Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo uscito su Wu Ming Foundation. La prima parte è stata pubblicata due giorni fa.

[WM: Dopo l’analisi del film Red Land / Rosso Istria, e prima di occuparsi del libro Foibe rosse, il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki risale a quel che si sa davvero della morte di Norma Cossetto, analizzando le svariate ricostruzioni circolate dall’immediato dopoguerra fino ad oggi. La strategia di sopperire alle incongruenze fattuali con la fiction non nasce certo con il recente film e nemmeno con il libro, ma è parte di un’inveterata “tradizione”, fondata nel periodo dell’Operationszone Adriatisches Küstenland, la zona dell’ex-confine orientale d’Italia annessa di fatto al Terzo Reich. Norma Cossetto non ha mai smesso di essere un simbolo per una determinata parte politica, che si serve della sua tragica vicenda solo per imporre il proprio immaginario al paese. Buona lettura.]

di Nicoletta Bourbaki *
Di Norma Cossetto si sa allo stesso tempo pochissimo e troppo. Pochissimi i dati certi, troppe le dicerie. Dicerie che non dicono quasi niente sulla sua storia, ma molto su chi le ha raccontate e sui momenti storici in cui sono state diffuse.
Tutto quel che si sa della sua persona, del suo pensiero e delle sue idee ci è giunto perlopiù per bocca di suoi familiari, ed è inestricabilmente legato alle loro idee e ai loro ruoli politici. Indipendentemente da loro, sappiamo solo che Norma Cossetto nacque il 17 maggio del 1920 nella frazione istriana di Santa Domenica di Visinada – Labinci in croato – e che scomparve dopo essere stata prelevata dagli insorti istriani nel caotico settembre del 1943. Due mesi dopo, in dicembre – sul giorno preciso le versioni sono discordanti – il suo corpo fu estratto dalla foiba di Surani, vicino ad Antignana/Tinjan nell’Istria centrale, assieme ad altri 25 corpi.

Norma Cossetto
Norma era una studentessa universitaria in procinto di laurearsi, ma aveva già svolto incarichi di supplenza nei licei, per questo alla sua riesumazione fu qualificata come professoressa. La data della morte viene stimata nella notte tra il 4 ed il 5 ottobre del 1943, probabilmente una congettura poiché il territorio in cui fu uccisa cadde sotto il controllo della Wehrmacht proprio il 5 ottobre.
Negli stessi giorni cadde, forse in un’imboscata, il padre Giuseppe Cossetto. Era aggregato al 134° Battaglione d’assalto delle Camicie Nere, un reparto impegnato, sotto il comando tedesco, nelle azioni di rastrellamento antipartigiano di inizio ottobre. Giuseppe apparteneva a una famiglia di proprietari terrieri, era stato squadrista della prima ora, aveva partecipato alla marcia su Roma (vi presero parte solo trenta squadristi da tutta l’Istria), diventando poi segretario politico del partito fascista locale, podestà di Visinada e infine Commissario Governativo per le Casse Rurali dell’Istria.
Al momento della morte, Giuseppe era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Tra gli esponenti del passato regime caduti in Istria nell’autunno 1943, era forse quello al più alto livello delle gerarchie. Questa fu probabilmente la ragione, insieme al doppio e simultaneo lutto, per cui l’attenzione della stampa collaborazionista si focalizzò sulla sua famiglia.
Il primo articolo che ne evidenziava il «tributo di sangue» uscì sul quotidiano Il Piccolo di Trieste il 16 dicembre 1943. Il titolo era: «26 salme estratte dalla foiba presso Antignana». Un ruolo attivo nella propaganda venne quindi dato a Licia Cossetto, figlia di Giuseppe e sorella di Norma, al cui matrimonio con il tenente pilota Guido Tarantola fu dato ampio risalto per il dono in denaro offerto dagli sposi alle famiglie degli infoibati (5/10/1944 «Elargizioni a favore degli italiani trucidati nelle foibe», Il Piccolo, 5 ottobre 1944). Successivamente, Licia tenne a battesimo una speciale brigata nera femminile intitolata alla sorella Norma, composta perlopiù da congiunte di infoibati («Pavolini passa in rassegna le forze fasciste della città», Il Piccolo, 28 gennaio 1945).
