Non dimenticheremo questi mesi.

Non dimenticheremo le file di camion militari che trasportano le salme dei deceduti.

Non dimenticheremo quelle settimane con quasi mille morti al giorno.

Non dimenticheremo che erano molti di più.

Non dimenticheremo i medici, gli infermieri, gli oss, il personale sanitario mandato ad affrontare l’onda violenta del virus senza disponibilità di dispositivi di protezione elementari.

Non dimenticheremo che tanti e tante di loro sono morti.

Non dimenticheremo lo scempio delle RSA.

Non dimenticheremo le persone a cui volevamo bene, lasciate a morire sole senza nessuno che ne tenesse la mano.

Non dimenticheremo le scuole chiuse senza un’idea di riapertura.

Non dimenticheremo l’aria aperta negata ai bambini e alle bambine.

Non dimenticheremo noi stessi chiusi in casa, con quattro mura a farci da prigione e forse da protezione.

E poi…

Non ci dimenticheremo di chi ha preteso che alcune fabbriche impegnate in produzioni non essenziali restassero aperte perché i loro profitti valgono più delle nostre vite.

Non ci dimenticheremo del Governo che lo ha consentito, senza nemmeno il coraggio di ammetterlo.

Non dimenticheremo che il campionato di calcio e, ne siamo certi, i campi da golf, riapriranno prima delle scuole dove si forma la coscienza critica vitale per il nostro futuro.

UN PASSO INDIETRO

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Facciamo per il momento un passo indietro, per farne successivamente ancora altri.

Nell’agosto del 2019, mentre è ancora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti va a Rimini all’annuale meeting di Comunione e Liberazione, quindi davanti ad un mondo con grandi interessi nel mondo della sanità privata, e dice che sarà pur vero che mancano 45mila medici di base in Italia, ma in fondo “chi va più dal medico di base?”. La sua teoria, espressa senza troppi fronzoli, è che oggi le persone sotto i 50 anni vanno su google, fanno le autoprescrizioni di cui necessitano e trovano su internet lo specialista adatto allo scopo. Conseguenza: la rete di medici di medicina generale lungo la quale si articola l’ossatura del sistema sanitario nazionale dal ’78 in poi, con la sua idea di presenza capillare nelle città, nelle periferie, nei quartieri, nei paesi, non serve più a nulla.

In una frase, il leghista Giorgetti riassume uno dei pilastri della sanità lombarda degli ultimi 20 anni, gli anni di Formigoni, di Maroni e ora di Attilio Fontana; al tempo stesso rivendica l’influenza di questo modello nel panorama nazionale.

Diciotto mesi dopo, la violenza dell’impatto del COVID-19 farà giustizia della barbarie che è stata alimentata da questo modello. Ma intanto questo modello è in scena da anni e quei numeri, 45mila medici di medicina generale che mancano all’appello, parlano da soli.

Ma sbaglierebbe chi pensasse che queste politiche di abbandono dei presidi fondamentali di sanità pubblica sono prerogativa esclusiva della Lega e dei Governi delle Destre a livello lombardo o nazionale.

Smantellamento e privatizzazione dei presidi territoriali di sanità, dei medici di base e delle strutture di cure intermedie, soffocamento, o relegazione a pomposi documenti regionali senza seguito nella realtà, dei presidi di sanità di iniziativa, riduzione di posti letto ospedalieri e nelle terapie intensive, sotto-finanziamento delle iniziative di prevenzione e di tutela della salute e del benessere dei cittadini, sotto-finanziamento della sanità pubblica e sviluppo di meccanismi di forte diseguaglianza tra le regioni a livello nazionale, sono politiche che in varie forme sono state attuate da tutte le regioni d’Italia così come a livello centrale e sono una costante delle politiche liberiste che hanno accomunato le destre, il cd. Centrosinistra e i cinquestelle che, non a caso, negli ultimi due anni, hanno governato il Paese con entrambi.

Negli ultimi 10 anni, alla spesa sanitaria italiana sono mancati 37 miliardi di euro, 25 nel quinquennio 2010-2014, 12 nel quinquennio successivo [1].

