Mimunt Hamido, senza “veli” sulla lingua.

 

In occasione della giornata contro la violenza di genere, ecco un’intervista alla compagna Mimunt Hamido, femminista d’origine marocchina. In essa si polemizza anche per la scelta di Podemos di presentare alle elezioni europee una “convertita” all’islam che porta il velo. Una scelta, a mio avviso sbagliata, che già penalizzò i nostri compagni del NPA 8 anni fa, alle elezioni amministrative, quando decisero di presentare una compagna che si autodefiniva “musulmana e marxista”, e che portava il velo in tutte le interviste televisive. Risultato: rispetto all’anno prima l’NPA dimezzava i suoi voti e, ciò che più conta, perdeva (giustamente, a mio avviso) i due terzi dei voti femminili ottenuti alle europee. Molto probabilmente il calo delle elettrici non era dovuto solo alla sciagurata scelta di Avignone: ma l’aver trascurato il sano ripudio della gente di sinistra francese per ogni simbolo di oscurantismo religioso ha sicuramente avuto la sua parte.

FG

“Femminismo islamico? Ah! ah!”: parla l’autrice della lettera aperta a Podemos sul velo.

Due settimane fa una lettera aperta a Podemos criticava la decisone del partito di proporre alle elezioni europee Nora Baños, una donna musulmana velata. L’autrice è Mimunt Hamido, attivista d’origine musulmana e melillense (di Melilla). Si definisce come “mora*, amazigh (berbera), magrebina, laica e musulmana di nascita” e sta creando una rete di donne libere di origine magrebina in Spagna, alle quali dà voce nel blog “No Nos Taparán” (Non ci copriranno). Membro della Junta Directiva de la Asociación MediterráneoSur, attualmente dà lezioni di cucina mediterránea a Istanbul. Parliamo di sinistra, islam e femminismo con questa donna senza veli sulla lingua.

Domanda. Qual è stato il tuo rapporto con il velo durante la tua vita?
Risposta. Sono abituata a vederlo. A me nessuno ha obbligato a metterlo. E neppure me lo insinuarono. Ho avuto una educazione rigida dove il decoro era molto importante. Non portare minigonne, canottiere, non uscire coi ragazzi, esser vergine, osservare il Ramadán, etcétera. Questo era il mio islam, un islam tradizionale che lasciava qualche spazio di libertà, dove nessuno faceva apologia del velo e nessuno pensava che una bambina o una giovane dovesse metterselo. Le donne sposate a volte si mettevano un fazzoletto che lasciava intravedere parte dei capelli. Ti sto parlando degli anni ’80.
D. Da allora c’è stata una certa regressione nel Magreb, no?
R. Sí. Negli anni ’80 c’erano ragazze che cominciavano a sposarsi con cristiani. Anche se poteva essere scioccante per la famiglia, nessuno pensava che potesse essere “haram” (peccato). Dopo un certo tempo i genitori accettavano e finiva lì. Le ragazze iniziavano a studiare fuori, in Spagna, a Londra…e la società avanzava, lasciandosi alle spalle “usanze” che non erano né più né meno restrittive di quelle delle mie compagne cristiane di allora. Però qualcosa cambiò improvvisamente. Un giorno, una mia cugina che si era sposata ed era emigrata in Germania, tornò con il velo, durante le vacanze. Aveva l’età di mio fratello, si amavano molto, erano cresciuti insieme. Ebbene, quel giorno non lo baciò, come faceva di solito, e quando mio fratello le disse “Non mi saluti?” gli rispose “No, sono una donna sposata e non possiamo toccarci”.
D. Una trasformazione.
R. Sí. Io e mio fratello ci stupimmo, non lo capivamo. Non capimmo che questa corrente estremista era arrivata dall’Europa per restare. Erano i primi sintomi. Cominciai a temere che un giorno il mio corpo e la mia vita non mi sarebbero più appartenuti, così decisi di andarmene dalla mia città ed iniziare una vita diversa, dove la fede non regolasse i miei passi e non schiacciasse i miei diritti e la mia libertà. Per far questo bisognava allontanarsi e rompere con certe cose che amavo e che continuo ad amare. Ciò è doloroso, e ancora più doloroso che dopo qualche anno le cose vadano ancor peggio. Da qui il mio attivismo e questa lotta per la vera libertà di scelta.
D. E’ curioso sentire che il velo arrivò in Marocco dall’Europa.
R.. C’è da chiedersi che stava succedendo in Europa affinché il cambiamento fosse così radicale, anche se è facile spiegarlo: nel Magreb  si andava in moschea solo quando si poteva o nelle feste, ma quando si emigra in Europa si vive in ghetti, separati dal resto della popolazione. Logico che l’islamismo politico approfitti di questo.