All’epoca l’Istria era inquadrata nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland, da ora OZAK), istituita il 10 settembre del 1943 per ordine dello stesso Adolf Hitler. Trieste e Pola erano finite sotto il giogo tedesco fin dal 10-11 settembre e da subito i due principali giornali locali – Il Piccolo di Trieste e il Corriere Istriano di Pola – furono posti sotto il diretto controllo del Terzo Reich, dapprima sotto il consolato generale – e quindi alle dirette dipendenze del ministero degli esteri di Berlino – e poi, da novembre, sotto uno specifico dipartimento di «stampa, propaganda, cultura» a bilancio del Ministero della Propaganda di Goebbels. Da quel momento ogni giornale del litorale divenne poco più di un bollettino tedesco in lingua italiana.

La propaganda divenne un momento fondamentale della macchina repressiva nazista nell’OZAK, area che lo stesso Heinrich Himmler con un decreto aveva proclamato «territorio di guerra antipartigiana» (Bandenkampfgebiet). Proprio un uomo di Himmler, Odilo Globočnik – capo delle SS e delle forze di polizia nell’OZAK, spostato da Lublino dove aveva coordinato l’Aktion Reinhardt, l’operazione di sterminio degli ebrei polacchi – aveva esposto le linee che la propaganda avrebbe dovuto seguire nell’OZAK, facendo pubblicare addirittura un manuale.
Il fine principale degli sforzi propagandistici nazisti sul territorio era impedire il consolidarsi di un fronte compatto tra italiani, sloveni e croati in senso antitedesco, pertanto si alimentavano gli antagonismi nazionali con una politica di divide et impera. Mentre si cercava di persuadere gli sloveni che i tedeschi avrebbero riparato i torti inflitti loro dai fascisti italiani, si rinfocolava nelle popolazioni italiane il terrore per le «bande slave».
In questo quadro si inserisce la campagna di riesumazioni degli «infoibati», cominciata immediatamente dopo l’operazione di Säuberung (Repulisti) del territorio istriano di inizio ottobre.
Dopo l’8 settembre, i tedeschi si erano subito impadroniti dei centri principali, ma non erano riusciti ad estendere il loro controllo sulle zone interne e sui centri costieri minori dell’Istria, dove dopo l’armistizio dell’8 settembre si erano invece instaurati dei precari poteri popolari. Le operazioni di rastrellamento cominciarono sin dai primi giorni, per iniziativa dei singoli reggimenti della 71a divisione di fanteria. Ne furono vittime, ad esempio, i sedici fucilati di Dignano. Ma soltanto il 29 settembre partì in Istria una vasta operazione di bonifica anti-partigiana, spesso erroneamente identificata con l’Unternehmen Wolkenbruch – Operazione Nubifragio – che invece interessò la provincia di Lubiana.
Si trattò probabilmente del più brutale atto di guerra che abbia interessato l’Istria in tutta l’età moderna. A essere colpiti non furono solo i partigiani: si trattò di una vera e propria guerra ai civili, con incendi di intere borgate e massacri sistematici di tutta la popolazione di determinate aree. A fine operazione i tedeschi rivendicarono 4.983 «banditi» morti e 6.877 prigionieri, cifre probabilmente gonfiate, ma nella sola Istria, quell’autunno, i morti furono comunque almeno 2.800 e i prigionieri 2.500.
I reggimenti tedeschi erano affiancati da reparti di fascisti volontari, come quello di Giuseppe Cossetto. Spesso gli abitanti venivano radunati e, su delazione dei fascisti locali, si decideva chi passare per le armi, come accadde a Kanfanar/Canfanaro già il 16 settembre e a Nova Vas/Villanova del Quieto il 4 ottobre.

Le notizie dell’avanzata tedesca e degli eccidi su indicazione dei fascisti arrivarono al comando partigiano a Pisino/Pazin. Pare che proprio allora si verificò la maggioranza delle fucilazioni dei prigionieri ritenuti collusi col fascismo e in contatto con i nazisti, con successivo occultamento dei corpi per cercare di evitare le rappresaglie. Fino a quel momento era stato stabilito che le sentenze definitive sarebbero state pronunciate a guerra terminata. Probabilmente i partigiani avevano sopravvalutato le proprie forze. Sembra che Norma Cossetto sia stata uccisa proprio in questa fase.
