(OVVERO, FORSE QUALCOSA SOBBALZA A SINISTRA – Claudio)

Ho sempre stimato Tommaso Di Francesco, che insieme a pochi altri (tra cui ricordo con nostalgia Angela Pascucci) in vari periodi ha controbilanciato un po’ le sbandate verso il centro del suo giornale. Aveva reagito con qualche ritardo ma con decisione per porre termine alle prevaricazioni di Geraldina Colotti, che stava trasformando “il manifesto” in un organo di acritica propaganda di Maduro. Ma ultimamente il suo giornale ha finito di nuovo per drammatizzare il maldestro tentativo di Juan Gaidó, e si è di nuovo schierato non solo contro l’ondata trumpista, come è logico e doveroso fare, ma al fianco di Nicolás Maduro, che pure col suo comportamento ha facilitato il sia pur temporaneo ricompattamento delle destre frantumate. Naturalmente senza mai lodare apertamente Maduro (pochi ne hanno il coraggio, dato che contro di lui parla lo sfacelo dell’economia venezuelana, iniziato ben prima delle sanzioni), ma insistendo nel dipingere a tinte fosche gli strumenti del complotto contro di lui, organizzato dalle “scuole delle rivoluzioni eterodirette di Otpor”, che saranno “finanziate dagli interessi statunitensi”, ma almeno nel caso del Venezuela hanno fatto un fallimento clamoroso. (Vedi Venezuela: lo stallo) L’insistenza sul complotto di cui Maduro come Assad sarebbe vittima è riapparsa sempre più spesso in diversi articoli del quotidiano e poi in un suo editoriale apparso oggi, col titolo A Caracas il buio del mondo, che polemizza giustamente con l’UE, ma riprende alcuni luoghi comuni della propaganda di Maduro, smentendo ad esempio una grossolana accusa con un argomento che non c’entra molto.

Gli «amici» hanno iniziato una campagna di sostegno all’autoproclamato presidente Guaidó e contro il «dittatore» Maduro – inesorabilmente giudicato come dittatore. Nonostante che in quel Paese dall’avvento di Chavez nel 1998 a oggi di elezioni, locali, politiche e presidenziali, quasi tutte con partecipazione dell’opposizione, ce ne siano state 25, tutte vinte dai governi «bolivariani» in carica, tranne due invece perse. https://ilmanifesto.it/a-caracas-il-buio-del-mondo/

Il problema non è la quantità di elezioni perse o vinte, ma la loro democraticità nei vari periodi: è stata totale in tutto il periodo di Chávez, e assolutamente contestabile invece dopo la clamorosa sconfitta del chavismo nelle elezioni del dicembre 2015. Non nel senso di brogli nella fase terminale delle votazioni, ma piuttosto di interventi nei processi a monte: ad esempio lo spostamento arbitrario delle date per rendere difficile l’identificazione di un candidato comune per le presidenziali di opposizioni notoriamente eterogenee, e per concordare desistenze nelle elezioni dei governatori, mentre una parte dei candidati venivano esclusi arrestandoli o frapponendo ostacoli alla loro presentazione da parte del CNE e del TSJ, organismi non al di sopra delle parti ma in mano a Maduro. Ancor più drastica l’esclusione con cavilli e rinvii del riconoscimento di organizzazioni che fin dal primo momento avevano sostenuto criticamente ma dall’interno il processo bolivariano come Marea Socialista, e lo stesso partito comunista, che è riuscito solo in extremis dopo una lunga e drammatica trattativa a poter presentare qualche candidato. Conclusione: si può dire che la definizione di dittatore non si addice a Maduro, ma non si può negare che la sua concezione della democrazia è molto discutibile, e ha fornito non pochi argomenti alle proteste delle opposizioni.

Di Francesco cita poi favorevolmente “l’autorevole sociologo Raúl Zibechi” che ritiene prioritario fermare “la prova di golpe”, altrimenti “non ci sarà alcuna possibilità di critica, necessaria, sui limiti e sui gravi errori di quello che è stato chiamato «socialismo bolivariano»”. Giusto. Ma poi Di Francesco stranamente conclude attribuendo al chavismo un merito inesistente, quello di aver “rimesso per due decenni in discussione i rapporti di proprietà”. Viene il dubbio che sia saltato un “non”, dato che lo stesso Chávez non aveva toccato i rapporti di proprietà, ed aveva concesso anzi così lauti indennizzi alle imprese nazionalizzate da invogliarne altre a “subire” la stessa misura, evidentemente concepita a scopi prevalentemente propagandistici. Maduro, le cui misure assistenziali per i “poveri” potrebbero essere copiate dal M5S, ha venduto fino a pochi mesi fa con sconti eccezionali grossi pacchetti di obbligazioni della compagnia petrolifera PDVSA e della consociata USA CITGO a multinazionali del settore e della finanza. Come mai si fidava tanto da mettere nelle mani di imperialisti le ricchezze del Venezuela?

Ma la sorpresa principale di questo editoriale è la proposta finale:

L’unica soluzione sarebbe il dialogo e l’avvio di un tavolo negoziale sul processo democratico, con riaccreditamento a ruolo di pace della Chiesa locale, però non proprio amica del papato di Bergoglio. Ma invece che promuovere una mediazione, l’Unione europea (…) acclama e soccorre l’autoproclamato Guaidó e rivendica il sequestro della divisa aurea del Venezuela, tagliando così i piedi ad ogni possibile dialogo.

Bene la critica all’UE, e bene dire che quando un paese è così spaccato in due parti quasi uguali, “l’unica soluzione sarebbe il dialogo”. Ma viene un dubbio: con chi dovrebbe dialogare Maduro? Nella sua propaganda e in quella ancor più faziosa di Diosdado Cabello, presidente della faziosissima e anticostituzionale Assemblea Costituente, i morti negli scontri sono tutti chavisti, quindi gli oppositori sono tutti fascisti e nazisti. Se lo fossero tutti davvero, mi guarderei bene dal proporre o accettare il dialogo. Ma è un falso, le opposizioni hanno raccolto una gamma larghissima di organizzazioni politiche, tra cui ci sono molti conservatori e retrogradi, eredi della vecchia socialdemocrazia e del partito democristiano, alcuni ex comandanti delle guerriglie staccatesi dal PCV negli anni Sessanta come Teodoro Petkov o Douglas Bravo, e anche alcuni fascisti, ma la definizione di fascista usata con grande larghezza dai difensori acritici di Maduro si basa su una drammatizzazione degli scontri di strada che hanno insanguinato in diversi periodi le strade di Caracas, mentre, come scrive giustamente oggi Tommaso Di Francesco “le decine e decine di vittime degli scontri del 2017-2018 sono infatti dell’una e dell’altra parte”. E gli scontri erano innescati dal divieto di manifestare imposto dal governo e messo in pratica con le squadracce dei colectivos motorizados, che generavano la risposta crudele delle guarimbas, che rappresentavano una frangia violenta assolutamente marginaleSe si vuole arrivare a un dialogo, bisogna dunque che da ogni parte si rinunci a una visione manichea che demonizza l’avversario, e ci si ricordi che se si impedisce con la violenza all’opposizione di manifestare per le strade, una delle conseguenze è il rafforzarsi al suo interno dei gruppi in grado di reggere lo scontro a quel livello. Ricordiamoci di come è stata deviata la fase pacifica della rivoluzione siriana, imponendone la militarizzazione! (a.m.)

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