Continuiamo il nostro percorso tra i numeri delle elezioni europee di domenica con i dati francesi. Se con lo Stato Spagnolo e persino con l’Italia il lavoro è stato abbastanza facile (soprattutto per ciò che riguarda i nostri vicini iberici), vista la relativa stabilità del ventaglio dei partiti politici (almeno nel periodo considerato, l’ultimo quinquennio), per la Francia “grande è il disordine sotto il cielo”, segno dell’instabilità del quadro politico dell’Esagono, in particolare nell’ultimo biennio, dopo le presidenziali del 2017. Sia la destra moderata (o centro-destra) che la sinistra moderata (l’area socialista e radicale di sinistra) sono entrate in fibrillazione dopo “l’operazione Macron”, che, da punto di riferimento dei centristi più o meno filo-socialisti è andato via via occupando lo spazio del centro più classicamente orientato in senso liberal-conservatore. Per cui i paragoni con le precedenti elezioni europee (e persino con le presidenziali e le legislative del 2017) sono da prendere con le molle, quando addirittura non risultino fuorvianti. Anche per ciò che riguarda le formazioni a sinistra del PS e dei Verdi (che in Francia marciano a braccetto quasi sempre) il quadro è piuttosto complicato da un’altra “operazione”: quella lanciata dall’ex socialista Jean Luc Mélenchon con la sua France Insoumise (molto apprezzata qui da noi dai compagni di Potere al Popolo, molto meno dai compagni della sinistra rivoluzionaria francese) che ha scompaginato le carte un po’ in tutta l’area della sinistra, compresa quella occupata tradizionalmente dai riformisti. Cercherò di fare riferimento soprattutto a quattro “aree”, per cercare di capirci qualcosa. Innanzitutto l’estrema destra (quella con la situazione più stabile), incentrata soprattutto sul Front National lepenista (ora Rassemblement National), punto di riferimento del fascio-leghismo salviniano, e su Debout la France di Dupont-Aignan (più altre formazioni minori). Nelle europee di domenica scorsa (dove hanno votato 23,7 milioni di francesi, il 50,1%, quasi 8 punti in più rispetto a 5 anni fa), il partito di Marine Le Pen ha preso quasi 5,3 milioni di voti (23,3%) rispetto ai 4,7 milioni (ma 24,9% vista la minor partecipazione) del 2014. Nessuna novità, quindi. Anche nel 2014 i lepenisti erano il primo partito, anzi c’è stato un calo percentuale di 1,6 punti. L’insieme dell’estrema destra prende 6,2 milioni di voti (27,5%) rispetto ai 5,5 milioni (ma 29,1%) del 2014. Nel migliore (per loro) dei casi una stagnazione. Rispetto alle presidenziali di due anni fa l’estrema destra perde oltre 3 milioni di voti (erano 9,7 milioni, il 27%) e stagna in percentuale (allora però aveva votato quasi il 78% dei francesi, 36 milioni di persone). Una magra consolazione è il recupero rispetto alle legislative del 2017 (dove però votò meno della metà dei francesi, 23,2 milioni, il 48,7%), dove dovette accontentarsi di 3,3 milioni di voti (14,3%). Ma il paragone è in questo caso molto azzardato (non solo per loro) perché in Francia le presidenziali sono storicamente di gran lunga il vero termometro politico. La seconda area da analizzare è quella del, diciamo così, centro-destra (o destra “repubblicana”, destra “democratica”, come la chiamano i giornalisti d’oltralpe. Storicamente incentrata sui gollisti (che cambiano nome quasi ad ogni elezione) e sui centristi (idem come sopra), occupa l’area liberal-conservatrice-democristiana, in genere non disposta a collaborare con l’estrema destra più o meno fascistoide (diversamente che in Italia!), anche se le cose stanno purtroppo cambiando in peggio. Qui è dove l’irruzione del “macronismo” ha creato più scompiglio. I gollisti, tradizionalmente punto di riferimento di questo settore di elettori almeno dal 1958, sono stati non dico spazzati via, ma