Il 1980 è però l’anno che, con la sconfitta alla FIAT dell’ottobre, dopo 37 giorni di “assedio operaio” ai cancelli di Mirafiori, segna, in un certo senso, la chiusura del ciclo di lotte apertosi 12 anni prima. Cominciano così gli “anni del riflusso”, segnati non solo a Brescia e in Italia, ma un po’ ovunque nel mondo, dalla controffensiva neoliberale della borghesia, simboleggiati dalla vittoria della Thatcher in Gran Bretagna (1979) e di Reagan negli USA (1980). Ovviamente la lotta della FIAT focalizza l’attenzione di tutta la sinistra (e dell’opinione pubblica in generale): c’è la netta percezione che Agnelli, dopo il licenziamento dei famosi 61 dell’anno precedente, voglia regolare i conti definitivamente col movimento operaio torinese ed italiano, che, nonostante la progressiva moderazione mostrata dalle burocrazie sindacali e dal PCI (soprattutto dopo il ’76), resta tuttora forte ed “indisciplinato”. La sezione bresciana della LCR partecipa attivamente alle iniziative di solidarietà con la lotta della FIAT, sia con volantinaggi, incontri, assemblee in città e in provincia, sia partecipando alla grande manifestazione di solidarietà indetta a Torino, sia inviando alcuni compagni a dare una mano ai compagni torinesi (che svolgono un ruolo di primo piano in questa lotta, in particolare i delegati di Mirafiori), partecipando ai picchetti che “assediavano” la fabbrica, ecc.  La sconfitta di questa lotta esemplare, dovuta secondo noi, più che alla forza dei padroni e al sostegno dello Stato e dei mass-media,  soprattutto al voltafaccia dei burocrati sindacali, che dopo aver a parole sostenuto i lavoratori (celebre la frase di Benvenuto “o la FIAT molla, o molla la FIAT!”), comunque evitando l’approfondimento e la generalizzazione della lotta, improvvisamente (con la scusa della manifestazione dei “quadri”, circa 8-10 mila, pompati ai famigerati 40 mila dai mass-media, Repubblica in testa) decidono di “calare le brache” accettando la fuoruscita dalla fabbrica di 23 mila lavoratori (tra i quali il grosso delle avanguardie). Nonostante l’accordo fosse respinto a maggioranza dai lavoratori nelle varie assemblee, CGIL-CISL-UIL firmano. Sarà l’inizio dei famigerati “anni ’80”, intesi come decennio di riscossa padronale. La prima metà degli anni ’80 vede la LCR bresciana, nonostante la sensazione di “riflusso”, mantenere sostanzialmente intatta la sua capacità di mobilitazione, soprattutto tra i giovani e gli studenti. Nasce anche a Brescia l’OGR (Organizzazione Giovanile “Rivoluzione”), una specie di federazione giovanile della LCR (ma dotata di notevole autonomia) che diventerà, accanto a ciò che è restato del movimento dell’Autonomia Operaia del ’77/’78, uno dei due poli d’aggregazione dei giovani dell’estrema sinistra bresciana. Sono gli anni delle battaglie contro l’installazione dei Pershing e dei Cruise a Comiso, della solidarietà con Nicaragua e Salvador (la LCR occuperà varie volte l’aula del consiglio comunale in Loggia, complice anche la vicinanza con la nostra sede, situata allora in Vicolo Rossovera, a due passi dal palazzo del sindaco, per protestare con le complicità della DC italiana con i boia del Salvador), della lotta contro i primi attacchi alla scala mobile (il famoso taglio dei 4 punti effettuato da Craxi), del referendum, promosso dal PCI, per abrogare questi tagli. Indubbiamente, però, l’intervento operaio piano piano viene ridimensionato, rispetto anche solo agli anni tra il 1978 e il 1981. La “centralità operaia” restava il nostro punto di riferimento, ma tra cassa integrazione, licenziamenti (anche volontari), ristrutturazioni, sensazione di sconfitta e delusione, la relativamente numerosa componente operaia si assottiglia, sbilanciando il gruppo in senso giovanile e studentesco. Si tratta di una nuova generazione di studenti, nati nella seconda metà degli anni ’60, estranei quindi alla radicalizzazione “sessantottina” degli anni ’70. Ma, anche grazie a questo, poco soggetti a vivere questo periodo come un periodo di arretramento e riflusso. D’altra parte anche i “quadri storici” (al massimo