L’anno in cui la LCR confluisce in DP è anche l’anno dell’implosione delle società post-staliniste, della crisi finale di quello che la stampa borghese si ostinava a chiamare “socialismo reale”. La crisi si era manifestata apertamente già da alcuni anni, grazie alla politica di riforme avviata dal nuovo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov. Con la sua “glasnost” e la sua “perestrojka”, il leader sovietico aveva tentato una specie di “riforma dall’alto” della società burocratica sovietica che rispondesse alla crisi economica e sociale che si era manifestata apertamente, ed in maniera sempre più grave, già nel decennio precedente, in pieno regime brezhneviano. In realtà gli scricchiolii nell’economia e in generale nella società sovietica erano avvertibili già da molto tempo (al di là delle cifre ufficiali): basti pensare alle riforme Liberman-Kossyghin della metà degli anni ’60, al XX congresso del 1956 e, volendo andare più indietro ancora, ai disastri economici e sociali degli anni ’30. Comunque anche nella sinistra bresciana (in particolare nel PCI) questi avvenimenti avevano ovviamente avuto effetti rilevanti: non era più il tempo della “fede cieca”, quasi religiosa, nel “partito” e nel suo “leader”. Il tempo dello stalinismo (almeno nei suoi aspetti più feroci e, al tempo stesso, tragicomici) era finito anche a Brescia sotto i colpi del ’56 ungherese, del ’68 cecoslovacco, del ’79 (Afghanistan e guerra sino-vietnamita). La repressione da parte del potere burocratico della cosiddetta “Comune di Pechino” nel maggio dell’89 era stata l’ennesima dimostrazione di come la casta parassitaria burocratica al potere in queste società intendesse il concetto di “potere al popolo”. Anche a Brescia ci furono manifestazioni di solidarietà con gli studenti e gli operai cinesi, a cui DP-LCR parteciparono più che attivamente. All’interno del gruppo dirigente del PCI, nazionale e locale, la riflessione sul fallimento del cosiddetto “socialismo reale” (che non era certo nuova!) prese nuovo impulso, creando in pochi mesi due schieramenti contrapposti. Da un lato c’era chi (la stragrande maggioranza del gruppo dirigente) non vedeva l’ora di prendere la palla al balzo, abbandonando simboli, nomi, programmi legati alla tradizione comunista (nei fatti sempre più annacquata, in un lento processo iniziato già nei lontani anni ’30) per trasformarsi anche formalmente in un partito socialdemocratico. Dall’altro c’era chi si opponeva a questa svolta, ritenendo che fosse assurdo e suicida “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Tra questi ultimi compagni c’era chi, talvolta non dicendolo apertamente, era sostanzialmente nostalgico “del tempo che fu”, del “vecchio PCI” di Togliatti e Longo (con  alcuni che rivendicavano persino la figura di Stalin). Erano i cosiddetti “cossuttiani”, seguaci di Armando Cossutta, già potente burocrate della federazione milanese, noto per la sua ostilità all’estrema sinistra “sessantottina”. Ma c’erano anche molti compagni della sinistra del partito, i cosiddetti “ingraiani”, seguaci di Pietro Ingrao, molto più sensibili alle tematiche della “nuova sinistra” e che si erano sempre opposti da sinistra (seppur con molti tentennamenti e contraddizioni) a quella specie di “stalinismo socialdemocratico” che era un po’ la cultura di fondo del PCI. L’accelerazione impressa da Occhetto, D’Alema, ecc. al processo di definitiva e formale socialdemocratizzazione del PCI in seguito ai “fatti dell’89” aprì quindi nel PCI un dibattito aspro e a 360 gradi. All’interno di DP ci fu, di fronte a questa novità, chi la riteneva, tutto sommato, non così rilevante da modificare strategie e tattica del partito, e chi invece puntava sulle inevitabili contraddizioni del “gigante” PCI per aprire una fase totalmente nuova nella costruzione di un polo “comunista” credibile. I compagni dell’ex LCR, a Brescia, erano compattamente schierati sulla seconda posizione, che di conseguenza fu fatta propria dalla maggioranza della federazione bresciana al congresso del 1990. In realtà già da quasi un anno si erano presi i contatti con alcuni “dissidenti” del PCI (soprattutto, paradossalmente, con