Queste liquidazioni avvennero in maniera disordinata, senza nessun coordinamento, in alcuni casi uccidendo persone che non potevano essere accusate di nulla, in altri al contrario rilasciando fascisti pericolosi, pagando talvolta molto cara quell’indulgenza, come nel caso di Canfanaro, dove i delatori erano stati due prigionieri fascisti. In un rapporto del 6 novembre 1943 il capitano partigiano Zvonko Babić-Zulja scrisse:
«La lotta contro i nemici del popolo fu condotta in modo diseguale, essendo in alcune zone del tutto insufficiente mentre in altre zone era radicale. È caratteristico, a questo proposito, anche il fatto che in alcuni posti i comandi locali comunicavano l’eliminazione dei prigionieri anche se ciò non corrispondeva al vero. Era evidente la scarsa capacità di riconoscere i veri nemici del popolo, come anche la mancanza di dati riguardo i loro delitti, cose che ora si pagano immancabilmente.»
L’insurrezione istriana fu infatti perlopiù locale e spontanea, anche perché l’armistizio italiano prese del tutto alla sprovvista i partigiani di Tito. Nello stesso rapporto di Babić-Zulja si legge:
«Il popolo si mobilitò e prese la armi spontaneamente, ma non era il caso di parlare di una guida organizzata delle unità militari e del comando militare. Il gruppo di comando che era arrivato dalla Jugoslavia giunse con ritardo.»
La loro spontaneità rese le insurrezioni molto eterogenee, facendo loro assumere aspetti diversi a seconda della zona: sulla costa furono perlopiù un fatto “italiano”, nelle campagne furono una jacquerie contadina, mentre nella zona mineraria dell’Arsa ebbero caratteri rivoluzionari. In ogni scenario la prima fase fu caotica e non mancarono vendette personali, linciaggi e rese dei conti la cui coloritura dipendeva molto dalla storia recente locale. A Vines il movente delle vendette fu la gestione delle miniere di carbone, nelle quali il 28 febbraio 1940 erano morti 185 minatori, un incidente che l’autorità aveva messo a tacere incolpando gli operai. Nelle campagne, si trattava dei pignoramenti con cui, nel corso degli anni, i piccoli proprietari croati erano stati privati delle loro terre e risospinti nel bracciantato e nella miseria. Le vendette colpirono notai, impiegati delle casse rurali e commercianti creditori. Altre volte le vendette colpirono coloro che a torto o a ragione erano semplicemente identificati come «il potere».
Ma negli schemi della kampfpropaganda nazista era necessario che «le foibe» diventassero da un lato uno scontro etnico, e dall’altro un terribile massacro bolscevico pianificato dall’alto, in modo da giustificare l’inaudita violenza della repressione tedesca.

Per esempio, nello stesso necrologio di Norma Cossetto pubblicato dal Piccolo si legge «Vittima della barbarie balcano-comunista», e ciò a dispetto delle stesse testimonianze familiari secondo le quali sarebbe stata arrestata da partigiani italiani.
Ma la “mano” di Goebbels – per il tramite del fido Karl Lapper, capo del dipartimento propaganda dell’OZAK – si vede soprattutto nei riferimenti dei primi titoli di giornale a Katyń, il famoso massacro di ufficiali polacchi operato dai sovietici. L’operazione mediatica di recupero dei cadaveri era stata orchestrata dallo stesso ministro della propaganda nazista. «Come a Katyn: i sistemi bolscevichi in Istria – I massacratori di Vines hanno superato quelli di Katyn».
«Le foibe» in realtà non avevano nulla a che spartire con quanto accaduto nelle foreste russe, a partire già dai numeri. In Istria in quell’autunno furono recuperati 217 corpi, di cui solo 134 furono riconosciuti. Peraltro tra i corpi riesumati figuravano anche 18 soldati tedeschi e almeno 6 militari italiani morti in combattimento. Molti corpi non furono recuperati, ma sulla base degli scomparsi prima dell’arrivo dei tedeschi si può presumere una cifra nell’ordine delle 400-500 vittime.
