Nel pieno dell’emergenza Covid19 non si parla più di un’altra emergenza, quella dei migranti al confine tra Grecia e Turchia, dove le istituzioni europee mostrano di non saper andare oltre il paradigma della fortezza

Mentre l’Europa, Italia in primis, è alle prese con l’emergenza Coronavirus, che ci tocca in prima persona nella nostra quotidianità, c’è un’altra emergenza, al confine tra Grecia e Turchia e sulle isole greche di cui da qualche giorno non si parla quasi più, nonostante si vedano pochi miglioramenti all’orizzonte. La situazione nei campi delle isole è al collasso, e l’epidemia da Covid-19 arriva a gettare benzina sul fuoco. E se il viaggio europeo del presidente turco Erdogan sembra essere servito a ben poco, allo stesso modo quasi nulla si muove da parte dell’Ue in termini di assunzione di responsabilità, eccezion fatta per un piano di ricollocamento di 1.500 bambini, per un discutibilissimo finanziamento dei ritorni volontari e blandi richiami rispetto alla gestione della questione da parte del governo greco. Così, tutti questi aspetti finiscono col ridare centralità a una questione mai sopita nel dibattito sulle migrazioni dalle nostre parti: il ruolo dell’Europa.

Da fronti diversi, nel corso degli anni, si è fatto appello all’Europa per prendere in mano la questione migratoria. E che ci voglia «più Europa» è innegabile: è diretta conseguenza della natura stessa dei movimenti migratori, dell’esistenza dello spazio Schengen, di una legislazione europea comune in materia d’asilo (Regolamento Dublino III, ma non solo). Ciò a cui bisogna fare attenzione, però, è quel sottinteso, in voga soprattutto negli ambienti che si autodefiniscono moderati e riformisti, secondo cui una risposta comune europea sia di per sé indice di un approccio più giusto, equo e responsabile.

Perché se da un lato è vero che spesso le politiche nazionali di frontiera e gestione dei flussi migratori si sono rivelate disumane e che altrettanto spesso queste politiche sono state giustificate proprio dall’assenza di un’assunzione di responsabilità a livello comunitario, non si può far finta che quando a prendere la palla in mano è l’Ue le cose vadano benissimo.

È stata l’Unione Europea a fare un accordo con la Turchia nel 2016, pagando Erdogan miliardi di euro per trattenere nel suo paese i migranti e richiedenti asilo diretti in Europa, salvo una facile indignazione postuma che porta oggi la presidente Von der Leyen a ricordare a Erdogan che «le persone non sono mezzi per raggiungere un obiettivo». L’Unione europea è la stessa che si è sempre rifiutata di istituire una vera missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, optando prima per una sostanzialmente inefficace Frontex Plus/Triton, e poi per quell’Operazione Sophia, di natura militare e con mille criticità ma che almeno qualcosa riusciva fare, lasciata senza navi da quasi un anno e prossima alla chiusura. Quella stessa Unione europea, giusto per ricordare ancora un passaggio, incapace di trovare un accordo sulla riforma del Regolamento Dublino III e che si è sempre rifiutata di attivare la direttiva del 2001 per la protezione temporanea, prevista appunto per i casi di afflusso massiccio di richiedenti asilo. 

Sul perché accade tutto questo, la spiegazione più diffusa è quella che vede l’Ue ostaggio delle azioni e inazioni del Consiglio e quindi, in sostanza, dei governi dei suoi Stati membri. Una spiegazione sostanzialmente vera, ma non del tutto completa. Perché in un sistema di governance così complesso, le chiare, principali e gravissime responsabilità del Consiglio non possono far dimenticare il ruolo che assumono altri due attori fondamentali: Commissione e Parlamento. E la sortita greca dei vertici dell’Unione Europea – presidenti di Commissione, Consiglio Europeo e Parlamento – dello scorso 3 marzo, finalizzata a dare un segnale di unità tra istituzioni europee e tra istituzioni e paesi membri, suggerisce, per ragioni diverse, alcune riflessioni in tal senso.

Partendo dalla Commissione, hanno fatto scalpore le parole pronunciate nel corso della visita dalla presidente Von der Leyen, che ha definito la Grecia «scudo d’Europa». Uno stupore che però non ha trovato spazio tra chi segue da tempo le posizioni dell’esecutivo europeo sul tema: perché sono parole dure ma che non fanno altro che rivelare il pensiero dominante europeo per quel che è. 