quelli dell’ala “cossuttiana”, un dialogo tra “trotskisti” e “filosovietici” impensabile fino a poco prima!) che si rendevano conto come il per loro così caro Partito avesse i giorni contati. Durante il lungo e travagliato processo che, tra il 1989 e il 1991, portò allo scioglimento del PCI, la federazione bresciana di DP mantenne quindi una posizione di interlocuzione e apertura verso tutti quei “comunisti” bresciani che rifiutavano la cosiddetta “svolta della Bolognina”. Purtroppo a Brescia la prevedibile scissione vedeva la sinistra del PCI  divisa ancor più che su scala nazionale tra coloro che, pur opponendosi alla svolta, avrebbero continuato a militare nel nuovo partito non più “comunista” e coloro che invece avrebbero deciso per l’uscita, mentre i “cossuttiani” erano compattamente contrari a continuare la militanza in un partito che non si fosse definito “comunista”. Per questo, quando, nel febbraio 1991, al congresso di Rimini, il PCI cessò di esistere, dando vita al nuovo Partito Democratico della Sinistra, il gruppo di bresciani che aderì al nuovo Movimento della Rifondazione Comunista era largamente egemonizzato dai “cossuttiani”, mentre il grosso della sinistra interna, ancor più che su scala nazionale, decideva o di continuare a stare nel PDS (come facevano Ingrao, Bertinotti, ecc.) o di non aderire a nessuno dei due “eredi”. La presenza di Cossutta alle prime riunioni tra noi e i compagni del neonato MRC, nella sede della Casa del Popolo di via Risorgimento, nel quartiere di Urago Mella, al di là della gentilezza e della bonomia espressi pubblicamente dal dirigente ex PCI, davano la misura di quanto fossero gli esponenti della ex mozione 3 a dare il tono al MRC bresciano. Durante la primavera del ’91 si aprì quindi in DP un dibattito sul “che fare” di fronte a questa novità. La federazione bresciana, a maggioranza, appoggiò la posizione, espressa soprattutto dalla minoranza ex LCR, che prevedeva una fusione, con pari dignità, tra DP e il MRC per dar vita ad un nuovo partito della rifondazione comunista, un partito che avrebbe dovuto “rifondare” il comunismo in Italia, rompendo con la tradizione di compromesso e moderatismo tipiche della tradizione socialdemocratica e stalino-togliattiana che erano il grosso della cultura politica del PCI. Era, e si sarebbe rivelata, una scommessa azzardata. Quando, in giugno, DP decise lo scioglimento per iniziare il processo di unificazione con il MRC, si trovò di fronte al diktat di quest’ultimo: i compagni di DP erano i benvenuti, ma sarebbero entrati individualmente nel nuovo partito. Ciò causò malumori non solo tra noi ex-LCR (che alla fine accettammo comunque quasi tutti di passare sotto le “forche caudine” dell’adesione individuale) ma anche tra gli altri compagni di DP, sia appartenenti alla componente del segretario Russo Spena (che avevano sempre mantenuto un certo scetticismo rispetto alle prospettive aperte dalla crisi del PCI) sia a quella di Luigi Vinci (che invece aveva sostenuto con forza, come gli ex-LCR, la necessità di buttarsi a pie’ pari in questa nuova opportunità). Infatti non furono pochi i militanti di DP che alla fine non aderirono al nuovo partito. Comunque sia, quando, nel dicembre del 1991, nasceva a Roma il nuovo Partito della Rifondazione Comunista (con nome e simboli “nuovi”, rispetto al defunto PCI), il nucleo degli ex-LCR era compattamente presente al suo interno (con l’Associazione Bandiera Rossa), in un quadro in cui il riferimento a DP aveva ormai in gran parte cessato di esistere. Per noi, per lo meno a Brescia, si trattava di una sfida appassionante (anche se spesso frustrante): per la prima volta militavamo in un partito relativamente di massa: oltre 100 mila iscritti a livello nazionale, oltre 1.500 in provincia di Brescia (di cui varie centinaia di militanti attivi), una presenza capillare in molti dei paesi della provincia e in molte realtà di fabbrica. Ma, e ne eravamo coscienti, un partito che aveva poco a che fare con la “nostra” storia, quella della tipica “sinistra rivoluzionaria” post-68.

(continua)

Flavio Guidi

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