Nonostante la Brexit imminente (più o meno), inglesi, scozzesi, gallesi e nordirlandesi sono stati chiamati a votare per l’ultima volta per il Parlamento europeo. In un paese già tradizionalmente poco politicizzato, le elezioni europee sono sempre state disertate da circa i due terzi degli elettori. Un astensionismo che ha molto a che vedere con il qualunquismo diffuso nella “perfida Albione” più che con una qualche forma di protesta. Con in più un atteggiamento di estraneità all’Europa (intesa come continente, non come UE) che può essere sintetizzato nel modo in cui il britannico tipico si rivolge ai “continentali”: you european (tu europeo). Questa volta, proprio perché da alcuni anni non si parla altro che dell’uscita dall’UE (vista come la panacea dalla metà della gente, o come una catastrofe dall’altra metà), c’è stato un piccolo incremento di votanti: 17,2 milioni (il 37% degli aventi diritto) rispetto ai 16,5 (35,6%) di cinque anni fa. Siamo lontani dai 32 milioni che hanno votato alle politiche del 2017 (oltre due terzi degli aventi diritto), ma, per la seconda volta dopo quello tra il 2009 e il 2014, c’è stato un incremento, per quanto limitato. Il panorama politico britannico è sostanzialmente stabile da oltre un secolo, con i Conservatori ad egemonizzare la destra, i laburisti la sinistra e i liberaldemocratici il cosiddetto centro. In Scozia c’è un quarto attore (che ormai da anni è quasi sempre il primo partito) che è lo Scottish National Party (iscritto al gruppo verde al Parlamento europeo), così come in Galles c’è il Plaid Cymru (anch’esso iscritto ai Verdi). Nell’Irlanda del Nord ci sono vari partiti locali: per la sinistra il più importante è il Sinn Fein (iscritto al GUE, come Rifondazione Comunista), per la destra il DUP, di solito a destra degli stessi conservatori. Oltre ai Verdi, che fanno capolino di tanto in tanto (e quest’anno, come vedremo, con un notevole successo), ci sono poi, alle europee, decine di partitini minori, spinti alla partecipazione dalla democraticità proporzionale delle elezioni (all’opposto del decrepito ed antidemocratico metodo maggioritario secco che regge le politiche, spingendo ad un bipolarismo tipico del XIX secolo). E poi c’è stata la novità dell’UKIP, il partito nato dalla costola destra dei conservatori, guidato fino al 2018 da N. Farage (alleato dei “grillini” al Parlamento Europeo). Un partito sicuramente di destra, ma non fascista, che si ispira in buona parte al thatcherismo, e che ebbe un grande successo alle europee del 2014. Pochi mesi fa il padre fondatore dell’UKIP se ne andò, fondando il Brexit Party, criticando quello che a suo avviso era uno slittamento verso l’estrema destra dell’Ukip (o forse deluso dalla bastonata ricevuta dall’Ukip alle politiche di due anni fa). Questa premessa ci serve per dire che, se volessimo usare il criterio usato finora, soprattutto per Francia e Germania (visto che in Italia e Spagna i confini tra destra ed estrema destra sono molto sfumati), la definizione di area di “estrema destra” risulta estremamente complicata. Sicuramente tali sono i fascisti del BNP, che scendono dai 180 mila voti (1,1%) del 2014 (ma ne avevano quasi un milione, pari al 6,3%, nel 2009), ai 4.500 di oggi (0,03%). E pure i 40 mila voti degli English Democrats (0,2%), che perdono i due terzi dei già pochi voti raccolti nel 2014 (126 mila, 0,8%). Considerando anche l’Ukip estrema destra (cosa a mio avviso un po’ forzata), ci sarebbe un crollo di quest’area, che passerebbe dai 4,7 milioni (28,5%) del 2014 ai 600 mila (3,4%) di oggi. Ma questo calcolo non tiene conto della nascita, pochi mesi fa, del Brexit Party, che, nonostante le dichiarazioni di Farage, ha inglobato almeno in parte le spinte xenofobe e razziste di parte dei vecchi elettori dell’UKIP. Messa in questo modo, questa presunta estrema destra avrebbe ottenuto un ottimo risultato (5,8 milioni di voti, 33,9%), non certo un crollo. Come si vede, un paragone quasi impossibile, secondo il mio modesto avviso. Forse è più semplice usare in questo caso un concetto più ampio di “destra”, che si fonda soprattutto sull’adesione alle idee conservatrici o reazionarie, e che comprende anche i conservatori e altri partiti minori, come gli unionisti nordirlandesi e altri minuscoli raggruppamenti. Sono i conservatori, infatti, oltre all’Ukip, che forniscono i nuovi elettori di Farage. Infatti passano dai 3,8 milioni di voti (23,1%) del 2014 al milione e mezzo (8,8%) di oggi. Intesa in questo senso ampio la destra britannica ottiene nel 2019 7,7 milioni di voti (44,8%), oltre un milione in meno rispetto ai 9 milioni (54,5%) di cinque anni fa. Se non un crollo, sicuramente un arretramento grave. Rispetto alle politiche del 2017 la destra arretra pesantemente in termini assoluti (erano 14,7 milioni i voti raccolti) ma pochissimo in termini relativi (45,9%, solo poco più di un punto in meno). Ma se la destra piange, la sinistra non ride di certo, visto che parte dei suoi elettori tradizionali ha scelto di votare Brexit Party). Laburisti, Verdi, SNP, Plaid Cymru, Sinn Fein e altri minori ottengono un po’ meno di 5,5 milioni di voti (31,7%) rispetto ai più di 6 milioni (36,7%) di cinque anni fa. Un calo che è la metà di quello della destra (5 punti contro 10), ma pur sempre un calo significativo. Soprattutto se paragonato agli ottimi risultati delle politiche del 2017, quando la sinistra, grazie ad un Labour Party ringalluzzito dalla svolta a sinistra impressa da Corbyn, otteneva 14,8 milioni di voti (un po’ più della destra, pari al 46,3%, anche se in termini di seggi l’arcaico sistema inglese dava la maggioranza dei seggi, seppure per un pelo, ai Tories ed alleati). Chiaro a tutti è il fatto che queste elezioni sono state una specie di Referendum-bis sulla Brexit, penalizzando sia la destra che la sinistra. E questo ci porta a definire una terza area (che di solito non usiamo), quella di “centro”, che in quel di Londra ha abbastanza senso, soprattutto in elezioni caratterizzate dalla contrapposizione tra questo “centro” pro-UE e una destra favorevole alla Brexit. Parliamo qui soprattutto del Partito Liberal-Democratico che, con altri minori, porta a casa  4 milioni di voti (23%), quasi quattro volte il milione e centomila (6,6%) di 5 anni fa, e unica area a crescere in termini assoluti anche rispetto alle politiche del 2017 (2,4 milioni e 7,4%). In realtà molti elettori, di destra e di sinistra, che volevano scegliere di “votare per l’Europa”, hanno deciso di votare i lib-dem per dare un segno di NO alla Brexit. In questo senso è questo il vero vincitore (relativo) di questa tornata elettorale britannica.

Vittorio Sergi

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