Metà di questi tagli hanno colpito le spese per il personale sanitario, tra blocco del turn-over e mancate assunzioni e blocco del rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

La percentuale di PIL destinata alla spesa sanitaria, ossia la parte di ricchezza nazionale destinata alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione, ossia alla nostra salute, cala ininterrottamente da anni ed era prevista in calo, nonostante le dichiarazioni incoerenti del Ministro della Salute Speranza, anche per il 2020 e per i prossimi anni.

Al tempo stesso sono diminuiti i posti letto degli ospedali, che ormai in Italia si attestano al numero di 3 ogni mille abitanti a fronte degli 8 posti, per esempio, della Germania.

Questa riduzione di posti letto non è minimamente compensata da alcun incremento di servizi territoriali, né di cure intermedie, né di potenziamento del servizio di vicinanza dei medici di medicina generale di cui, come già detto, mancano 45mila unità.

E’ questa l’Italia che ha affrontato il Covid -19, con un destino segnato proprio nelle regioni che più avevano anticipato queste dinamiche, peraltro – come abbiamo detto – rivedicandole.

Senza una rete adeguata, nei numeri e negli strumenti per dare una risposta di salute ad una popolazione tra le più anziane del mondo, di medici di base, con posti letto falcidiati negli anni, anche nelle terapie intensive, con un sistema orientato alle attività sanitarie più profittevoli per i soggetti privati che sono diventati sempre più, anche nelle Regioni più ricche ed anzi soprattutto in queste, i veri Dominus del sistema.

A questo si è aggiunta una evidente (pur se permangono i tentativi di nasconderla) inefficienza e incapacità del Governo attuale a fronteggiare l’emergenza.

L’EMERGENZA

Risale infatti al 31 gennaio 2020 la proclamazione del Consiglio dei Ministri dello stato di emergenza sanitaria in conseguenza delle notizie che arrivano da diverse settimane dalla Cina sull’epidemia in corso per contagio da SARS-coV2 (o Covid-19). 31 Gennaio [2].

A questa proclamazione non segue nessun fatto concreto. Passano tre settimane e l’Italia, non acquisisce dispositivi di protezione per il personale sanitario, non acquisisce mascherine, non acquisisce guanti, non acquisisce disinfettanti, non acquisisce tamponi, non acquisisce divise speciali o schermi per il viso per il personale sanitario, non definisce con chiarezza i percorsi di accesso protetto al pronto soccorso dei pazienti con sintomi riconducibili al virus, né percorsi di isolamento all’interno degli ospedali, non informa la popolazione su cosa fare e su chi chiamare in caso di sintomi, non stabilisce protocolli per le RSA e per altri luoghi dove si concentra una parte di popolazione anziana o comunque fragile.

Attorno al 23 di febbraio si manifestano i sintomi e si manifestano in massa in un’area che va dalla Lombardia al Veneto. L’Italia intera – e gli ospedali di quelle regioni – dopo 23 giorni di stato di emergenza non ha fatto nulla e non è pronta a nulla. In alcuni paesi, dal lodigiano al veneto, passando per le valli bergamasche, si ammalano come tessere di un domino le persone che hanno avuto la sventura di trascorrere un pomeriggio in pronto soccorso per altre cause, mentre pazienti risultati successivamente positivi al Covid-19 entrano ed escono, anche ripetutamente, dal medesimo pronto soccorso senza una diagnosi. Nel frattempo, sindaci, amministratori, industriali e responsabili delle associazioni padronali invitano i cittadini ad uscire di casa la domenica e a vivere le città. Le città non chiudono. Sembra incredibile ma è successo meno di 3 mesi fa.

Nei giorni e nelle settimane successive le persone si ammalano al lavoro e si ammalano in casa, stanno male ma non possono uscire nemmeno per andare in ospedale, i medici di base visitano (come possono e quanto possono, perché sono troppo pochi, con buona pace del leghista Giorgetti) i pazienti senza protezioni, si ammalano anche loro ed infettano altri pazienti. Molti di loro muoiono in una guerra fatta in prima fila mentre governanti, leader politici, star dello sport e ricchi industriali, si fanno – al primo starnuto – uno, due, tre tamponi, e lo ostentano con i loro tweet.

Intanto, mentre si prendono le misure per il distanziamento fisico tra le persone, misure sacrosante pur nella, in parte voluta e in parte inevitabile, confusione ed incertezza, mentre diventa reato (poi derubricato ad illecito amministrativo) passeggiare sotto casa o far la spesa ad un supermercato più economico un chilometro più in là, gli industriali pretendono con successo di tenere aperte varie attività non essenziali, perfino nei giorni più bui dei mille morti al giorno, perfino in quelle stesse province di Bergamo e Brescia martoriate come in guerra.