trentenni) mantengono quasi tutti la propria attività ai livelli più o meno degli anni ’70. Inizia in questi anni anche l’intervento della LCR bresciana nel settore dell’insegnamento (inizialmente soprattutto tra i precari, più tardi anche nel personale di ruolo) che porterà ad un minimo di radicamento anche nella CGIL Scuola. E nasce anche l’intervento tra i lavoratori del Comune di Brescia. La prima metà degli anni ’80 vede un lento avvicinamento tra noi e Democrazia Proletaria, unica organizzazione consistente dell’estrema sinistra sopravvissuta alla crisi della fine degli anni ’70 dopo la confluenza del PdUP e del MLS nel PCI (1984).  Dopo aver dato vita a varie iniziative comuni, la LCR decide dapprima di dare indicazione di voto per DP, guidata a Brescia dal compianto compagno Beppe Anni, alle amministrative dell’85, e successivamente, nelle politiche dell’87, di confluire nelle liste di DP (che otterranno oltre 640 mila voti – 1,7% – e 8 deputati). Il buon risultato di Brescia città (oltre 3.500 voti, il 2,3%) è, almeno in parte, anche attribuibile al contributo della LCR, che nella nostra città vantava un relativo radicamento più che decennale. Si apre allora, a Brescia e su scala nazionale, un dibattito sull’opportunità di una confluenza della LCR in Democrazia Proletaria, un’organizzazione che, sebbene avesse un programma e un profilo per noi condivisibile non al 100% (ci sembrava, in poche parole, troppo “moderata” e non sufficientemente alternativa al PCI) era caratterizzata da una prassi interna sufficientemente democratica e pluralista per permetterci di svolgere una leale battaglia di “opposizione di sinistra” tesa a spostare il partito su quelle che noi ritenevamo posizioni “autenticamente rivoluzionarie”. Questo dibattito, iniziato già da un paio d’anni, portò alla decisione, condivisa da noi bresciani, di chiedere l’unificazione tra le due organizzazioni. Il fatto che, da parte di DP, si parlasse di “confluenza” della LCR in DP, e non di “unificazione”, (disconoscendo di fatto una “pari dignità”, d’altra parte comprensibile da parte di un partito che era almeno dieci volte più grande di noi) creò qualche “mal di pancia”, ma alla fine la confuenza fu decisa nella conferenza di Vicovaro (Roma), nell’estate dell’89, dove i bresciani erano presenti con una dozzina di delegati. Nel frattempo, in occasione delle elezioni europee, DP subiva la scissione dell’ala più moderata, attratta dalle sirene della nuova “moda” verde (dopo i successi dei Verdi tedeschi, anche in Italia era nato un partito verde, che alle elezioni dell’87, nonostante la sostanziale inconsistenza in termini di radicamento e militanti, aveva raccolto più voti di DP) che dava vita, insieme ad ex radicali ed altri ex, ai Verdi Arcobaleno, che ottenevano un certo successo (comunque inferiore ai “Verdi doc”, che alla loro seconda presentazione ottenevano il triplo dei voti di DP). La LCR si scioglieva, quindi, in una DP più debole ma più spostata a sinistra, mantenendo un quadro di riferimento collettivo (L’Associazione Quarta Internazionale, una specie di corrente interna a DP  di tutti coloro che aderivano all’Internazionale). Comunque, se a livello nazionale i rapporti tra gli ex LCR e i “vecchi” di DP erano di 1 a 10 (infatti 5 membri della direzione di DP, su 50, erano ex LCR), a Brescia la situazione era molto più favorevole a noi “trotskisti”, che fin dall’inizio potevamo contare su almeno un terzo delle forze militanti del partito. Come riconobbe onestamente lo stesso nuovo segretario di DP (dopo la prematura morte di Beppe Anni), il compagno Graziano Fracassi, cercando di tacitare i malumori di chi, all’interno dei “vecchi” di DP, era indispettito dall’attivismo degli ex LCR, “chi ha più filo da tessere ha diritto a farlo”. Infatti, durante il congresso della federazione bresciana di DP del 1990, la componente ex LCR ottenne la maggioranza assoluta dei delegati, diventando di fatto (anche se non in modo esclusivo) il nuovo gruppo dirigente del partito a Brescia.

(continua)

Flavio Guidi

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