È almeno dal 2015, infatti, che il trend è questo, e se è vero che al Consiglio va attribuita la responsabilità di avere scelto e imposto alcune tra le peggiori politiche migratorie della storia, alla Commissione (Juncker prima, Von der Leyen poi) va attribuita la responsabilità di aver taciuto, di aver accettato in silenzio o con timide rimostranze, ma senza arrivare a compiere scelte drastiche e di rottura.

Si ricorda qualche parola dura della Commissione Juncker nei confronti del Consiglio, per esempio in occasione del naufragio del 2015 e del lancio di Sophia. O sulla mancata riforma del Regolamento di Dublino. Ma pesano e non poco i tanti silenzi – a cominciare proprio da quello sull’accordo del 2016 con la Turchia, ritenuto da Juncker «conforme a tutte le norme dell’Ue e internazionali» – così come pesa l’incapacità di mettere in discussione un approccio di fondo che emergeva già in parte nell’Agenda europea sulle migrazioni del 2015 e che si è confermato via via nel corso degli anni, rivelandosi sempre meno incline al cambiamento.

Emblematica, in questo senso, è la linea tenuta dalla Commissione sulla questione della criminalizzazione del soccorso umanitario in mare: tra il 2014 e il 2016 venne avviato un programma di controllo dell’adeguatezza e dell’efficacia della regolamentazione (Refit), nel quale una serie di studi e consultazioni pubbliche identificavano in maniera chiara, in assenza di modifiche alla legislazione, il rischio di criminalizzazione degli interventi umanitari. Nonostante questo, la Commissione decise di ignorare del tutto queste argomentazioni, sostenendo che non vi fossero elementi necessari per rivedere la legislazione in materia (qui è possibile consultare il report completo). Sembrano lontani i tempi in cui nel 2001, l’allora Commissione presieduta da Romano Prodi, per bocca del Commissario per la giustizia e affari interni António Vitorino, oggi direttore generale dell’Oim, riteneva questa stessa questione fondamentale e da affrontare in maniera adeguata, proponendo un’esplicita esclusione della responsabilità penale rispetto al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per gli interventi umanitari e criticando la proposta legislativa in materia che verrà invece poi adottata dal Consiglio.

Qui c’è la grande contraddizione di una Commissione che, almeno dal 2015 in poi, sembra aver mantenuto un atteggiamento ambiguo. Nonostante importanti aperture e sinergie con il Parlamento (a cominciare, come ricordato, da Dublino), nell’ottica di un approccio integrato alle migrazioni, la Commissione non è mai riuscita ad allontanarsi davvero dal framework dominante di carattere securitario e di protezione dei confini, più incline alle posizioni del Consiglio. Rispetto al quale le parole greche di Von der Leyen rappresentano la sintesi perfetta, e non certo un lapsus o un fraintendimento.

Ma se sulla Commissione c’è poco da fare – forse solo da prendere atto e capire come stanno le cose – diverso è il ruolo del Parlamento. Sull’importanza di quest’organo in ambito migratorio avevo già scritto qualche riflessione in passato e va certo ricordato come in questi anni si sia speso molto per un approccio diverso alle migrazioni e per la tutela dei diritti umani di migranti e richiedenti asilo, con risoluzioni e atti legislativi su alcuni dei temi più caldi, tra i quali appunto la criminalizzazione delle operazioni umanitarie e la modifica del Regolamento Dublino III. 

Qui c’è stato un grande lavoro di tante e tanti parlamentari europei, soprattutto aderenti alla sinistra del Gue-Ngl, ai verdi e, almeno in parte, ai socialisti, che negli anni hanno proposto e votato questi atti importanti e che hanno posto una serie di questioni fondamentali nel dibattito pubblico europeo e degli Stati membri. Quello che è mancato, però, su questo fronte è stata la capacità (o la volontà) dei leader politici dei più importanti gruppi presenti a Bruxelles e Strasburgo, e ancor di più dei rappresentanti istituzionali del Parlamento, di condurre fino in fondo una battaglia contro il sistema della Fortezza Europa. 

