Abbiamo urgentemente bisogno di una mobilitazione No War negli Stati uniti, ma bisogna imparare dagli errori e dai successi dei movimenti pacifisti del passato e non cadere preda del Partito democratico

Era tanto che negli Stati uniti non nasceva un movimento contro la guerra. E così, quanto il 3 gennaio il generale iraniano Qassem Soleimani è stato assassinato su ordine del Presidente Donald Trump e si è immediatamente prospettata la possibilità di una vera e propria guerra tra gli Stati uniti e l’Iran, ci ha colto impreparati, incapaci di organizzare una pronta risposta.

Mi ha rincuorato vedere, lo scorso weekend, un gran numero di giovani e di membri dei Democratic Socialist of America (Dsa) partecipare alle manifestazioni contro la guerra in Iran in tutto il paese. Anche se ancora modesti per dimensioni, i raduni e le manifestazioni hanno avuto luogo tra settanta e novanta città, andando da una dozzina di persone a cinque o seicento. Alcuni eventi già programmati della campagna elettorale di Bernie Sanders sono stati interrotti così che i membri dei Dsa potessero partecipare.

Malgrado alcuni gruppi contro la guerra – come ad esempio Answer (Act Now to Stop War and End Racism) – si siano affrettati a parlare di un «nuovo movimento», credo che dovremmo essere più cauti nelle nostre analisi. Siamo nelle primissime fasi di una nuova campagna contro la guerra. La maggior parte dei gruppi storici contro la guerra, a livello sia locale che nazionale, come Answer, United for Peace and Justice, e Us Labor Against the War (Unslaw), sono diventati gruppi per lo più virtuali con pochi membri attivi e poche risorse, che per anni non hanno fatto nulla di significativo, o addirittura non si sono più riuniti. Abbiamo bisogno di fare una valutazione politica seria di questi come di altri potenziali alleati.

Più importante ancora, abbiamo bisogno di una discussione di ampio respiro sulle basi politiche di un nuovo movimento contro la guerra che prenda in considerazione sia l’aumento delle diseguaglianze sociali e della radicalizzazione qui negli Usa, sia le lotte per i diritti democratici in Iran e Iraq. Allo stesso tempo Bernie Sanders è stato, fra tutti i candidati presidenziali, il più duro nel contestare la politica guerrafondaia di Trump. Dobbiamo tenere conto che Bernie avrà bisogno dell’appoggio di un movimento di massa contro la guerra costruito da noi.

Se la storia ci insegna qualcosa, il potenziale per dare vita a una nuova campagna di massa contro la guerra verrà principalmente dallo stesso governo degli Stati uniti. Stiamo entrando in un territorio nuovo e pericoloso. Dopo l’omicidio di Soleimani, Trump ha minacciato di colpire cinquantadue siti iraniani, uno per ogni americano tenuto ostaggio dal 1979 al 1980, molti dei quali di interesse culturale – una cosa considerata crimine di guerra dalle leggi internazionali. In seguito ha ritrattato. L’Iran ha risposto con attacchi missilistici su due basi statunitensi, senza fare vittime. Gli Stati uniti hanno scelto di non rispondere militarmente agli attacchi ma di imporre sanzioni economiche più dure.

Il fatto che gli Stati uniti abbiano parlato di pace non dovrebbe indurci a un falso senso di sicurezza. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi dovremo essere pronti a tutto.

Di cosa è fatto un movimento di massa contro la guerra?

Molti attivisti contro la guerra sperano di poter «fermare la prossima guerra prima che cominci», ma la storia ci insegna che un’eventualità del genere è molto rara. Per esempio, il fallimento più grande della vecchia Seconda internazionale è rappresentato proprio dalla Prima guerra mondiale. Malgrado avessero promesso di opporsi alla guerra tra le grandi potenze europee, i partiti di massa socialdemocratici, socialisti e comunisti di Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e della Russia zarista, oltre che dell’Impero austro-ungarico, abbandonarono i loro compagni e giurarono fedeltà ai loro governi invasati dal fervore patriottico. Uniche eccezioni tra le nazioni belligeranti furono il Partito socialista americano e i Bolscevichi.