fortemente ridimensionati negli ultimi due anni. Domenica hanno raccolto solo 1,9 milioni di voti (8,5%), ben lontani dai quasi 4 milioni di voti (20,8%) del 2014, per non parlare dei 7,2 milioni di voti (20%) raccolti alle presidenziali del 2017. Anche rispetto alla bastonata ricevuta alle legislative di due anni fa (primo effetto dell’irruzione di Macron nel loro “cortile”), dove si ridussero a 3,6 milioni di voti (15,8%) si tratta di una crisi apparentemente irreversibile del partito storicamente pilastro dello schieramento borghese e conservatore francese. Macron e il suo tentativo di “partito pigliatutto” (nell’area di centro intesa in senso lato) ottengono in queste elezioni oltre 5 milioni di voti (il 22,4%). Non è possibile alcun paragone col 2014: allora il “macronismo” non esisteva (o si esprimeva in partiti come il Modem o in settori della destra del PS). Ma è possibile certamente con le presidenziali del 2017 (8,7 milioni di voti, il 24%) e con le legislative delle settimane successive (8,6 milioni, 38%). Come si può ben vedere, la “bolla” Macron si sta rapidamente sgonfiando. Riassumendo, se mettiamo gollisti, “macronisti” e altre formazioni liberali e democristiane minori in un unico contenitore, chiamandolo centro-destra, possiamo notare anche qui una stagnazione rispetto alle europee del 2014 (oggi 7,3 milioni di voti, 32,1%, cinque anni fa 6,6 milioni, 32,2%) ed un crollo disastroso rispetto alle presidenziali (16,3 milioni di voti, 45,3%) e alle legislative (12,2 milioni di voti, 52,7%!). Insomma, né la destra moderata né l’estrema destra possono cantare vittoria. Anzi!

Ma veniamo all’area della sinistra moderata, incentrata storicamente sul Partito Socialista e sui “Verdi” (che in Francia hanno altri nomi). Il trionfalismo espresso da questi ultimi dopo il voto di domenica mi sembra mal riposto. Ottengono oltre 3 milioni di voti (il 13,5%), diventando (per un attimo, credo), il primo partito della sinistra francese, e migliorando notevolmente rispetto al 2014 (1,7 milioni di voti, il 9%), ma sembrano dimenticare che erano già arrivati più volte a risultati analoghi nel passato, tornando poi rapidamente a risultati molto meno eclatanti (e ad essere assorbiti in fronti elettorali con il PS). Certo, l’altro partito della sinistra moderata, il PS già di Mitterrand, esce distrutto dall’operazione Macron. Con 1,4 milioni di voti (6,2%) è più che dimezzato, in termini percentuali, da quello che era stato il suo PEGGIOR risultato degli ultimi decenni, quei 2,7 milioni di voti (14%) delle europee 2017. Sembra però aver frenato l’emorragia innescata nel 2017 da Macron: alle presidenziali di due anni fa era già sceso a percentuali identiche (6,4%, 2,3 milioni di voti), recuperando in minima parte alle legislative successive (7,4%, 1,7 milioni di voti). Se aggiungiamo i voti ottenuti dal suo ex segretario Hamon col suoì “Primavera Europea”, sostenuto anche da Diem-25 di Varoufakis (740 mila voti, 3,3%) e da altri minori raggruppamenti d’area “centro-sinistra” (PRG, ecc.), l’area che gravita intorno ai “social-liberali” supera i 2,5 milioni di voti (intorno al 10%). In totale la sinistra moderata ottiene, grazie all’exploit relativo dei Verdi, oltre 5,5 milioni di voti (il 23,3%), cifra analoga a quella di cinque anni fa (5 milioni, e 25%). Anche qui una sostanziale stagnazione. Ma le cose cambiano se facciamo riferimento al 2017, soprattutto alle presidenziali. In quel caso l’effetto Mélenchon ridusse la sinistra moderata ai solo voti per Hamon (2,3 milioni, 6,4%). Due settimane dopo, alle legislative, grazie alla presentazione separata di PS, Verdi, PRG, ecc. ci fu già un primo recupero: 3,1 milioni di voti e 13%. Quindi, in due anni, la sinistra moderata recupera, a spese soprattutto del movimento di Mélenchon oltre due milioni