Come ai tempi del Papeete, il leader leghista ha sopravalutato sé stesso e adottato una strategia perdente. Ma i risultati emiliani hanno poco di «straordinario» e riportano a un bipolarismo peggiore di quello di dieci anni fa

Di Giulio Calella.

A un primo sguardo, confrontando il panorama politico fotografato dai risultati elettorali delle regionali in Calabria ed Emilia Romagna con quello delle politiche del 2018, sembra passata un’era geologica. Come se fossimo entrati nella macchina del tempo per andare direttamente agli anni Zero del duemila saltando a pie’ pari gli anni Dieci appena trascorsi. Per la prima volta dalle elezioni del 2013, ossia dall’esplosione elettorale del movimento grillino, si torna infatti a un sistema politico compiutamente bipolare. Un po’ come quando da un lato c’era Silvio Berlusconi e dall’altro tutti quelli contro Berlusconi. Ma se negli ultimi dieci anni i risultati elettorali hanno mostrato un’estrema volatilità, i mutamenti sedimentati sono molto più profondi e il «sospiro di sollievo» emiliano non cancella nulla delle macerie che inondano l’attuale panorama politico e sociale.

Il Movimento Cinque stelle registra un tracollo di voti senza precedenti nella storia della Repubblica, passando in Emilia dal 27,5% delle politiche del 2018 (700mila voti) al 3,5% del candidato presidente Simone Benini, che non arriva nemmeno a 100mila preferenze. Ancora più impressionante il tracollo calabrese dove il Movimento passa dal 43,4% delle politiche al 7,3% di queste regionali – da 400mila voti a circa 55mila – senza nemmeno riuscire a entrare in Consiglio regionale. Come non mai la scelta è tornata dicotomica: stare con la destra sovranista e razzista di Salvini o contro di lui. 

I risultati delle due regioni sono stati chiari. Il Centrodestra stravince in Calabria con 25 punti percentuali di vantaggio sul candidato di Centrosinistra, che a sua volta vince chiaramente in Emilia Romagna con 8 punti di differenza sulla candidata leghista. La sconfitta politica è senza dubbio di Salvini, che ha sopravvalutato sé stesso come ai tempi del Papeete – e la sua tanto decantata efficacia comunicativa è stata di nuovo sovrastimata dai media. Si è rivelato perdente incentrare tutta la strategia elettorale sull’ultima roccaforte rimasta alla sinistra, annunciando più volte che avrebbe vinto, addirittura stravinto – per poi davanti ai primi exit poll fare marcia indietro e dire che l’importante è partecipare, dimostrare che l’Emilia è «contendibile». Ma con 8 punti percentuali di differenza non contendi granché, e il milione di voti raccolti da Lucia Borgonzoni, a guardar bene, non si distaccano in modo epocale dai risultati del Centrodestra alle regionali del 2005 e del 2010 (rispettivamente 900mila e 850mila voti). 

Il traballante governo Conte, quasi a sua insaputa, si ritrova così con maggiori possibilità di andare avanti, pur non mostrando alcuna vera discontinuità con il governo precedente e avendo meno chiaro che mai su quali contenuti concreti portare avanti la politica di governo. Del resto la coalizione non ne esce in gran forma. I Cinque stelle si ritrovano con centinaia di parlamentari ma senza capo politico ed elettoralmente quasi scomparsi; Matteo Renzi scalpiterà vedendo sfumare il proprio sogno di bipolarismo «tra i due Mattei»; il Partito democratico di Nicola Zingaretti dimostra la propria resilienza, ma ha dovuto delegare tutta la campagna elettorale al movimento delle Sardine ed è costretto a pensare a una propria trasformazione – perché la crisi è tutt’altro che superata e difficilmente può pensare di tenere la scia del voto emiliano. 

Quello che oggi viene definito lo «straordinario successo» della coalizione intorno al candidato Stefano Bonaccini, con circa un milione e 190mila voti, è in termini di consensi assoluti il secondo peggior risultato della storia del Centrosinistra in quella regione. La stessa «straordinaria affluenza alle urne» (67,7% degli aventi diritto) è la seconda più bassa di sempre nelle regionali in Emilia Romagna. Basterebbe poi guardare in Calabria, dove sono andati a votare solo il 44% degli aventi diritto, per capire che di «straordinario» non c’è moltissimo. Solo nelle elezioni regionali emiliane del 2014 andò peggio, quando a votare fu solo il 37,5% e il Centrosinistra vinse con appena 600mila voti, contro il milione e 200mila voti raccolti nelle regionali del 2010 e il milione e 600mila in quelle del 2005. L’Istituto Cattaneo definì le elezioni del 2014 la fotografia del legame sentimentale spezzato tra la sinistra e il suo popolo. Oggi in tanti e tante sono tornati a votare contro Salvini, ma quel legame è tutt’altro che ricostruito. 

