calabria in testa, davanti alla “rossa” Toscana, a un certo effetto, così come vedere l’ex rossa Emilia-Romagna a metà classifica, con un dato inferiore alla media nazionale. Piuttosto normale invece vedere in coda le classiche zone bianche, a Sud come a Nord. Ovviamente il fatto di non poter considerare il voto dei DS falsa molto la graduatoria, tendendo a sovra-rappresentare le zone in cui la rottura del ’91 nel PCI fu meno sfavorevole ai comunisti del PRC (come in Toscana, Umbria e, appunto, Calabria) rispetto a quelle, come l’Emilia-Romagna, videro stravincere i seguaci di Occhetto, D’Alema, ecc. Inoltre pesa sul buon risultato di alcune aree del Sud il discreto successo dei Socialisti in Calabria, Basilicata, Campania, assenti invece al Centro-Nord.

[continua…]

Flavio Guidi