Ovvero, dell’arroganza insopportabile dei riformisti a tutte le latitudini.

La prima giornata inizia con il lungo discorso di Pedro Sánchez. Deve convincere quelli di Podemos e magari anche gli indipendentisti catalani e baschi a dargli il loro voto per governare. Ma sin dall’inizio, il discorso suona un po stonato…. Inizia chiedendo un “patto di stato” al PP, per modificare l’articolo 99 della costituzione. Ossia, chiede un cambio legislativo, per il quale il partito più votato diventi automaticamente governo senza bisogno di ottenere una maggioranza in parlamento… Cioè: non mi voglio accordare con nessuno, voglio governare da solo!
Nei banchi della sinistra già si iniziano a guardarsi tra loro stupiti…
Nelle circa due ore di discorso, in numerose occasioni chiede sia al PP che a Ciutadanos l’astensione per garantire la governabilità senza i voti indipendentisti e magari anche senza Podemos….
Riesce a non nominare, neanche una volta la Catalunya, per non parlare della crisi che si è creata sui servizi segreti e gli attentati di Barcellona e Cambrills, che sarà assente non solo dal discorso di Sánchez, ma anche dalle repliche successive dei rappresentanti dei vari partiti. (in effetti è assente anche dalle prime pagine dei giornali principali, oltre ad essere assente anche dalle pagine dei principali giornali europei…).
L’indignazione serpeggia tra i banchi e si palesa poi con gli interventi. Pablo Iglesias riesce ad essere duro, ma allo stesso tempo realista. Insiste nella ricerca di un accordo, ma chiede anche spiegazioni per le parole indirizzate a sedurre la destra anzichè la sinistra. Boccia la proposta di modifica dell’articolo 99, definendola antidemocratica, si dichiara non disponibile a ministeri “ornamentali” (riferendosi alla proposta socialista di Irene Montero come vicepresidente, ma senza portafoglio e con nessuna competenza specifica) e conclude con un lapidario: “Se costringe gli spagnoli a trornare nuovamente al voto, lei non sarà mai presidente!”.
Chi è stato ancora più duro è stato Jaume Asens dei Catalunya en Comú (alleati di Podemos), che inizia ringraziando Pablo Iglesias per il suo passo indietro (i socialisti hanno messo un veto al suo nome per qualunque ministero), per poi fare al presidente in funzione e candidato alla presidenza, un piccolo corso accellerato di democrazia: se non hai la maggioranza, devi dialogare con le opinioni differenti per convincerle, unire forze (voti) e governare. E nel farlo, usa l’esempio del comune di Barcellona dove i Comuns governano in alleanza paritaria con i socialisti (cosa che gli è costata non poco, e che probabilmente serviva a convincere i socialisti di Madrid all’alleanza con Podemos e conflueze). Si indigna per il fatto che la Catalunya non sia stata neanche nominata, e parla dei prigionieri politici e delle anomalie che la magistratura ha creato nella politica catalana e nazionale. Nella risposta, Pedro Sánchez coglierà la palla al balzo per spiegare che è proprio la Catalunya a dimostrare che Podemos non è un partito affidabile…
Non meno indignati sono stati i partiti baschi e quelli catalani.
Se lunedì mattina si era entrati in aula con la convinzione che Podemos, le sue confluenze, PNB e Compromis (sinistra valenziana ora non più alleata di Podemos) avrebbero votato SI, mentre la sinistra basca di EH Bildu e ERC si sarebbero astenuti, martedì pomeriggio, al momento del voto è andata completamente in un altro modo. Sia i partiti baschi che Compromis e Podemos si sono astenuti (Podemos dopo un lungo dibattito interno, si è astenuta, dichiarando il voto come un segno di buona volontà per convincere i socialisti ad un accordo), mentre i partiti catalani, come ovviamente le destre hanno votato NO.
Nessuno si aspettava che Sánchez fosse eletto al primo giro, che richiede una maggioranza assoluta che difficilmente avrebbe ottenuto, ma nessuno si era aspettato che non arrivasse neanche ad una maggioranza relativa. Infatti i voti a favore sono stati solo 124 (i socialisti hanno 123 deputati più un voto del partito regionalista della Cantabria), mentre i contrari 170 e gli astenuti 52.
Ora a Pedro Sánchez restano due giorni per risolvere e convincere Podemos e il PNV a dare il SI, e Esquerra Republicana almeno ad astenersi (che si è già dichiarata disponibile a cambio di vedere un accordo firmato tra PSOE e Podemos), visto che nella seconda votazione è sufficente raggiungere solo una maggioranza relativa, e se così non fosse, nuove elezioni a novembre…
Ma qual’è il motivo che si nasconde dietro questo comportamento? Sicuramente da una parte c’è la consapevolezza che in autunno ci sarà la sentenza del Tribunal Supremo contro gli indipendentisti, ed evidentemente i socialisti non si fidano di Podemos nonostante gli abbiano firmato un documento in cui dichiarano che seguiranno le direttive del governo sul caso catalano. Ma su questa sponda i problemi possono arrivare anche da Esquerra Republicana (con ben 15 deputati) e dal PNV, che potrebbero far barcollare il governo.
Poi c’è chi pensa che sia solo un gioco per dare meno peso a Podemos nel governo, visto che alla fine accetteranno votare SI anche in condizioni estreme, per non dare possibilità future alle destre.
Però ci sono altre male lingue che sostengono che i socialisti puntano a riprendersi migliaia di voti che gli aveva sotratto negli anni Ciutadanos, e che, a causa delle alleanze fatte con l’estrema destra di Vox, i sondaggi confermano che stanno tornando in direzione del PSOE, e che quindi non vedrebbero male un ritorno alle urne.
Ma in questo caso si sta giocando con fuoco, visto che gli stessi sondaggi prevedono anche una ripresa del PP, che potrebbe portare ad un governo delle destre (Vox inclusa) se ci fossero nuove elezioni.
Domani ci sarà la seconda votazione, e solo allora si potrà svelare se ci sarà il primo governo di coalizione nella breve storia della democrazia spagnola, o se si tornerà alle elezioni, che coincideranno all’incirca con la sentenza del Tribunal Supremo.

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