Di quest’ultima situazione, il Governo prima fa finta di non vedere, nonostante la faccia severa che mostra nei confronti dei comportamenti individuali dei singoli cittadini, poi prende dei provvedimenti per una chiusura più rigorosa nascondendo tuttavia un meccanismo di eccezioni, attraverso la pantomima dei codici Ateco e del silenzio assenso delle Prefetture che lasciano tante attività, a lungo, aperte.

Queste attività si svolgono, ci assicurano mano al cuore i rappresentanti confindustriali, in piena sicurezza e con la dotazione dei dispositivi di protezione per i lavoratori. Nel mentre, negli ospedali e nelle RSA si continua a lavorare e a morire senza la disponibilità di quegli stessi dispositivi che in Italia, in quelle settimane e per un lungo periodo, sono irreperibili.

Gli operatori sanitari affrontano questa situazione in condizioni impossibili. Da anni si denuncia inutilmente che mancano almeno 15mila tra medici e infermieri per poter semplicemente rispettare in tutta Italia, il diritto (ed obbligo) di almeno 11 ore di riposo giornaliero consecutive. Come dire che le carenze di personale comportano che nemmeno lavorando 13 ore in un giorno si garantisce il servizio. Nel frattempo, spesso, chi va in pensione non viene sostituito. Quando arriva l’onda dei contagiati negli ospedali e nelle terapie intensive trova questa situazione. Le immagini di infermieri e infermiere esauste è la punta di questo iceberg appena descritto.

IN DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA

Il disastro e l’impreparazione strutturale del sistema sanitario, anche al di là degli errori contingenti degli ultimi mesi, è conseguenza delle sconfitte subite: la storia della conquista operaia di un Servizio sanitario nazionale e la storia delle successive controriforme, sono il percorso che ci ha portato qui.

Leggiamola.

BREVE STORIA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

La conquista del diritto alla salute e alle cure gratuite e le sconfitte

Legge 833/1978 – LA STORIA SIAMO NOI.

L’istituzione di un unico Servizio Sanitario Nazionale, organizzato per Unità sanitarie locali ed Enti Ospedalieri fu figlio delle lotte della fine degli anni ’60 e di tutti gli anni ’70. Non fu una concessione del “sovrano” e del Governo. Fu figlio della partecipazione dei lavoratori al tentativo di cambiare l’Italia, fratello dello Statuto dei lavoratori, delle norme protettive contro i licenziamenti, dell’abolizione delle “gabbie salariali”, della conquista del diritto ad una pensione dignitosa.

Nel corso di un decennio (dalla fine degli anni ’60 al ’78) la sanità italiana cambiò totalmente.

Il sistema mutualistico di natura privata, fonte di inefficienze e di diseguaglianze, venne smantellato, tutta la sanità fu resa pubblica, gratuita ed universale. Gli enti locali e in particolari i Comuni, dove si esercitava il controllo democratico a livello territoriale, divennero i soggetti centrali della gestione delle USL.

Tutti i cittadini poterono accedere gratuitamente al sistema sanitario pagato dalla fiscalità generale.

La sanità si ramificò, si estese, organizzò se stessa ponendosi il problema importante del collegamento con le attività sociali che avevano anche indirettamente un nesso con la salute.

L’Italia iniziò l’attuazione concreta della sua Costituzione anche in ambito sanitario.

Nel giro di pochi anni il sistema sanitario nazionale italiano divenne, secondo studi dell’organizzazione mondiale della sanità, il secondo migliore del mondo, per efficienza, efficacia, estensione ed universalità.

Decreto legislativo 502/1992 – L’AZIENDA SANITA’.

Nel corso degli anni ’80 la Storia italiana iniziò a cambiare, le lotte dei lavoratori si fecero sempre meno frequenti ed incisive, le conquiste del decennio precedente erose giorno per giorno, arrivarono, già all’inizio di quel decennio, pesanti sconfitte.

Dove al centro era il lavoro, i diritto dei lavoratori, la vita dei cittadini, saranno le aziende ad assumere nuova centralità. Questo processo coinvolse anche la sanità.