D. Si può lottare per la libertà di scelta proibendo degli indumenti in Europa?
R. Non sono d’accordo nel proibire il hijab. Ciò produce solo che certi gruppi si rifugino nel “sono minoranza, mi state asfissiando” e quindi facciano apologia. Sono però d’accordo nel vietarlo nelle scuole e nei luoghi ufficiali, dove il messaggio che lancia il velo è contrario all’uguaglianza e al laicismo.
D. Di questo parli nel tuo articolo su Nora Baños, candidata di Podemos al Parlamento Europeo e velata, che ha sollevato un polverone impressionante. Perché hai deciso di criticarla?
R. Più che Nora Baños critico Podemos. Vogliono che le minoranze siano presenti e mi sta bene, applaudo, però dev’essere proprio una donna velata? Con tutto quello che rappresenta questo velo qui e nel mondo musulmano? Podemos è un partito che ho votato poiché era l’unica speranza che restava alla gente di sinistra. E’ stata una delusione vedere che segue gli stessi passi della sinistra europea. Guarda com’è ridotta l’Europa: la destra avanza senza freno per errori di calcolo come questi.
D. Che messaggio politico manda il velo di Nora Baños?
R. Nora Baños dà l’immagine di una musulmana praticante di un ramo ben preciso di questa religione, che è la corrente fondamentalista moderna. Questa è la prima cosa che dice il suo velo. Se la sinistra ha bisogno di simboli religiosi per guadagnare voti siamo messi davvero male.
D. Che opinione hai delle occidentali che si convertono all’islam e che diventano attiviste pro-velo e femministe?
R. (Ride rumorosamente) Le convertite? La fede è qualcosa di personale, ciascuna può pregare il dio che più le piace, però ho qualcosa contro le convertite Quando iniziò la pazzia delle conversioni pensai “Perché smettere d’essere cristiane e convertirsi all’islam?” Il dio cristiano è lo stesso di quello musulmano. Arrivai alla conclusione che l’esotismo o l’amore le aveva convinte. Pensai anche che le convertite potessero portare un po’ d’aria fresca a una religione che ci stava asfissiando. Quanto mi sbagliavo!
D. Non la portarono?
R. Dice un proverbio che “non si può essere più papisti del papa”. Invece sì, si può! Perché loro lo sono. Per quello che fa loro comodo, certo. Ci sono convertite molto mediatiche che, mettendosi un velo, credono di essere la quintessenza della modernità. Una era in copertina di Interviù, però lei si mette e si toglie il velo quando ne ha voglia, le norme non contano molto per le convertite. Ora vogliono revisionare il Corano, vogliono un’interpretazione su misura, non pensano che è la società che cambia e lascia indietro dogmi che sono impossibili da osservare in una società democratica ed egualitaria.

D. Il velo ha distinti significati, dipendendo da chi lo porti?
R. L’esperienza è personale, però il velo ha un senso politico chiarissimo. Travestirlo da moda o da libera scelta, e persino da indumento femminista e che dà potere è una pazzia. Molto pericoloso per noialtre. Sono riusciti ad ottenere che le giovani musulmane credano che sia un obbligo mettersi un simbolo identitario e sessista per sentirsi parte di qualcosa. Dobbiamo chiederci in cosa ci siamo sbagliati per far sì che una ragazza di 20 anni nata in Spagna creda di doversi mettere un simbolo patriarcale che la distingua dalle altre, che confonde identità con ideologia, e addirittura che creda che questo simbolo le dia potere..
D. Cos’è il “femminismo islamico”?
R. Un gruppo di convertite a Barcellona inventò quello che ora chiamano così. Per me è molto pericoloso mettere aggettivi religiosi al femminismo. Puoi essere credente e femminista, però non puoi osservare i dogmi religiosi ed essere femminista. Una femminista islamica ti dirà che il Corano è ugualitario però mente spudoratamente, perché dimentica di dire che le donne nell’islam ereditano la metà di un uomo e che la loro parola vale la metà di quella di un uomo, ecc. Ciò è l’opposto del femminismo. A me hanno raccontato sciocchezze come “il niqab è comodissimo e fresco in estate”, che Dubai è il paese più libero al mondo perché ci sono spiagge per sole donne dove puoi fare il bagno in burkini…
D. Così hai avuto scontri con loro? 
R. Sono aggressive. Dicono che chi rifiuta il velo è una “colonialista bianca eurocentrista, una rinnegata complessata o un’islamofoba razzista. A me? Che sono mora*, donne che prima di essere musulmane erano atee o cristiane, spagnole che dicono di essere femministe. Creano workshop per convincere le ragazze che il velo dà potere, di come è bello essere parte dell’islam visibile.
D. E’ facile per loro convertirsi all’islam?
R.E’ molto facile farsi musulmano. Reciti  la shahada, “Laa ilaaha il-la Allah; Muhammadun-rasul ullah” e hop! Già sei una “sorella” in più della comunità, vedi Sinead O’Connor per esempio. Però qui c’è quello che le convertite non dicono mai: è facile farsi musulmano in Europa, però è impossibile smettere di esserlo per un musulmano “di nascita” in molti paesi islamici. Curioso che le convertite non aprano bocca su questo

