Le elezioni del 1992 avvennero dopo il “terremoto” politico-sociale che, tra il 1989 e il 1991, portò all’implosione del cosiddetto “socialismo reale” e alla restaurazione del capitalismo “classico” (anzi ancor più feroce e iper-liberista che ad Ovest) nei paesi dell’ex “blocco sovietico”. Uno dei grandi effetti sulla politica italiana fu il precipitare della crisi del PCI, che iniziò rapidamente un processo di trasformazione anche formale in un partito socialdemocratico. Ciò ovviamente non avvenne senza resistenze all’interno del partito. Mentre la destra “migliorista” (gli ex “amendoliani”) e il centro “berlingueriano” (Berlinguer era morto nell’84, ma i suoi eredi politici continuavano a guidare il PCI) sostenevano più o meno convintamente questa necessità, la “sinistra” ingraiana e la piccola corrente pro-URSS di Cossutta vi si opponevano. Ci vollero quasi due anni perché l’ultimo congresso del PCI accettasse, con una maggioranza di due terzi, il cambio di programma, nome e simbolo: nasceva così il Partito Democratico della Sinistra (PDS), con una piccola falce e martello alla base della grande Quercia che ne costituiva il simbolo. Traghettare milioni di elettori e centinaia di migliaia di iscritti che si sentivano “comunisti” verso nuovi lidi socialdemocratici non era un compito facile: anche il simbolo andava cambiato con gradualità. Non tutti gli oppositori della “svolta” di Occhetto e compagnia decisero l’uscita dal nuovo partito, come fecero Garavini, Libertini, Cossutta, ecc. Lo stesso Ingrao, leader storico della sinistra interna almeno dagli anni ’60, decise, seppur a malincuore, di continuare la sua battaglia all’interno del PDS. Ma decine di migliaia di iscritti decisero di dar vita ad un “Movimento per la Rifondazione Comunista” che pochi mesi dopo, unificandosi con Democrazia Proletaria e altri gruppi dell’estrema sinistra, darà vita al nuovo Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Oltre a PDS, PSI, PRC e Verdi, alle elezioni si presentò anche un nuovo movimento che si definiva di sinistra: La Rete, formato da ex PCI come l’ex sindaco di Torino Novelli o Alfredo Galasso, da ex dirigenti della sinistra DC come Leoluca Orlando, da “indipendenti di sinistra” come Claudio Fava o Nando Della Chiesa. Questi i risultati delle ultime elezioni tenutesi con il metodo più democratico, quello proporzionale.

PDS                16,1%         –
PSI                 13,6%      -0,7
PRC                  5,6%         –
Verdi               2,8%      +0,3
Altri                 1,9%     +1,9

Totale             40,0%      -5,1

L’area “comunista” (PCI più estrema sinistra) che già era scesa dal 35,9% del ’76 al 32,6% del ’79, al 31,4% dell’83, al 28,3% dell’87, crollava al 21,7% del ’92 (ammesso e non concesso di considerare il PDS ancora appartenente a quell’area). In quindici anni si erano persi per strada quasi 5 milioni di voti: dai 13,2 milioni del 1976 (quasi 11 milioni ancora nell’87!) ai poco più di 8,5 milioni del ’92. Indubbiamente un vero e proprio crollo, col 40% di elettori degli anni ’70 che avevano probabilmente scelto di votare socialista, verde o altre opzioni più o meno “innovative” ed estemporanee. Oppure avevano fatto il “salto della quaglia”, cioè il passaggio armi e bagagli dal lato opposto della barricata, magari senza rendersene conto. Già, perché l’altra grande novità di queste elezioni fu il grande successo di una formazione quasi sconosciuta fino a pochi anni prima, una formazione che, guarda caso, non si definiva né di destra né di sinistra (come i Fasci di Combattimento di mussoliniana memoria): la Lega Lombarda. Questo movimento, nato nel 1982, aveva ottenuto un seggio al Senato e uno alla Camera già nel 1987 e si era sviluppato impetuosamente a partire dalla fine degli anni ’80 con parole d’ordine separatiste, antimeridionali e contro il “centralismo” romano. Dopo i successi alle amministrative del ’90 (con risultati a due cifre in molti comuni lombardi) decise di unirsi ad altri movimenti analoghi (come la Liga Veneta, già entrata in Parlamento nell’83) per le elezioni del ’92, presentandosi in tutto il Nord (e in alcune regioni del centro) con parole d’ordine più o meno apertamente razziste e demagogicamente anti-establishment. Pur avendo un radicamento soprattutto “bianco” (Alta Lombardia, Veneto, Friuli, Cuneese) riuscì comunque ad ottenere un certo seguito anche in ambienti popolari un tempo orientati a sinistra. Queste furono le prime elezioni in cui gli scricchiolii di cui parlavamo nell’ottava parte cominciano a diventare uno smottamento vero e proprio. Il declino era iniziato. Ecco i dati su base regionale.

