Il passaggio all’opposizione della corrente che sarà chiamata “Sinistra Critica”, sia a livello nazionale che bresciano, avviene in modo più o meno lento, e talvolta con tentennamenti (cosa che ci valse aspri rimproveri da parte delle altre due correnti dell’opposizione di sinistra, Progetto Comunista e Falce e Martello, da sempre schierate contro Bertinotti). In effetti la nostra corrente si era abituata, negli anni della “svolta a sinistra”, ad una collaborazione (pur sempre “critica”) con la maggioranza che guidava il PRC, nella nostra provincia come nel resto d’Italia. Oltretutto ciò aveva portato un certo numero di nostri compagni (come Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo, capogruppo al Senato, o Rocco Papandrea, operaio Fiat Mirafiori, consigliere regionale in Piemonte) a incarichi non irrilevanti nelle istituzioni borghesi, il che rendeva ancor più complicato il passaggio pubblico all’opposizione (col rischio di violare la disciplina di partito). Inoltre, come già ho sottolineato nell’articolo precedente, l’appoggio critico a Bertinotti nel periodo 1998-2003 aveva attirato attorno al “nucleo duro” di provenienza LCR un numero relativamente ampio di compagni provenienti da altre esperienze (ex PCI, ex DP “doc”, ecc.) o, spesso, che non avevano altra esperienza di militanza al di fuori del PRC (com’era il caso dei Giovani Comunisti, che a Brescia erano in maggioranza legati alla nostra corrente). Si trattava, insomma, di un’area tutt’altro che omogenea. Si aggiunga il fatto che lo “sfarinamento” della corrente (iniziato per altro già prima del ’98 e aggravatosi durante il periodo di collaborazione con la maggioranza bertinottiana) era piuttosto accentuato. Le riunioni di corrente erano ormai praticamente cessate: ci si era abituati ad essere la “voce critica” di Bertinotti, in un certo senso (come sostenevano le correnti “trotskiste ortodosse”) la sua “copertura a sinistra”. E la nuova situazione ci poneva di fronte a nuovi compiti, se volevamo impedire la trasformazione del PRC nella “costola di sinistra” dell’Ulivo (che ormai si chiamava “Unione”). D’altra parte, come ho già avuto modo di ribadire, noi puntavamo alla costruzione “leale” del PRC, non ad un tipico lavoro “entrista”. Chiarisco per i (pochi) lettori digiuni di “trotskismo”. La tattica entrista consisteva nell’entrare (più o meno clandestinamente a seconda delle condizioni dei singoli paesi) nel principale partito operaio riformista (in Italia il PCI, in Gran Bretagna il Partito Laburista, per esempio) cercando di aggregare rapidamente le componenti più radicali in un’ala sinistra, per poi rompere ed uscire dal partito, dando vita ad un partito rivoluzionario più ampio. Non era questo il caso del PRC: con tutti i suoi limiti, il PRC aveva le potenzialità, a nostro avviso, di evolversi, rompendo con le tradizioni riformiste del PCI togliattian-berlingueriano, e nostro dovere era accompagnare lealmente questa possibile evoluzione a sinistra della maggioranza dei militanti. La svolta a sinistra della fine degli anni ’90 sembrava dar ragione a questo nostro approccio. La doccia fredda della contro-svolta del 2003-2004 ci costringeva a prendere atto di quanto illusoria fosse stata la nostra posizione. Nel frattempo Bertinotti si muove con rapidità, e a 360 gradi, per consolidare la svolta: partecipazione alle primarie dell’Unione (dove però sarà battuto da Prodi, fermandosi al 15% dei voti), definizione di un programma comune estremamente moderato col centro-sinistra, interviste, revisione a tutto campo di molti aspetti della “tradizione comunista”, ecc. Come ebbe a dire lo stesso Prodi, si stava abbandonando (senza dirlo apertamente) il comunismo per dar vita a un partito riformista in seno all’Unione. E il congresso di Venezia (marzo 2005) vede uno scontro senza precedenti tra la maggioranza (un po’ risicata) bertinottiana e le altre 4 correnti (tra cui le tre dell’opposizione di sinistra, che raccolgono insieme circa il 15% dei voti). Bertinotti ne esce vincitore con il 56% dei voti, mentre la nostra corrente ottiene meno del 7%. Ma a Brescia otteniamo circa il 30% dei voti (praticamente assenti le altre due correnti della sinistra interna), a conferma della forza relativa raggiunta da Sinistra Critica nel PRC bresciano. L’asprezza del dibattito era dovuta anche alle accuse alla maggioranza, fatte delle 4 correnti di opposizione, di aver “gonfiato” il numero di iscritti in vista del congresso (un incremento improvviso di quasi il 20%, che riporterà il PRC vicino alla soglia dei 100 mila iscritti). Nonostante queste tensioni, le minoranze interne, a cominciare dalla nostra, decidono di riconoscere i risultati del congresso e di restare nel partito per continuare lealmente la battaglia tesa a “raddrizzare la situazione”. La maggioranza decide comunque di marciare a tappe forzate verso l’Unione, il cui programma viene steso, nonostante il PRC (ma anche il PdCI e i Verdi) ne siano tutt’altro che entusiasti, sulle linee indicate dal candidato del centro-sinistra, il solito Romano Prodi. E nel febbraio 2006, in vista delle elezioni di aprile, il PRC, nonostante i mal di pancia, firma il programma di governo dell’Unione. Le elezioni (tenute col nuovo sistema del cosiddetto “porcellum”) vengono vinte dal centro-sinistra per un soffio, ma per il PRC (presente per la prima volta all’interno delle liste di centro-sinistra) vanno piuttosto bene, soprattutto al Senato (7,4%, oltre 2,2 milioni di voti, mentre alla Camera non si arriva al 6%). Il PRC elegge ben 68 parlamentari (la cifra più alta della sua storia), tra i quali Franco Turigliatto (al Senato) e Salvatore Cannavò (alla Camera), dirigenti della nostra corrente. Questo relativo successo sembra dar ragione, per lo meno elettoralmente, alle scelte di Bertinotti, anche se il fatto che l’Unione abbia vinto solo per 24 mila voti contro la destra rende la situazione alquanto incerta. E, come al solito, il PRC diventa decisivo, al Senato, per permettere la sopravvivenza del governo Prodi (mentre alla Camera il premio di maggioranza garantisce la famigerata “governabilità”). In provincia di Brescia il PRC ottiene oltre 37 mila voti (4,8%), ed in città, per la prima volta dalla nascita del partito, si supera (seppur di poco) la percentuale nazionale (oltre il 6% e quasi 8 mila voti alla Camera). Inizia quindi la prima esperienza governativa del PRC (con un ministro, Paolo Ferrero, un viceministro, Patrizia Sentinelli, ed alcuni sottosegretari) che porterà, per dirla in maniera colorita, “dalle stelle alle stalle” il partito in un paio d’anni di disastrosa collaborazione con le sciagurate politiche del II governo Prodi. Sinistra Critica, nonostante l’aperto dissenso, decide di restare nel PRC, diversamente dai compagni di Progetto Comunista, usciti tra aprile (il futuro Partito d’Azione Comunista) e giugno (il futuro Partito Comunista dei Lavoratori). La speranza, che si rivelerà poco fondata, è che l’esperienza fallimentare della collaborazione governativa porti, in tempi più o meno rapidi, ad un “rinsavimento” del grosso del PRC e alla rinuncia alle illusioni di poter condizionare da sinistra un governo che ha ben chiara la direzione in cui marciare: la pura e semplice gestione del capitalismo italiano.

(continua)

Flavio Guidi

Annunci