Il riferimento a Katyń è comunque un sintomo significativo, in quanto con quell’operazione mediatica «le foibe» condividevano il feticismo per i cadaveri putrefatti esposti come evidenza bastante a sé stessa. È emblematico, peraltro, che le riesumazioni di Katyń fossero state programmate nello stesso periodo (primavera 1942) in cui si pianificava la famigerata Sonderaktion 1005 all’interno dell’operazione Reinhardt, ovvero il disseppellimento dei cadaveri ammassati nelle fosse comuni a Bełżec e Treblinka e la loro cremazione. Ed è significativo che l’SS–Gruppenführer Globočnik avesse trasferito a Trieste, quartier generale dell’OZAK, i suoi uomini di fiducia coinvolti nell’Aktion Reinhardt, per istituire il lager della Risiera di San Sabba, dotandolo di forno crematorio. Con una mano si esponevano i corpi delle vittime degli «slavo-bolscevichi» mentre con l’altra si incenerivano i propri scheletri nell’armadio.

Un pannello della mostra «Bolscevismo senza maschera», organizzata dagli occupanti nazisti, inaugurata a Trieste il 29 giugno 1944 e a Udine il 19 luglio. Per un approfondimento, si consiglia: Paolo Ferrari, «Bolscevismo senza maschera. Una mostra nazista del 1944», in «Italia contemporanea», n. 268-269, luglio-dicembre 2012.
Sarebbe infatti riduttivo circoscrivere la propaganda nell’OZAK ai soli articoli di giornale: oltre a un battage fatto di volantini, opuscoli, giornali murali e mostre, parte integrante dell’azione propagandistica era lo stesso coinvolgimento della popolazione nelle operazioni di recupero, condotte da una squadra di vigili del fuoco di Pola con scorta di Camicie nere e marinai tedeschi. Al fine di scavare il più possibile il solco tra popolazione e partigiani veniva prestata grande attenzione alla propaganda orale, da attuare reclutando elementi autoctoni. In pratica si incoraggiavano dicerie e leggende.
Così riferiva Lapper in un rapporto inviato a Berlino:
«Nel settore della propaganda attiva si lavora molto con la propaganda orale. Qui io collaboro strettamente con l’Alto capo delle SS e della polizia, SS-Gruppenführer Roessener-Lubiana e con lo SS-Gruppenführer Globotschnigg-Trieste servendomi di agenti di collegamento da una parte per sentire che cosa agita la popolazione e dall’altra per dare la controparola.»
La ricostruzione della morte di Norma Cossetto è esemplare in questo senso, soggetta a una vera e propria escalation di dettagli orrorifici accumulatisi ad ogni successivo resoconto.
Fin da subito si diede per certo lo stupro. La fonte sarebbe stata una testimone non identificata che avrebbe assistito di nascosto alla violenza sulla donna. Secondo la presunta testimone, Norma sarebbe stata abusata da ben 17 partigiani, numero probabilmente fatto coincidere a posteriori con quanto scritto nell’articolo del Piccolo sull’esumazione, dove si sosteneva che accanto al corpo fossero stati recuperati 17 berretti partigiani con la stella rossa.
Successivamente si aggiunsero pugnalate ai seni e pezzi di legno nella vagina. Di questi atti sadici in punto di morte non furono mai indicati presunti testimoni, nemmeno anonimi. I dettagli truculenti erano comuni nelle dicerie dell’epoca, ad esempio in quella su don Angelo Tarticchio, del quale si diceva fosse stato evirato e i genitali gli fossero stati inseriti in bocca. In un articolo di un periodico repubblichino si leggeva del ritrovamento di barche dal fondo ricolmo di viscere umane e sangue, teste senza occhi, corpi sventrati ecc.