La domanda che oggi ci si deve porre, pertanto, è se può bastarci il ruolo di un Parlamento che migliora alcuni atti, prende posizione su alcune questioni, ma non riesce ancora a mettere in discussione l’approccio alle migrazioni nel suo insieme. E qui la questione si complica, come hanno evidenziato alcuni studiosi. Perché è vero, da un lato, che non si può rimproverare troppo al Parlamento nel suo insieme, perché l’attuale sistema istituzionale continua ad assegnare un ruolo privilegiato, almeno nei fatti, al Consiglio. Ma è anche vero, dall’altro, che paradossalmente è stata proprio l’acquisizione di un ruolo paritetico nel processo legislativo (post-Trattato di Lisbona) ad avere imbrigliato il Parlamento, spingendolo a posizioni meno di rottura e più inclini al compromesso con il Consiglio, pur con i distinguo di cui sopra. E la grande coalizione di popolari, socialisti e liberali, peraltro a forte trazione mitteleuropea, difficilmente renderà mai possibile una messa in discussione complessiva del sistema a opera della camera rappresentativa – e basta guardare agli ultimi cinque anni per rendersene conto. Mentre in realtà gli spazi per incidere ancor di più ci sarebbero, tanto dentro il Parlamento, con la possibilità di esercitare una forte pressione in quegli ambiti in cui una parola forte la si può dire eccome (a cominciare dal prossimo bilancio pluriennale), quanto nella rappresentanza esterna, nella comunicazione politica che viene fatta.

Ecco perché, tornando con la memoria proprio alla visita al confine greco del 3 marzo, quell’immagine di Sassoli fianco a fianco con Von der Leyen e Michel non è, probabilmente, il modo migliore per rimarcare quel ruolo di difensore dei diritti umani e di un approccio più umano alle migrazioni che in molti auspicano per la camera di Bruxelles e Strasburgo (segnalo, in questo senso, la meritevole campagna lanciata da numerose realtà associative italiane proprio per un’assunzione di responsabilità in questo senso da parte del Parlamento europeo).

Non sono convinto che il messaggio più importante (nonché unico, dato il silenzio dei giorni seguenti) da dare fosse quello dell’unità delle istituzioni europee. Un’Europa unita serve, è necessaria. Ma prima ancora serve un’Europa diversa, capace di guardare oltre il paradigma della fortezza, capace non di chiedere, come ha fatto Sassoli, che «la Turchia rispetti gli accordi», ma di dire che quegli accordi sono una vergogna che pesa sull’Europa, prima ancora che sulla Turchia stessa.

Non basta dire che «per il Parlamento Europeo chi arriva in Grecia arriva in Europa», né è del tutto vero che «se un anno e mezzo fa si fosse dato retta al Parlamento europeo e si fosse proceduto a una riforma del trattato di Dublino probabilmente noi oggi non saremmo in queste condizioni». Perché al di là di un’Europa che si assuma le proprie responsabilità, resta irrisolto il nodo di come e se le vuole assumere. E se quello della redistribuzione resta un nodo cruciale, più ancora lo è il modo in cui si intendono le frontiere, lo spazio Schengen, il diritto internazionale, il diritto d’asilo. 

Non credo, ovviamente, che il Parlamento abbia la bacchetta magica e possa cambiare tutto questo dall’oggi al domani. Ma continuo a pensare, nonostante tutto, forse ingenuamente, che se c’è una speranza che qualcosa possa cambiare, dentro le istituzioni, questa speranza è riposta nel Parlamento europeo.  Dove ancora esiste un dibattito autentico e dove ci sono parlamentari che hanno voglia di ascoltare, approfondire e agire, sovvertendo questo paradigma della Fortezza Europa e immaginando una politica delle frontiere, delle migrazioni e di asilo, oltre che integrata, prima di tutto radicalmente diversa da quella attuale.

*Federico Alagna si occupa di ricerca sulle politiche migratorie europee ed è attivo in vari contesti di impegno politico e sociale, in particolare sul fronte del municipalismo e del diritto alla città, in Italia e all’estero. Fa parte del movimento Cambiamo Messina dal Basso ed è stato assessore alla cultura di Messina tra il 2017 e il 2018.