Ad iniziare dagli anni ’80 e poi soprattutto con il d. lgs. 502/1992 i Comuni – e quindi le comunità locali – vennero progressivamente espropriati delle funzioni di gestione e controllo sulle USL, l’introduzione dei ticket rese le cure sempre più onerose per chi si ammalava, la gestione della sanità affidata a Direttori manager… Le USL diventano Ausl (Aziende unità sanitarie locali), AO (Aziende Ospedaliere), AOU (Aziende Ospedaliero Universitarie) in concorrenza tra loro e con il privato convenzionato.

La sanità divenne un business per diversi soggetti, la cura dei pazienti perse la sua centralità, la prevenzione un’attività “inutile” che limitava il giro di affari.

In questa fase si aprono le porte dell’equiparazione dei centri di sanità privata alle strutture pubbliche. Attraverso il sistema dei DRG (diagnosis-related group) si determina un “prezzo delle prestazioni sanitarie remunerate con le risorse pubbliche in un sistema di concorrenza tra strutture pubbliche e strutture private. La sanità diventa un mercato, attraverso il meccanismo dell’accreditamento e con soldi pubblici si finanziano prestazioni private in concorrenza.

Decreto legislativo 229/1999 – LA SANITA’ REGIONALE.

Il Processo di allontanamento della sanità dai cittadini si accentuò nel ’99 e negli anni successivi.

Anche per effetto della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, la sanità italiana si articolò sempre più su 20 diversi sistemi regionali. In questo periodo si sviluppano sempre di più forme di sanità integrativa privata per compensare le mancanze del sistema pubblico. A differenza del sistema introdotto nel ’78, la sanità italiana perse progressivamente il suo carattere universale. Tempi di attesa sempre più lunghi, partecipazione alla spesa attraverso i ticket, negazione di alcune prestazioni, livelli di assistenza differenziati tra le varie Regioni del Paese, sviluppo della libera professione a pagamento dentro gli ospedali pubblici crearono tante sanità diverse.

Più recentemente, nuovo impulso al ruolo del privato, anche nell’edilizia ospedaliera è stato determinato dal cd. Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012), oltre che un’ulteriore spinta alla riduzione dei posti letto.

Trenta anni di leggi di bilancio – LA STORIA SONO LORO.

Al di là delle 3 grandi riforme del sistema sanitario nazionale, sono le leggi finanziarie ad affossare progressivamente il sistema sanitario nazionale. Non ci sono soldi per la sanità. Tagli, tagli, tagli, da tutti i Governi, da tutte le amministrazioni regionali.

Taglia Craxi, taglia Andreotti, taglia Amato, taglia Ciampi, taglia Berlusconi, taglia Dini, taglia Prodi, taglia D’Alema, taglia Amato (per la seconda volta), taglia Berlusconi (per la seconda volta), taglia Prodi (per la seconda volta), taglia Berlusconi (per la terza volta), taglia Monti, taglia Letta, taglia Renzi, taglia Gentiloni, taglia Conte prima e taglia Conte poi… Tagliano tutti.

La ristrutturazione mortificante del servizio sanitario nazionale contribuisce al processo di espropriazione della centralità della vita dei cittadini nella politica.

Il processo di aziendalizzazione si completa, la tutela della salute conta sempre meno, conta il businnes, i rapporti di potere, il giro di affari e di denaro.

Il movimento dei lavoratori e di cittadini che con le loro lotte avevano contribuito a conquistare un sistema sanitario pubblico, gratuito, universale e democratico è messo fuori dalla storia.

PER UNA NUOVA RICONQUISTA

Il diritto alla salute e alla sanità non va solo difeso ma riconquistato, ad iniziare dall’abrogazione delle controriforme che hanno snaturato progressivamente la riforma 833/78.

Va riconquistato un diritto per tutte e tutti, uomini, donne, anziani, bambini, autosufficienti e non autosufficienti, migranti.

Uno spazio di riorganizzazione della cura e della difesa dei bisogni umani.

Va riconquistato il diritto alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione. Il concetto globale di salute, definito come stato di benessere fisico, mentale e sociale, deve costituire il centro delle nostre lotte.

La difesa dell’ambiente, di un rapporto non distruttivo tra uomo e natura, non sono sconnessi da questa lotta, anzi ne sono un presupposto irrinunciabile.