Descrizioni splatter mai suffragate da una testimonianza diretta, in linea con la propaganda nazifascista, che tuttavia furono ritenute utili anche dopo la fine del Reich. Il maresciallo dei vigili del fuoco Armando Harzarich, colui che aveva condotto la squadra addetta ai recuperi dei corpi nel ’43, fu interrogato dagli Alleati a Pola nel luglio del 1945. Pola non era un campo neutro, non in quel momento: allora il porto istriano era una semi-enclave angloamericana in un’Istria altrimenti tutta in mano titoista. Il discorso pubblico in città era fortemente orientato in funzione anti-jugoslava, nell’attesa del Trattato di pace.
Per ogni riesumazione compiuta due anni prima Harzarich fornì dettagli su nomi e stato delle salme. Ma su Norma Cossetto tacque la sua testimonianza diretta, preferendo invece riferire la vox populi, quella dei pugnalamenti e del pezzo di legno, portando come pezza d’appoggio l’articolo del Piccolo del 16/12/43. Il suo resoconto sullo stato della salma di Norma Cossetto fu divulgato tempo dopo – riprodotto in nota da una pubblicazione del ’49 a firma Paolo De Franceschi (pseudonimo di Luigi Papo, autore con un passato collaborazionista nella Milizia per la Difesa Territoriale) – e riferiva di un corpo intatto, privo di segni di sevizie.

Molti anni più tardi, a partire dalla pubblicazione di un articolo di Antonio Pitamitz sul mensile Storia Illustrata (n.306 del maggio 1983), iniziarono a fioccare dettagli nuovi, che spesso si contraddicevano a vicenda, in un crescendo di fantasie morbose. A rigore, alla riesumazione avevano assistito solo le persone nominate da Harzarich nella sua relazione agli Alleati, mentre lo zio di Norma, Emanuele Cossetto, fu il familiare convocato per l’identificazione, eppure, anni dopo, molti altri dichiararono di essere stati presenti e, col più classico «Effetto Rashomon», diedero i resoconti più disparati.
Vi fu chi dichiarò che era stata rinvenuta nuda, chi vestita, chi con la camicia aperta sul petto e la gonna abbassata, chi con un golfino tirolese, chi con le mani libere, con le mani legate con filo di ferro, legate col filo spinato, legate davanti, legate dietro, e il viso era sereno, il viso era tumefatto, il corpo era integro e composto, il corpo era in una posizione innaturale a seguito della caduta, le gambe e le braccia spezzate, con segni di arma da taglio, con ferite riconducibili solo alla caduta e così via, in un proliferare di versioni che dura ancora oggi.
Il corpo di Norma Cossetto era stato definitivamente sottratto alla sua persona per diventare un argomento politico. Anche lo stupro, di cui si cercò di dimostrare l’evidenza calcando la mano su dettagli sempre più espliciti, assume un significato particolare. Va detto che in pratica su tutte le (poche) donne rinvenute nelle foibe – comprese sulle altre due riesumate a Surani, Ada Riosa e Maria Valenti – fu presunta a prescindere la violenza sessuale, quasi che per una donna essa fosse un dettaglio più grave della stessa morte.
Non va dimenticato che quello nazionalista è un discorso essenzialmente maschile/patriarcale, dove le donne sono una proprietà della Patria e il loro ruolo principale è la riproduzione della stirpe. La violazione di questa funzione “sacra” rappresenta il grado massimo del deturpamento nemico nella simbologia revanscista. Di quest’uso politico dello stupro da parte del potere patriarcale ci siamo occupati qui.
Norma Cossetto era iscritta alla facoltà di Lettere e filosofia dell’università di Padova. L’ateneo, come ha comunicato alla ricercatrice Claudia Cernigoi, a tutt’oggi ignora l’argomento e il titolo di quella che sarebbe dovuta essere la sua tesi. Il titolo «Istria rossa» e il presunto argomento, inerente la terra istriana «rossa di bauxite», fanno la loro prima comparsa nel 1983, nel già citato articolo di Pitamitz, da più parti reputato privo di qualunque attendibilità. [Lo storico triestino Galliano Fogar inviò alla rivista un puntuale smontaggio, che venne ignorato.]
Risulta che Norma Cossetto fosse allieva del latinista – e futuro deputato del PCI all’Assemblea Costituente – Concetto Marchesi, ma non ci sono elementi per affermare che Marchesi avesse accettato di essere il relatore della sua tesi, altra diceria entrata in circolazione dopo l’articolo di Pitamitz (ma assente persino dall’articolo stesso).
