Mezzo secolo! Più o meno la stessa distanza tra quei giorni d’un autunno che non sapeva sarebbe stato così caldo e la rivoluzione d’Ottobre; quasi il triplo degli anni che aveva allora il ragazzino intimidito che, attraversando il pesante portone di legno massiccio del Liceo Scientifico “A. Calini”, in via Trento, a Brescia, usciva simbolicamente da una preadolescenza segnata dalla sua appartenenza di classe, dal suo quartiere di periferia, dal comodo abbraccio rassicurante di genitori, amici, compagni di classe. Già, perché, della sua classe, la Terza E della Scuola Media “J.F. Kennedy” (sezione staccata del Violino, dentro l’oratorio) era stato l’unico ad andare al liceo. Gli altri, figli come lui di operai (molti dell’Ideal Standard, altri dell’OM) o al massimo di una piccolissima borghesia, avevano, nel migliore dei casi, optato per i “tecnici” o i professionali. E non pochi avevano “scelto” di andare direttamente a lavorare. E dei 28 studenti della Prima H, erano in due ad essere figli di operai. Lo sentiva distintamente, questo fatto: essere figlio d’un operaio, per di più comunista. Lo si vedeva dai vestiti, dalla disinvoltura con cui gli altri si rivolgevano agli insegnanti, dal loro italiano così diverso dal suo, dai motorini con cui venivano a scuola, dal fatto che approfittavano della ricreazione per andare ogni giorno a comprarsi le brioches alla panetteria vicino al semaforo di Piazzale Cesare Battisti. Non che se ne vergognasse, anzi! Si sentiva quasi investito d’una missione superiore. Anche perché i suoi glielo avevano detto più volte, dei “sacrifici” che facevano per farlo studiare al liceo (e c’era quasi un rispetto reverenziale quando pronunciavano questa parola), sapendo che poi avrebbe DOVUTO fare l’Università (“che se studi e ti metti la cravatta vedrai che ti rispettano, mica come noi col “pierot”), e che per un figlio di operai, e per di più comunisti, era un vero e proprio onore, una promessa di impegno totale e senza incrinature. E a 14 anni è facile confondersi, scambiare per superiorità quella che è solo estraneità: un vero e proprio inviato speciale, in nome della classe operaia e del comunismo, in “territorio nemico”. E con la borsa di studio da 150 mila lire annue, ché ci si era pure comprato il motorino da cross! Ma quello che lo rendeva ancor più nervoso ed eccitato era che sarebbe entrato nel movimento studentesco e nella Federazione Giovanile Comunista, come aveva promesso a se stesso e a Dino Greco, il figlio della famosa deputata del PCI Dolores Abbiati (nella cui casa la madre lavorava come donna delle pulizie). Perché, anche se aveva solo 14 anni, si sentiva comunista da sempre, fin da quando, ancora un bimbetto, andava con suo padre, partigiano, alle manifestazioni del 25 aprile e del Primo Maggio, col garofano rosso all’occhiello, o all’Arci di Roncadelle, dove gli sembrava che tutti parlassero di politica. Aveva già rotto il ghiaccio, il 25 dicembre del ’68, partecipando da solo, senza i “vecchi”, alla veglia per il Vietnam organizzata dalle sezioni PCI e PSIUP della Badia e del Violino. Aveva ascoltato per la prima volta “Hasta Siempre, Comandante!“, suonata alla chitarra da un compagno dello PSIUP, davanti al fuoco acceso durante la veglia notturna. Ed era carico, da allora, di una voglia irresistibile di battersi per cambiare il mondo, in nome di Che Guevara e del Vietnam, della Cina e dell’URSS, di Marx e di Lenin. E, oggi probabilmente se ne vergogna, anche…..ebbene sì, anche di Stalin. Perché, diciamocela tutta, non è che ci capisse molto di comunismo, di lotta di classe, di rivoluzione. Tutto era bianco o nero: da una parte i “nostri”, quelli che avevano la falce e il martello, e dalla parte opposta gli “altri”, quelli che torturavano i vietcong (come aveva visto in un documentario proiettato due anni prima alla Casa del Popolo vicino all’Ideal Standard), quelli che avevano torturato i partigiani, quelli che sfruttavano la gente come suo padre, quelli che dicevano messa e quelli che ci andavano tutte le domeniche ad ascoltarla, ecc. ecc. Insomma, i buoni e i cattivi senza troppe sfumature. Ma non crediate che fosse una cosa strana, che riguardasse solo lui. La politica si respirava ovunque, in quello scorcio di anni Sessanta. A scuola, in seconda media, si litigava continuamente tra i “figli di comunisti” (di solito operai) e gli altri, “figli di democristiani” (di solito impiegati), parlando di Vietnam piuttosto che di Cecoslovacchia. Ricordava perfettamente (pare incredibile al giorno d’oggi) Paolo, figlio di democristiani, criticare De Gaulle per il suo discorso in Canada concluso con “Vive le Quebec libre!” Ed avevano solo 12 anni!

