Avremo anche giorni migliori… Zehra Doğan e l’arte delle donne curde. Una mostra a Brescia per l’artista ex prigioniera politica

C’è una regione in Medio Oriente, situata su un vasto altopiano nella parte settentrionale e nord-orientale della antica Mesopotamia. Si chiama Kurdistan. Non è uno stato indipendente e da circa un secolo la sua popolazione è sottoposta a pesanti vessazioni e violenze, perché rivendica l’autonomia dagli stati di Iran, Iraq, Siria e Turchia. Solo il Rojava, grazie soprattutto alla resistenza delle sue donne, da novembre 2013, ha conquistato una autonomia politica dalla Siria, ora di nuovo gravemente minacciata dall’occupazione dell’esercito turco di Erdogan.

Zehra Doğan è una giovane artista curda, nata nel 1989 a Diyarbakir, la più grande città a maggioranza curda della Turchia. Nel 2016 è stata arrestata dal regime di Erdogan per aver pubblicato su Twitter un disegno della città di Nusaybin, assediata per mesi dall’esercito turco.
Zehra in quei giorni e a Nusaybin per testimoniare con i suoi disegni cosa sta accadendo in un territorio dove né i giornalisti né l’ONU sono ammessi.

La sua colpa è soltanto di aver disegnato su una foto, postata pochi giorni prima, sempre su Twitter, dalla polizia speciale turca. La foto mostra la città distrutta dai bombardamenti e i carri armati che finalmente ne conquistano vittoriosi le macerie (1).

Foto Nusaybin 

Zehra cambia il punto di vista, assume quello della popolazione che guarda attonita la città che brucia e disegna scorpioni al posto dei carri armati (2).

Disegno di Nusaybin 

È l’esercito turco ad aver distrutto la città e ad aver pubblicato la foto originale compiacendosi del massacro, ma è lei ad essere arrestata per ‘propaganda terroristica’. Quando in carcere le chiederanno perché lo ha fatto, risponderà che lei non ha fatto niente, sono i militari ad aver distrutto una città intera, lasciando sepolte sotto le macerie centinaia di vittime innocenti, soprattutto donne e bambini. Un altro dei capi di accusa per la sua condanna è la foto di una bambina che mostra una lettera scritta per i suoi coetanei occidentali (3).

La bambina curda 

Zehra la pubblica su Twitter e il sorriso disarmante di questa bambina dagli occhi neri neri fa il giro del mondo: ‘Parlo da qui ai bambini dell’ovest. A Nusaybin le scuole sono bruciate, non ci sono più lezioni (…) ma voi continuate a studiare e create un mondo bello. Non dimenticateci mai (…)’. Zehra passerà quasi due anni in varie carceri turche, nonostante l’indignazione internazionale: Banksy disegna per lei su un muro di New York (4).

Banksy, murale per Zehra Doğan a New York 

Non c’è alcun capo d’accusa reale contro Zehra, ma, dopo il fallito golpe del 2016, Erdogan ha imposto lo stato d’emergenza prolungato e la Turchia è di fatto un paese governato da un regime fascista, che, come ogni regime autoritario, considera la libertà artistica e di stampa uno dei peggiori crimini contro il potere. Erdogan che arresta Zehra non è che un Hitler qualunque che condanna l’arte degenerata e chiude la Bauhaus. Non è che il generale Franco che fa fucilare Federico Garcia Lorca. Non è che Stalin quando impone il Realismo socialista come arte di stato e spinge a Majakovskji al suicidio.

L’arresto di Zehra non è isolato. Migliaia di uomini e donne sono epurati dalle università e dalle scuole, mentre giornalisti, deputati e intellettuali vengono arrestati. In carcere, Zehra racconta di poter vedere il cielo solo poche ore al mese: ‘mi sono persa nell’azzurro infinito del cielo. Sono salita su una nuvola per correre verso il mare’. Ma ha una arma potente nella sue mani, la stessa per cui è stata arrestata. La sua arte.

Si ritrova in celle sovraffollate, piene di donne e bambini, spesso, come lei, senza alcuna altra colpa che aver espresso una idea. In cella vivono anche in 50, dove al massimo potrebbero essere in 30. Hanno un solo modo di resistere alla reclusione e alla condizione degradante a cui sono condannate: la sorellanza. Zehra, anni prima, ha fondato la prima agenzia di stampa di sole donne, Jinha, per raccontare la guerra nell’aree di confine fra Turchia, Iraq e Siria, dalla parte delle donne, cioè di chi, proprio malgrado, vive la guerra più atrocemente di chiunque altro, sul proprio corpo. L’agenzia è stata chiusa dal 2016, con la proclamazione dello stato di emergenza, ancora prima dell’arresto di Zehra. Ma in qualche modo, quell’idea sopravvive in carcere.

La mette a disposizione di tutte le sue compagne di cella. Impara a disegnare nell’unico spazio che le resta, accucciata sotto il letto. Quando le tolgono anche i colori e i pennelli, continua con una penna e con quello che trova: caffè, thé, buccia di melograno, altri resti di cibo, anche i capelli. E persino il sangue mestruale, che finalmente torna ad essere elemento di vita, non vergogna pestilenziale da nascondere e di cui provare vergogna e orrore. Dipinge ovunque può, su carta da pacchi, lenzuola, asciugamani, fogli di giornale. Le sue compagne organizzano persino una mostra in carcere, appendendo i dipinti con le mollette sui fili dove si stendono i panni ad asciugare.