L’8 maggio 1949 l’università concesse a Norma, con una solenne cerimonia, la laurea ad honorem, con la motivazione ufficiale: «caduta il 5 ottobre 1943 per la difesa della libertà». Fu una prima trasposizione del simbolo Norma Cossetto da martire per la stampa nazifascista a eroina nella Repubblica nata dalla Resistenza, sullo sfondo della questione di Trieste e dell’aspra contrapposizione nazionale alla Jugoslavia di Tito, a cui non si sottraeva nemmeno il PCI dopo la rottura Tito-Stalin del 1948.
Le foibe, tuttavia, smisero di essere un argomento spendibile politicamente dopo il memorandum di Londra del 1954, con il riavvicinamento fra Italia e Jugoslavia. La memoria di Norma Cossetto tornò a essere un’esclusiva dei neofascisti e dell’Unione degli Istriani, che a Norma dedicò un’associazione culturale.
Le cose cambiarono con il nuovo secolo, non solo con l’istituzione del Giorno del Ricordo, ma anche grazie all’interessamento dell’esperto di Shoah Frediano Sessi. Sempre più spesso, negli ambienti degli esuli Norma Cossetto venne chiamata «la nostra Anna Frank», definizione quantomeno curiosa per la martire di una famiglia che si era convintamente schierata con i nazisti.
Il 9 dicembre 2005 l’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi conferì a Norma Cossetto la medaglia d’oro al merito civile, con la seguente motivazione:
«Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio».
Con questo riconoscimento la vicenda di Norma Cossetto sembra staccarsi da un uso esclusivo della destra per entrare nel Pantheon bipartisan delle «vittime innocenti», degne di essere celebrate per il solo fatto di aver sofferto. Un paradigma vittimario che, fondendosi con la «memoria condivisa», diventa una delle basi più solide della storia nazionale.
In realtà, l’entrata di Norma Cossetto nelle figure celebrate dalla Repubblica, più che una forma di riconciliazione, rappresenta un tentativo di egemonia culturale da parte di neo- e post-fascisti, poiché da costoro continua a essere rivendicata come loro simbolo. D’altronde, la medaglia d’oro fu concessa da Ciampi su richiesta di Francesco Servello, storico deputato dell’MSI fin dal 1958. E a Trieste la sua figura continua essere oggetto di celebrazioni da parte della sezione locale di Fratelli d’Italia. Nel 2014 il locale candidato alle elezioni europee per quel partito dichiarò: «Puntiamo a rinnovare i fasti della destra triestina ispirandoci a Italo Balbo, Norma Cossetto e Giorgio Almirante».
Questa affezione è forse determinata dal fatto che tutto quanto ruota attorno alla vita e alla memoria di Norma Cossetto è riconosciuto come «fascistissimo»: i parenti, le amiche, il fidanzato arruolato nella X MAS… Ma ancora più probabilmente ciò è dovuto alla stessa agiografia del personaggio, che secondo un’altra leggenda avrebbe seccamente rifiutato un ruolo dirigenziale nel movimento di liberazione offertole al momento del fermo. Di più: lo avrebbe sdegnosamente respinto, inneggiando all’Italia e al duce in faccia ai partigiani, da qui la loro furia. Di questo botta-e-risposta, però, non esiste nessuna testimonianza diretta. È solo l’ennesima diceria nata intorno alla figura di Norma Cossetto, riportata per la prima volta dal solito Pitamitz.


Ancora una volta, dunque, non rinunciamo a porre le domande fondamentali: «Questo chi lo dice? E perché?»
Domande che invece Frediano Sessi sembra essersi posto di rado, mentre raccontava la storia di Norma Cossetto nel suo libro Foibe rosse. Se lo avesse fatto, forse quel libro non esisterebbe, o sarebbe molto diverso. Di certo, non avrebbe avuto un ruolo decisivo nella trasformazione di Norma Cossetto in una «Anna Frank italiana», come invece è accaduto. Di questo ci occuperemo nella terza e ultima puntata.

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