di voti e il 10%. Questo ci porta finalmente a guardare alla quarta area, quella della cosiddetta sinistra radicale (o come preferiscono i francesi, estrema sinistra). Che, per essere più precisi, andrebbe, a mio avviso, definita come “area a sinistra del PS e dei Verdi”. Un’area storicamente abbastanza forte in Francia (senza andare ai tempi d’oro del PCF, tra il 1945 e il 1975, basti pensare ai risultati dei tre candidati “trotskisti” alle presidenziali del 2002, quando sfiorarono l’11%). Da quasi un decennio quest’area è, almeno elettoralmente e mediaticamente, occupata dall’ex senatore socialista (e prima ancora ex trotskista) Jean Luc Mélenchon e dalle sue proposte (prima il Front de Gauche ed ora la France Insoumise) via via meno caratterizzabili come “d’estrema sinistra”. Ma tant’è, la percezione che se ne ha (grazie più ai media che allo stesso Mélenchon) è più o meno di sinistra “radicale”. Questa quarta area è l’unica che appare altalenante come risultati elettorali (ripeto, se guardiamo alle altre tre come aree, e non come singoli partiti al loro interno), dove a volte prende, e a volte cede, fino alla metà dei suoi elettori alla sinistra moderata. La France Insoumise ha preso domenica 1,4 milioni di voti (6,3%). Se aggiungiamo a questi i 565 mila voti (2,5%) presi dal PCF, si arriva ai 2 milioni di voti e quasi al 9%, superiore al Front de Gauche di 5 anni fa (1,25 milioni di voti, 6,6%). Ma siamo ben lontani dall’ottimo risultato alle presidenziali (oltre 7 milioni di voti, il 19,6%) che aveva fatto sperare in un possibile ballottaggio con Macron! Ed anche dal già ridimensionato risultato delle legislative di due settimane dopo (oltre 3 milioni di voti, 13,7% tra Melanchon e PCF, presentatisi divisi). Anche il progetto France Insoumise si sta sgonfiando? Comunque l’intera area della sinistra radicale (che comprende l’estrema sinistra vera e propria, in primis i nostri compagni del NPA e Lutte Ouvrière) ha ottenuto domenica quasi 3,4 milioni di voti (14,1%), il doppio di cinque anni fa (1,55 milioni, 7,8%). Voti assoluti e percentuale praticamente identica, però, a quella delle legislative del 2017 (3,3 milioni, 14,2%) e non certo paragonabile ai 7,7 milioni di voti (21,3%!) delle presidenziali. Un breve appunto negativo per ciò che riguarda noi, la “vera” estrema sinistra. Dopo i grandi risultati degli anni del “movimento dei movimenti” (ho già parlato dell’11% del 2002), protrattisi, ma già in calando, fino alla fine dello scorso decennio (ancora nel 2009 oltre il 6%), ora l’estrema sinistra “trotskista” (solo LO si è però presentata) ha ottenuto meno di 200 mila voti (lo 0,8%), molto meno dei già scarsi risultati del 2014 (300 mila voti, 1,6%) e delle presidenziali del 2017 (627 mila voti, 1,7%), in linea con la batosta delle legislative (175 mila voti, 0,8%). Anche verso sinistra, quindi, c’è stato un “effetto Mélenchon”.

Se, facendo uno sforzo d’immaginazione, mettessimo insieme Verdi, PS, PCF, France Insoumise, NPA, LO, ecc.) sotto l’unico denominatore di “sinistra”, vedremmo un certo progresso tra il 2014 e il 2019, e ancor più accentuato rispetto al 2017. Gli 8,9 milioni di voti (37,4%) di oggi sono ben di più dei 6,5 milioni (32,8%) di cinque anni fa, e dei 6,4 (27,7% delle legislative del 2017). Solo rispetto alle presidenziali (che, come ho già detto, sono molto partecipate) c’è un calo di voti assoluti (quasi 10 milioni allora, il 27,7%) ma una crescita di 10 punti in percentuale. Sembrerebbe che la sinistra, dopo aver toccato il fondo, sia in ripresa. Insomma, se la Spagna ci regala un minimo di relativo ottimismo, la Francia ci lascia la bocca un po’ meno dolce. Ma certo meno amara dell’Italia, fanalino di coda della sinistra europea.

Vittorio Sergi

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