Probabilmente, riescono a consegnare le sue opere nascondendole tra le divise da lavare. Zehra e le sue compagne non possono evadere ma fanno evadere la ‘loro’ arte.

Nelle sue opere Zehra racconta il suo strazio e quello delle altre donne, la loro ricerca di libertà attraverso i propri sogni (5),

Leflefoken ramanêmin, Edera dei miei sogni, 2016, acquerello su carta kraft, carcere di Mardin 

il tentativo di stare vicine per proteggersi le une con le altre (6).

Kuş kadinlar, Donne uccello, 2019, carcere di Tarso, penna a sfera su tessuto 

Lo fa negli occhi spalancati delle sue donne, come icone immortali (7).

Ozdinamik, Autodinanica, 2017, penna a sfera, caffè, curcuma, succo di prezzemolo su giornale, carcere di Diyarbakir 

O in quelli serrati, affidati come una richiesta di salvezza alla mano di Fatima (8).

Fatima ‘nin Elin, Mano di Fatima, 2018, thé, caffè, ricamo, penna a sfera su federa, carcere di Diyarbakir 

Racconta nelle sue opere il dramma di un intero popolo e in particolare delle sue donne (9).

Gever, 26 febbraio 2018, carcere di Diyarbakir, penna a sfera, tè su asciugamano 

Un popolo soggiogato da scorpioni velenosi, gli stessi che, nel tweet che l’ha mandata in galera, hanno distrutto Nusaybin. Racconta la presa di Avrin (10),

Efrin, Afrin, 2018, carcere di Diyarbakir, rosa canina, caffè, candeggina, penna a sfera su lembo di gonna 

la morte di Mugdat Ay, morto a 12 anni (11)

Mugdat Ay, ucciso all’età di 12 anni, Nusaybin, 2016-2018, penna a sfera, thé su asciugamano 

e i corpi straziati delle donne curde (12).

Düslerin dansi 2, La danza dei sogni 2, 2017, buccia di melograno, vernice blu clandestina, olio alimentare su carta, carcere di Diyarbakir 

Racconta l’atroce verità dei corpi nudi, privati da ogni compiacente e conturbante sensualità (13).

Zincirleri Kirmak, Rompendo le catene, 2018, matita, tintura di iodio su carta, carcere di Tarso 

Sono i corpi veri delle donne, non l’oggetto del desiderio degli uomini. Sono sangue del proprio sangue (14), dolore del proprio dolore, sogni dei propri sogni. Sono corpi che soltanto una donna poteva dipingere così.

Kanlı Bir Gün 2, Giorno di sangue 2, 2018, sangue mestruale, succo di rucola, matita su carta, carcere di Diyarbakir 

Nel suo linguaggio e nella sua poetica si rincorrono i grandi nomi dell’arte occidentale: dall’esplicito rifermento alla Guernica di Picasso alla volumetria dei corpi di Cezanne fino alle oniriche atmosfere di Odilon Redon e dei surrealisti. Ma su quei fogli e su quelle stoffe c’è anche il sapore dell’arte orientale, la grazia trascendente e eterea dell’arte bizantina (15), la fissità degli sguardi delle icone greche, i colori dell’arte popolare medio-orientale. C’è dentro tutto questo, ma, al tempo stesso, l’arte di Zehra Doğan non è riconducibile a nessuno di questi linguaggi, a nessun artista, a nessuna corrente, a nessuna avanguardia. È essenzialmente lei, con la sua potente capacità espressiva e il dolore delle donne del suo popolo e delle sue compagne di cella, quelle con cui scrive di aver ‘costruito un grande paese di dee’.

Dorşin 

Zehra Doğan ora è libera, vive a Londra, ha esposto alla Tate Modern e finalmente anche in Italia (a Brescia al museo di Santa Giulia, fino al 6 marzo). Lei è libera ma il suo popolo è ancora in catene.

Consideriamolo un dovere quello di raccontare la sua storia, attraverso le sue opere e attraverso quel suo linguaggio universale che denuncia l’oppressione patriarcale in ogni parte del mondo e parla al popolo curdo quanto a qualunque altro popolo oppresso (16). Se avremo giorni migliori, dipenderà anche dalla resistenza di donne come Zehra.

Palestina 

*Eliana Como è una sindacalista Cgil e curatrice di una pagina FB dedicata alle donne pittrici, @chegenerediarte

Post scriptum. A poche centinaia di passi dalla coraggiosa mostra di Zehra Doğan al museo di Santa Giulia, curata da Elettra Stramboulis, Brescia ospita un’altra esposizione, ‘dedicata’ (così dicono i curatori) alle ‘donne nella storia dell’arte’. La mostra ospita soltanto autori maschi. Le donne sono soltanto l’oggetto inerme di quell’arte. Se passate da Brescia, visitare la mostra di Zehra Doğan e consideratela l’unica che celebra l’arte delle donne. Disertate, invece, l’altra mostra, perché, per quanto siano belle le opere di quei pittori, ne dovremmo avere francamente abbastanza di critici, espositori e curatori che fanno finta di ignorare le tantissime donne pittrici che, lungo tutta la storia dell’arte, hanno realizzato opere straordinarie, salvo essere cancellate dalle mostre, dai musei e dai libri. Vittime ingiuste di una rimozione collettiva, che è ora di denunciare e superare.