Una politica da riconquistare. Una storia da riscrivere, nelle lotte, nell’organizzazione tra lavoratori della sanità, cittadine e cittadini, collettivi e gruppi organizzati che abbiano a cuore il futuro della sanità pubblica.

SALUTE o BARBARIE!

Questa provocazione, che utilizzo anche come titolo di questa riflessione, richiama direttamente la celebre frase di Rosa Luxemburg che, nel pieno della tragedia del primo conflitto mondiale la utilizzò come sunto di un programma politico e di una necessità storica del proletariato: “Socialismo o barbarie”.

La devastazione climatica provocata dal sistema economico capitalista, ontologicamente incapace di dar valore ad altro concetto che non sia il profitto e l’accumulazione di capitale, richiede di attualizzare il concetto verso il bivio dell’umanità: Ecosocialismo o barbarie.

La difesa della salute, globalmente intesa, dell’intera umanità e di tutte le specie viventi è un capitolo importante di questo ecosocialismo. E per questo che insisto: Salute o barbarie!

Il Capitalismo devasta la natura alla ricerca di ogni occasione di profitto. Come nell’industria bellica, fa affari con le armi di distruzione e con gli strumenti per contrastarle. Con i missili e con gli anti-missili. Fa affari con le mine antiuomo e con le procedure di sminamento.

Sviluppa in maniera parossistica la plastica e gli inceneritori che la bruciano. Gli esempi potrebbero essere infiniti.

In sanità, con un sistema privatistico che pervade anche la sanità pubblica aziendalizzata, incentiva un modello di organizzazione che remunera la malattia anziché la salute.

Non è una deviazione del Capitalismo. Questo è il Capitalismo, che non ha altro scopo che quello di cercare profitti in ognuna delle attività umane, indipendentemente dai reali bisogni di ognuna e ognuno di noi. Nel contempo sopprime i bisogni reali, quei bisogni di cura, di convivenza reciproca, di tutela ambientale, di qualità del vivere che anche in questi mesi abbiamo potuto percepire come indispensabili eppure sistematicamente sacrificati.

Ed allora, Capitalismo vuol dire barbarie, come stiamo vedendo e come ho cercato di dimostrare in queste pagine.

Recuperare diritto alla salute, vuol dire impegnarsi fino in fondo in questa lotta secolare contro la barbarie.

Post scriptum sui vaccini: mentre scrivo esplode la polemica sul tentativo degli Stati Uniti di accaparrarsi in anticipo le dosi future dei vaccini nel momento in cui, sperimentati, potranno essere utilizzati in sicurezza sulle persone. “America first!”

Contemporaneamente prosegue la polemica del suo Presidente, Donald Trump, contro la Cina, accusata tra le altre cose di spionaggio informatico per accaparrarsi i segreti della ricerca sui vaccini. La Cina respinge le accuse. In ogni caso, verrebbe da dire: “E’ il capitalismo, bellezza!”.

Se il vaccino è destinato ad assumere un ruolo centrale per il futuro dell’umanità, questi due accadimenti mostrano più che mai la ferocia del sistema economico, sociale e politico dentro cui vive – male – il mondo intero.

Perché la ricerca avanzi – nei vaccini e nello sviluppo delle cure contro il virus – con efficacia, celerità, sicurezza e umanità, occorre che i centri di ricerca di tutto il mondo collaborino, condividano le informazioni e gli esiti dei risultati a cui giungono, che consentano reciprocamente di abbandonare il prima possibile piste di ricerca infruttuose e di sviluppare quelle che anche altrove hanno trovato delle prime provvisorie conferme. E’ il metodo scientifico, d’altronde.

Il metodo capitalistico, ha altri fini, spesso opposti e genera irrazionalità feroce e caotica. Che lo si veda, come è, come un concentrato di monopoli in lotta non-cooperativa tra loro, o lo si immagini (con grandi dosi di strabiliante – ma non innocente – fantasia) come il sistema della concorrenza perfetta, questo sistema ci porta lontano dal benessere di tutta l’umanità, che avrebbe al contrario bisogno di cooperazione nella ricerca e nella disponibilità dei farmaci. Questa crisi lo sta dimostrando a tutte e tutti noi come non mai.

[1] “Osservatorio sulla medicina e sulla sanità pubblica italiana” – Fondazione Gimbe.

[2] L’Italia oltretutto, sulla carta ha un piano pandemico dal 2006.