Ci vollero due anni di guerra di trincea sanguinosa e al limite del genocidio prima che nascessero delle forme di protesta popolare contro la guerra. E la guerra finì solo grazie alle rivoluzioni della classe lavoratrice russa e tedesca, unite alle rivolte in tutta Europa.

Negli Stati uniti, il movimento contro la guerra più importante del Ventesimo secolo è stato quello contro la guerra del Vietnam. Prima, gli Stati uniti erano usciti dal carnaio della Seconda guerra mondiale come la nazione capitalista più forte del mondo, virtualmente illesa se messa a confronto con la distruzione toccata alle altre nazioni belligeranti, e subito dopo avevano imposto il loro dominio economico e politico su gran parte del mondo. L’Unione sovietica, molto più debole, dominava un’assai più piccola «sfera di influenza», composta soprattutto dall’Europa dell’est.

Questa Pax Americana non rimase mai senza sfidanti. Gli Stati uniti combatterono contro la Repubblica popolare cinese di Mao Zedong nell’impopolare guerra di Corea fino a una situazione di stallo, oltre a essere più volte frustrati da continui fallimenti nel tentativo di distruggere la Rivoluzione cubana. Ma la più grande sconfitta militare mai subita dagli Stati uniti è stata la guerra del Vietnam.

Prima del Vietnam, il movimento contro la guerra (o meglio, l’attivismo pacifista) si limitava a una piccola frangia di radicali e religiosi pacifisti e obiettori di coscienza. In molti casi, queste piccole correnti si sovrapposero e fornirono i primi quadri politici ai movimenti per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Come sostengo nel mio libro, Vietnam: The Last War the U.S. Lost, a trasformare questo movimento marginale in un movimento di massa radicale con milioni di persone è stata la combinazione di tre fattori politici: il Black Freedom Movement negli Stati uniti, la lotta vietnamita per la liberazione nazionale, e il collasso dell’esercito americano. Questo ecosistema politico produsse il più grande movimento di massa nella storia degli Stati uniti e fu un fattore decisivo per far ritirare gli Usa dal Vietnam.

La classe dirigente statunitense imparò numerose lezioni dalla sconfitta in Vietnam. Comprendendo l’importanza di un vasto consenso nell’opinione pubblica, abolì la leva, abbassò l’età minima per il voto a diciott’anni, e imparò a evitare i «pantani» e ad avere più controllo sui media per plasmare l’opinione pubblica e motivare le proprie mire belliche.

Questi obiettivi sono stati ampiamente raggiunti durante il più grande scontro militare statunitense dopo il Vietnam, cioè la prima guerra del Golfo. Dopo l’invasione del Kuwait da parte del leader iracheno Saddam Hussein nell’agosto del 1990, gli Stati uniti mandarono più di mezzo milione di truppe in Arabia Saudita e fecero piovere distruzione sull’Iraq, riducendo una nazione moderna a un ammasso di macerie. Gli Stati uniti limitarono i loro obiettivi bellici all’espulsione di Saddam dal Kuwait, distruggendo la maggior parte del suo esercito e occupando temporaneamente l’Iraq meridionale. La guerra fu considerata un grande successo e si pensò di aver spezzato finalmente la «sindrome del Vietnam» che impediva agli Stati uniti di utilizzare all’estero truppe di terra statunitensi su larga scala.

È importante ricordare che la prima guerra del Golfo conobbe un’opposizione che anticipò alcune delle difficoltà che gli Stati uniti avrebbero incontrato durante le guerra in Iraq. Il movimento contro la guerra, anche se di breve durata, rese popolare lo slogan «Niente sangue per il petrolio!» e diede vita ad alcune spettacolari manifestazioni. Partecipai a una manifestazione a San Francisco in cui più di centomila persone marciarono contro la guerra. Ci fu un vitale movimento studentesco contro lo scontro bellico. Il famoso saggio di Alex Molnar, If My Marine Son is Killed, preannunciò l’opposizione alla seconda guerra in Iraq di molte familiari di militari.