Il bipolarismo che ritroviamo oggi è più fragile di quello di 10-15 anni fa, ed è costellato delle macerie politiche accumulate in questi anni. Era difficile per molti immaginarlo ai tempi di Silvio Berlusconi, ma è il rischio insito nella politica del «meno peggio»: al peggio non c’è mai fine. L’attuale leader della destra è peggiore del precedente e l’anti-salvinismo indebolisce l’immaginazione politica del futuro ancor più di quanto aveva fatto l’anti-berlusconismo. Il Centrosinistra prende meno voti di 10-15 anni fa, ha meno legami con strutture sociali e sindacali, e se prima era pungolato da una sinistra radicale interna ed esterna poco efficace, oggi quella sinistra radicale è del tutto ininfluente al suo interno e ridotta a percentuali da prefisso telefonico all’esterno. L’esplosione di piazza del movimento delle Sardine ha rimotivato centinaia di migliaia di persone ad andare a votare contro Salvini in Emilia. Ma è sufficiente guardare il risultato calabrese per comprendere che non basterà.

Tutta la campagna elettorale emiliana è stata incentrata sul mito del «buon governo», con il leader delle Sardine Mattia Santori che si è spinto a dire che «in un paese normale in una Regione come l’Emilia Romagna non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di fare campagna elettorale, sarebbe bastato presentare i fatti», perché «se vinci i campionati mondiali di calcio non cambi l’allenatore». Che tra i fatti compiuti dai «campioni del mondo» ci siano privatizzazioni di servizi sociali, «grandi opere» devastanti per il territorio e il clima, sostegno all’autonomia differenziata leghista, sgombero di esperienze che trasformano spazi abbandonati in beni comuni, controllo repressivo dell’immigrazione e della povertà con la retorica del decoro, non è rilevante. L’idea è sempre quella della miglior amministrazione possibile del realismo capitalista – per dirla con Mark Fisher – ossia la conferma che non esistono alternative allo stato di cose presenti ma solo una sua amministrazione competente e con un consono linguaggio. 

Gli ultimi 12 anni di crisi economica dovrebbero però aver mostrato chiaramente la crisi di consenso delle politiche liberiste in tutto il mondo e una richiesta – seppur spesso confusa – di cambiamento radicale. Negare la possibilità del cambiamento perché l’alternativa è peggiore, violenta, conservatrice e reazionaria può forse bastare in Emilia Romagna, ma altrove ha il fiato corto. Avere paura delle politiche di Salvini è giusto e necessario, ma poi occorre vincere anche la «paura della politica» e trovare il coraggio di proporre e ridare credibilità a una visione alternativa.

Le ipotesi che arrivano da più parti di una rigenerazione dall’interno del Partito democratico, comprensibili su un piano strettamente elettorale di fronte alla ormai cronica assenza di peso politico delle liste alternative, trovano qui tutta la loro debolezza. Per rigenerare la politica «in un paese senza sinistra» occorre un processo profondo non un maquillage o una trovata ad effetto. Servono i movimenti sociali, la partecipazione di massa, le esperienze di conflitto e nuove idee di altri futuri possibili. Il movimento delle Sardine ha colto il bisogno di partecipazione diretta, ma senza una prospettiva di cambiamento concreto puoi riuscire a difendere un fortino, non a conquistare nuovi spazi. Come ci insegna il movimento femminista Non una di Meno e quello ambientalista di Fridays For future, per la nostra stessa sopravvivenza serve un cambiamento radicale del paradigma culturale, ecologico ed economico. La Gran Bretagna di Jeremy Corbyn ha mostrato che per attuare il cambiamento le idee alternative sono necessarie per rimettere in moto le energie, ma da sole anch’esse non sono sufficienti: si deve scavare tra le macerie, sedimentare esperienze di conflitto sociale, di mutualismo, di solidarietà, di nuovo sindacalismo, che rendano credibili perché già in atto esperienze di cambiamento e visioni alternative di società. 

Nel «paese senza sinistra» c’è ancora un lavoro lento da fare così come esplosioni da cogliere e far detonare. Il quadro politico continua a essere instabile. Intanto questa sconfitta di Salvini mostra che abbiamo di fronte avversari tutt’altro che invincibili. 

*Giulio Calella, co-fondatore di Edizioni Alegre, fa parte del desk della redazione di Jacobin Italia.