Come già avevo scritto in occasione delle elezioni europee, la penisola iberica, insieme ai paesi scandinavi, si conferma come la zona d’Europa relativamente più a sinistra, con la peculiarità della sostanziale inesistenza (perlomeno in Portogallo) dell’estrema destra. In tempi come questi, direbbe qualcuno, non è poco. E questi risultati arrivano dopo 4 anni di governo socialista, con l’appoggio esterno (critico e a volte MOLTO critico) del terzo partito portoghese, il Bloco de Esquerda (Blocco di Sinistra, in cui militano, con un ruolo dirigente, anche i compagni della sezione portoghese della Quarta Internazionale) e del Partito Comunista Portoghese. Ma vediamo i dati, forniti dal Ministero degli affari interni (che si riferiscono agli elettori che hanno votato in Portogallo, escludendo i residenti all’estero). Innanzitutto l’affluenza alle urne, in calo di oltre due punti rispetto a 4 anni fa (dal 56,9 del 2015 al 54,5 di oggi). Ma sono dati molto simili a quelli degli ultimi 20 anni: in nessuna delle ultime elezioni si è recato alle urne un numero molto più elevato (di solito tra il 55 e il 60% degli aventi diritto). Cominciamo dagli sconfitti, cioè i partiti della destra tradizionale. Il principale partito di destra è, nonostante il nome, il Partito Socialdemocratico (in realtà un partito liberal-conservatore), che ottiene poco più di 1,4 milioni di voti (pari al 27,9%). Il suo ex alleato, il Centro Democratico Sociale (democristiani) si ferma a 215 mila voti (4,2%). In totale 1,6 milioni di voti e 32,2%. Se pensiamo che nel 2015 questi due partiti, alleati in una coalizione, avevano ottenuto 2,1 milioni di voti (38,8%) piazzandosi al primo posto, pur non potendo parlare di un crollo, si può ben dire che siamo davanti ad un vistoso arretramento. Se poi facciamo riferimento alle elezioni del 2011, quando, divisi, avevano superato il 50% dei voti (2,8 milioni) e avevano formato il governo “dell’austerità e della troika”, possiamo davvero parlare di crollo complessivo: se 8 anni fa un portoghese su due (tra i votanti, ovvio) aveva creduto in loro, oggi nemmeno uno su tre è disposto al massacro sociale preconizzato dalle politiche della destra conservatrice. Anche sommando a questi due partiti gli altri partitini di centro-destra, e comprendendo pure la minuscola estrema destra, si arriva a meno di 1,9 milioni di voti (poco oltre il 37%), il che fa della destra portoghese la più debole d’Europa. Nel 2015 l’insieme della destra aveva superato i 2,2 milioni di voti (oltre il 42%). Il che, ovviamente, significa che la sinistra, da quella più moderata a quella più “radicale”, supera oggi il 60% dei voti. Nell’ambito della sinistra il vero vincitore appare il Partito Socialista, un partito riformista più o meno “classico” che vede premiata la “svoltina” a sinistra del 2015, quando il suo leader, Costa, fu più o meno costretto ad accettare di formare un governo con l’appoggio esterno della sinistra “radicale” (ciò che non è accaduto in Spagna in questi ultimi mesi, nonostante Sanchez abbia spesso fatto riferimento, almeno a parole, all’esperienza portoghese). Il PS aumenta in valore assoluto, da 1.742 mila voti (32,4%) a 1.866 mila (36,7%) di oggi, diventando di nuovo, dopo varie elezioni, il primo partito portoghese in termini elettorali. Un po’ meno bene vanno le cose per i due “alleati” recalcitranti dei socialisti. I compagni del Bloco tutto sommato “tengono”, passando dai 550 mila voti (10,2%) di 5 anni fa ai 492 mila (9,7%) di oggi, confermandosi terza forza politica portoghese (il che era una novità scaturita dalle urne di 4 anni fa). Chi paga il prezzo più alto (pur non potendo neanche qui parlare di crollo) è il PCP (o meglio la CDU, alleanza tra PCP e Verdi), che passa dai 445 mila voti (8,2%) del 2015 ai 329 mila (6,5%) di oggi. Se pensiamo che storicamente il PCP, fin dai tempi di Alvaro Cunhal, era il terzo partito (tra il 10 e il 12% dei voti) lusitano, non possiamo non constatare la lenta erosione dei consensi ad un partito che unisce spesso settarismo (quasi alla greca), venato di nazionalismo, e opportunismo. Viene in mente, mutatis mutandis, l’analogo processo di progressivo indebolimento del PCF. Tra l’altro, dando qua e là un’occhiata ai risultati per zona, sembra che il PCP si indebolisca maggiormente proprio nelle sue roccheforti (come l’Alentejo). Gli altri partiti di sinistra (dai maoisti ai “trotskisti ortodossi”, passando per i “laburisti” e altre formazioni minori), ottengono un po’ meno di 150 mila voti (circa il 3%), rispetto ai 120 mila (2,4%) di 4 anni fa. L’unico, in quest’area minoritaria e composita, ad arretrare vistosamente è il maoista PCTP-MRPP, che aveva sempre avuto una presenza non insignificante. Un discorso a parte merita il partito “animalista” ed ecologista, il PAN, che passa dai 75 mila voti (1,4%) del 2015 ai 167 mila (3,3%) di oggi: è molto probabile che il PAN si sia avvantaggiato, un po’ come quasi tutti i partiti “verdi” in Europa, della ripresa delle mobilitazioni ecologiste degli ultimi mesi. In termini di seggi (nel momento in cui scriviamo mancano i 4 seggi da eleggere all’estero) il PS non potrà governare da solo, anche se passa da 85 a 106 (ne servono 116). I compagni del Bloco confermano i loro 19 seggi (ma ne avevano solo 8 nel 2011), mentre il PCP ne perde 5 (da 17 a 12). La destra subisce un’emorragia di 20 seggi (da 104 a 84), di cui appunto hanno approfittato socialisti ed ecologisti-animalisti. In definitiva, anche se la sinistra “radicale” paga un certo scotto (nonostante sia all’origine delle scelte più popolari del governo di Costa, come l’aumento del salario minimo e delle pensioni) al rafforzamento socialista (il che porterà sicuramente a qualche riflessione autocritica, soprattutto nel PCP), il vento tiepido che spira dall’Atlantico rende un pochino meno freddo il clima europeo, contrastando i gelidi venti “orientali” (come se climatologia e politica volessero mettersi d’accordo).

FG

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