Negli anni che seguirono la prima guerra del Golfo decine di migliaia di truppe statunitensi manifestarono una sindrome specifica. Inoltre, la storia si è dimostrata assai ingenerosa con George H. W. Bush, che, nonostante avesse il novanta percento di approvazione nei sondaggi nelle settimane seguenti la sua asimmetrica vittoria contro Saddam Hussein, fu comunque sconfitto da Bill Clinton nelle elezioni presidenziali del 1992. Bush fu il primo presidente a vincere una guerra e a perdere le elezioni. La sua vittoria fu scalfita dall’impatto economico della recessione durante i suoi ultimi anni di presidenza, di cui sembrava essersi dimenticato, assieme alle crescenti preoccupazioni relative a diseguaglianze, sicurezza del posto di lavoro, assistenza sanitaria e violenza poliziesca.

Il movimento contro la guerra in Iraq

La seconda guerra del Golfo, anche detta guerra in Iraq, viene di solito fatta risalire all’11 settembre 2001. Gli attacchi terroristici a New York e a Washington, Dc traumatizzarono gli statunitensi e gettarono le basi sia dell’invasione dell’Afghanistan sia dell’approvazione del repressivo Patriot Act. Inoltre, gli attacchi dell’11 settembre diedero al movimento neocon un evento a làPearl Harbor in grado di convincere l’opinione pubblica ad appoggiare il nuovo progetto imperialista in Medio Oriente. O almeno così si pensava.

L’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan (ormai vecchia di quasi due decenni) è stata il trampolino di lancio per l’invasione dell’Iraq, seguita da una serie di veloci e decisive guerre di cambio di regime, tra le quali la conquista dell’Iran sarebbe stato il gioiello della corona. È impossibile riassumere qui tutta la guerra, se non per dire che questa hybris si infranse molto velocemente nei mesi che seguirono l’invasione statunitense del marzo 2003.

Il movimento contro la guerra che sorse dopo l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre del 2001 era piccolo e confinato soprattutto all’estrema sinistra e a molti gruppi pacifisti con l’eccezione del Nyc Labor Against the War (Nyclaw), fondato subito dopo gli attacchi dell’11 settembre. Il Nyclaw fu un modello per l’organizzazione di comitati di lavoratori contro la guerra in tutto il paese subito prima l’invasione statunitense dell’Iraq. 

Il movimento contro la guerra in Iraq emerse dal trauma degli attacchi dell’11 settembre, ma fu anche plasmato dai precedenti venticinque anni di distruzione della sinistra, dalla decimazione dei sindacati, e dalla marginalizzazione della maggior parte dei movimenti sociali. Le manifestazioni più grandi contro la guerra ebbero luogo prima dell’invasione statunitense dell’Iraq, non dopo.

Alcuni degli elementi politici che all’epoca del Vietnam diedero vita a un movimento di massa contro la guerra riapparvero, ma non maturarono completamente. E così, per esempio, la resistenza irachena spaccò l’esercito statunitense e produsse un piccolo ma importante milieu di soldati contrari alla guerra. La distruzione operata dagli Stati uniti impressionò il popolo americano assieme ai costi della guerra e dell’occupazione che crescevano a dismisura.

Uno degli sviluppi politici più importanti fu l’opposizione sindacale alla guerra. L’Afl-Cio [American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations, la più grande centrale sindacale degli Stati uniti, ndt] invocò un «ritiro rapido» dall’Iraq nel 2005, cosa che non aveva mai fatto durante la guerra del Vietnam.

Ma i principali problemi che afflissero il movimento contro la guerra in Iraq erano soprattutto politici. Il movimento, se si può chiamarlo tale, era dominato da una vecchia generazione di radicali le cui aspettative politiche erano tramontate durante gli anni Settanta e Ottanta; molti di loro erano passati al «politicamente corretto», finendo per avvicinarsi al Partito democratico. Nel suo saggio fondamentale, Whatever Happened to the Anti-War Movement?, il vecchio Alexander Cockburn scrisse:

Anche se la guerra in Iraq è un’impresa bipartisan, anche se i Democratici al Congresso hanno votato per anni i finanziamenti che servivano a Bush per continuare la guerra, il movimento contro la guerra mainstream, così com’è rappresentato dalla coalizione United for Peace and Justice (Ufpj), è preda del Partito democratico.

Il fatto che il movimento contro la guerra fosse succube dell’altro partito a favore della guerra soffocò l’opposizione alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Non divenne mai un movimento di massa vibrante come in certi momenti era sembrato che potesse essere, e la working class statunitense e le vittime dell’imperialismo statunitense ne hanno pagato il prezzo. Oggi viviamo con quell’eredità. L’elezione di Barack Obama nel 2008 ha ucciso ciò che rimaneva del movimento contro la guerra in Iraq, un movimento che però vacillava già da parecchio tempo.