Toscana                                      55,9%       -5,0
Umbria                                       55,5%       -2,5
Emilia-Romagna                       52,1%       -8,2
Marche                                       47,1%       -3,6
Liguria                                        41,1%     -10,9
Lazio                                           40,5%       -3,1
Calabria                                      40,3%       -4,2
Sardegna                                    40,0%      +0,3
Puglia                                          39,5%       -1,7
Basilicata                                    39,0%       -2,1
Campania                                   38,9%      +0,4
Abruzzo                                      38,6%       -3,9
Piemonte                                    38,2%       -5,9
Sicilia                                          37,5%      +0,1
Friuli-VG                                     35,4%      -6,4
Lombardia                                  34,5%    -11,6
Molise                                           34,3%    +3,5
Veneto                                           29,7%     -9,0
Trentino-AA                                 19,2%     -6,0

Come si vede, se nel Centro-Sud si può parlare di un semplice arretramento (addirittura con qualche segno positivo in Molise, Sardegna, Campania e Sicilia) nel Nord si assiste ad un vero e proprio disastro. Regioni già un tempo “rosse” (come la Liguria, il Piemonte, la Lombardia) già decadute a “rosa” negli ultimi 10 anni, si ritrovano al livello delle “vandee” di sempre, con crolli anche di 10-12 punti. La micidiale sinergia tra crisi del PCI e sviluppo della Lega rende la sinistra vera e propria (senza cioè un PSI ormai in gran parte approdato ad altri lidi, come dimostreranno senz’ombra di dubbio le elezioni del ’94) minoritaria ovunque nel paese. Anche volendo considerare nella somma il voto al PSI, la “sinistra larga” conserva la maggioranza nei soli 6 collegi corrispondenti alle tre regioni rimaste rosse: i tre toscani (59,3% Siena-Arezzo-Grosseto,  58,4% Firenze-Pistoia, 51,5% Toscana nord-occidentale), l’Umbria-Reatino e i due emiliano-romagnoli (52,8% Bologna-Ferrara-Romagna e 51,5% Emilia Occidentale). Il fatto inaudito dello scivolamento dell’Emilia-Romagna alla coda dei collegi rossi è ovviamente dovuto al relativo successo della Lega in queste aree, ben minore di quello lombardo-veneto, ma comunque pur sempre significativo. Tra i 7 collegi “rosa” solo 3 sono settentrionali: la Liguria, Trieste e Torino-Novara-Vercelli, e, con l’eccezione del piccolo collegio di Trieste (+4,3%) accusano pesanti cali. In particolare la Liguria perde il suo status di “quarta regione rossa”, lasciando per strada ben 11 punti. L’unico collegio nuovo tra i rosa, oltre a Trieste,  è la Sardegna, grazie ad un piccolissimo incremento (+0,3%) che la porta sulla soglia del 40%. Marche, Lazio e Calabria restano “rosa”, pur perdendo 3 o 4 punti. La classifica dei collegi “bianchi” vede entrare per la prima volta i collegi storicamente rossi di Mantova-Cremona e Milano-Pavia (-13,2% il primo, -11,3% il secondo, un vero e proprio crollo) mentre tutto il resto del Nord si affolla ormai in coda (da quello meno bianco, Venezia-Treviso, che perde il 10,5%, alla storica vandea trentino-tirolese che, con -6 punti, scende al 19,2%, confermando la sua posizione di fanalino di coda per la sinistra italiana). Tra Venezia (col 40%) e Bolzano (col 17%) ci sono tutti i collegi settentrionali di seguito. Persino il collegio storicamente penultimo, quello del Molise, supera tutti e 7 i collegi bianchi del Nord, col 34,3% (3,5 in più), mentre Venezia-Treviso esce dalla zona rosa (in cui stava, è vero, grazie a Venezia, non certo a Treviso) perdendo il 10,5% e scendendo al 32,8. Comunque anche quasi tutti gli altri collegi bianchi del Centro-Sud arretrano, seppur in misura molto minore. Le uniche eccezioni sono, oltre al Molise già visto, la Campania sud-orientale(39,1% e +1,4) e la Sicilia orientale (37,1% e +0,4). E questo grazie alla buona performance della Rete, non certo per la sinistra “storica”. Insomma, se Occhetto aveva sperato di evitare al PCI gli effetti negativi del crollo dell’URSS con la svolta della Bolognina, le urne non sembravano dargli ragione. E lo stesso PSI craxiano, virulentemente anti-comunista, interrompeva la sua ascesa degli anni ’80, perdendo terreno, anche se in misura per ora limitata. Solo Rifondazione Comunista poteva dirsi relativamente soddisfatta: il nuovo partito non appariva marginale, come altre scissioni della sinistra PCI nella storia. Oltre un quarto degli elettori dell’area “comunista” avevano scelto il PRC, con percentuali piuttosto alte in molte zone rosse (spesso oltre il 10%, come nella maggior parte delle province toscane o in Umbria), dimostrando che la scommessa di Cossutta, Garavini, Libertini & Co. (e anche di DP) era sostanzialmente riuscita. Ma ci penserà “tangentopoli” e la cosiddetta “crisi della Prima Repubblica” a rimescolare le carte in modo inatteso.

[continua….]

Flavio Guidi