Così, quella mattina di 50 anni fa, si precipitò con eccitazione e grande curiosità alla sua prima assemblea studentesca, nel cortile situato nel retro del “Calini”, pieno all’inverosimile di centinaia di studenti. Ed ascoltò stupito, perché non ci capiva molto, le voci dei vari oratori, non tutti “comunisti” né di sinistra. Applaudiva convinto quelli che sembravano più “duri”. Scoprì che c’erano comunisti più comunisti di quelli che conosceva lui (che erano tutti del PCI, che lui credeva fossero gli unici) e cominciò ad avere dei dubbi su quella che fino a poco prima gli era sembrata una scelta naturale: l’iscrizione alla FGCI. Gli piacevano soprattutto quei “maoisti”, quelli che avevano il distintivo col faccione di Mao e il famoso “libretto rosso”. Erano belli, e sembravano i più duri. Pochi giorni dopo un’altra assemblea, con la partecipazione di alcuni operai: il migliaio di studenti assiepati ascoltava in silenzio. Si pendeva dalle loro labbra, anche i compagni di classe “borghesi”. Era la “mitica” (per loro, non certo per lui che ci era cresciuto dentro) classe operaia, quella con la tuta blu, quella che faceva gli scioperi, che si scontrava con la Celere, che stava parlando. E parlava dell’unità tra operai e studenti, di contratti, di riforme di struttura (non di rivoluzione, ahimè), dei prossimi scioperi e delle manifestazioni che avrebbero dovuto organizzare tutti insieme. E il primo sciopero fu anche il suo “battesimo del fuoco”. Il primo picchetto, davanti al cancello secondario del Calini, quello di via Apollonio. Un cordone, stretti gli uni agli altri, a braccetto. Davanti i fascisti, per lui sconosciuti (li conoscerà a poco a poco, i Kim Borromeo, i Riziero, i Busseni, i figli della borghesia accanto ai sottoproletari prezzolati). Accanto a lui un compagno, Italo Bigioli, dell’IPC. Che gli si accascia al fianco, colpito allo stomaco da un calcio sferrato da uno che sembrava esperto di arti marziali. E sviene. E lui, tremante di paura e di rabbia, che urla e si lancia con tutti gli altri (ed erano tanti, ben più dei fascisti) addosso agli aggressori, che si dileguano rapidamente, protetti dagli sbirri della “squadra politica” della Questura (l’antenata della Digos). Una vittoria? Forse, ma non certo per Italo, ricoverato all’ospedale. Ma era solo l’inizio. Mezz’ora dopo sarebbero stati in migliaia, gli studenti, a sfilare assieme a migliaia di tute blu. L’autunno caldo era iniziato, come un torrente in piena pronto a straripare e a travolgere tutti gli argini del perbenismo, della conservazione, della rassegnazione. E il ragazzino 14enne si sentiva finalmente parte attiva di quel grande movimento, compagno tra compagni, convinto che avrebbero cambiato il mondo in un attimo, o poco più. E urlava con gioia “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi!” Grida di un autunno che hanno fatto di tutto per cancellare, per far dimenticare, a suon di bombe, di manganelli e di televisione. E ci sono in gran parte riusciti, tra gli andati, i rassegnati, i soddisfatti. E gli sconfitti. Ma il ragazzino di allora ancora canta, con Guccini, “scusate, non mi adeguo a questa schiera, morrò pecora nera”.

Flavio Guidi

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