Durante la sua presidenza, Obama ha ritirato il grosso delle truppe di terra statunitensi dall’Iraq, promettendo di mettere fine alla guerra in Aghanistan (cosa che non ha fatto), e ha modificato la strategia militare aumentando l’impiego di forze speciali e droni. L’attivismo popolare contro la guerra è scomparso, lasciando uno spazio occupato da un piccolo gruppo di pacifisti convinti e attivisti di lungo corso (e più vecchi). Inoltre, dato inquietante, piccoli gruppetti di paleo-stalinisti hanno preso il controllo di ciò che rimaneva dei gruppi contro la guerra in molte città, e li hanno trasformati per lo più in piattaforme politiche di dubbia validità, fino al supporto a un assassino di massa come il leader siriano Bashar al-Assad.

Il prossimo movimento contro la guerra

Siamo in un momento di grave pericolo. Eppure c’è anche tanto potenziale. Il 3 gennaio 2020 il magazine Foreign Policy ha scritto:

In maggioranza, il pubblico Usa non crede che gli interessi statunitensi giustifichino una guerra contro l’Iran. Solo un quinto circa di quelli che hanno risposto [al sondaggio] sostiene che la loro nazione «dovrebbe prepararsi a entrare in guerra» per raggiungere i propri obiettivi con l’Iran, mentre i tre quarti sostengono che gli obiettivi statunitensi non giustifichino la guerra. Tra i Repubblicani, solo il 34 percento sostiene che la guerra dovrebbe essere un’opzione da mettere sul piatto per proteggere gli interessi statunitensi.

Tuttavia se dovesse scoppiare un conflitto armato l’opinione pubblica potrebbe cambiare rapidamente idea, e non dimentichiamoci del pozzo profondo dal quale Trump può attingere. Gli Stati uniti hanno demonizzato l’Iran per quarant’anni. Come giovane socialista dei tardi anni Settanta, ricordo sia l’enorme impatto che ebbe la rivoluzione iraniana sulla politica mondiale, sia l’orribile razzismo e il fanatismo bigotto che la lunga crisi degli ostaggi iniziata nel 1979 riuscì a riaccendere. Prima dell’11 settembre, il 1979-80 fu l’annata politica peggiore della mia vita.

Anche a sinistra abbiamo un pozzo profondo di attivismo contro la guerra a cui attingere, insieme all’amara eredità lasciata dalle guerre statunitensi post-11 settembre alla working class americana – che o ha combattuto ed è morta in queste guerre, spesso rimanendo disabile per le ferite e le malattie riportate – o ha pagato il prezzo di un budget militare che ammonta a mille miliardi di dollari all’anno. Un recente sondaggio del Pew Research Centerrivela che:

Tra i veterani, il 64 percento sostiene che non è valso la pena combattere la guerra in Iraq, al netto di un bilancio costi-benefici per gli Stati uniti, mentre il 33 percento la sostiene. L’opinione pubblica generale si assesta su percentuali simili: il 62 percento degli americani sostiene che non è valsa la pena andare in Iraq, il 32 percento sostiene di sì. Ugualmente, la maggioranza sia dei veterani (il 58 percento) che dell’opinione pubblica (il 59 percento) sostiene che la guerra in Afghanistan non sia stato un buon affare. Circa quattro su dieci o anche meno ritengono il contrario. I veterani che hanno servito in Iraq o in Afghanistan non supportano questi conflitti più di quanto non lo facciano coloro che non vi hanno combattuto. E le opinioni non cambiano in base al rango o all’esperienza in combattimento.

Questa veloce rassegna dei vecchi movimenti statunitensi contro la guerra ci mostra che possiamo costruire e in effetti abbiamo costruito movimenti di massa contro le aggressioni imperialiste statunitensi, ma che il loro successo dipende da molti fattori, incluso il non cadere preda del Partito democratico. Dobbiamo vigilare. I prossimi mesi ci diranno se gli Stati uniti saranno di nuovo in guerra.

*L’ultimo libro di Joe Allen è The Package King: A Rank and File History of United Parcel Service. Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Gaia Benzi.