D. E’ triste che le attiviste laiche d’origine islamica, come Wassyla Tamzali, siano ignorate dalla sinistra o siano direttamente attaccate. La somala Hirsi Ali fu espulsa verso la destra olandese, dove le sue critiche furibonde all’islam furono accolte con piacere.  Stiamo perdendo le migliori influenze in omaggio ad un’idea sbagliata di rispetto verso il “diverso”?
R. La sinistra ha lasciato che un discorso che avrebbe dovuto essere il suo le fosse “espropriato” dalla destra. La destra ora lo usa in senso xenofobo. Non avremmo dovuto permetterlo. Se parliamo delle famose “linee rosse” che non si devono oltrepassare, la sinistra non è neanche riuscita a disegnarle, e da qui questo caos di scontri, malintesi e confusione. Le grandi pensatrici del femminismo arabo come Wassyla Tamzali vengono annullate e ridicolizzate dal “femminismo islamico”, che spesso viene applaudito dalle femministe di qui. Ho visto come qualche “femminista” islamica ha chiamato traditrice  Mona Eltahawy, una donna che ha sofferto torture e stupri in Egitto.
Le femministe musulmane rischiano la vita per ottenere l’opposto di ciò che vogliono le femministe islamiche di qui. E’ desolante e terribile che ciò accada in Europa. E poi parlano di eurocentrismo e si sentono pure comode.
D. Ultimamente  sembra che far parte di una certa identità collettiva ti dia il permesso di parlare di certi temi, e in fatto di non appartenervi ti neghi questo permesso. Ti disturba quando tentano di parlare in tuo nome?
R. Sono donna, mora*, femminista, laica e di sinistra. Non mi piace che parli in mio nome il femminismo islamico; mette nello stesso sacco tutte le musulmane, tutte le magrebine, e non rappresenta la gran maggioranza delle musulmane che sono per il laicismo. L’islam politico, inteso come norma sociale, non è compatibile con il femminismo. L’islam è un’ideologia sessista che separa uomini e donne.
D. Pensi che esista islamofobia in Spagna?
R. Non si parla di cristianofobia, eppure il cristianesimo si critica apertamente, però se critichiamo l’islam subito ci danno degli islamofobi. Dicono alcuni che bisogna proteggere le minoranze; non capisco, i musulmani nel mondo sono una minoranza? Come essere critica con la mia stessa religione se questa parola mi tappa la bocca?  E’ una parola capziosa, un termine creato con intelligenza, copiato dagli israeliani. Loro hanno la parola magica: antisemita! Noi musulmani non siamo da meno: islamofobo!
D. Però qui i musulmani sono una minoranza, e d’origine immigrante. Percepisci xenofobia qui?
R. Ovviamente si percepisce, non si può ignorare che l’ondata di attentati ha danneggiato gravemente i musulmani europei. Separare la fede dalla politica è molto difficile nell’islam, però si può fare. La Tunisia ci sta provando, la Turchia è un paese laico. L’errore che si commette in Europa è pensare che i musulmani non possano avanzare e lasciar perdere dogmi che li danneggiano. La sinistra europea giustifica l’ingiustificabile attaccandosi al fatto che “è la loro cultura”. Bisogna proteggere le minoranze, però non cedere davanti a simboli e costumi chiamati “culturali” che attentano contro la libertà e i diritti umani. La Spagna si abituerà a persone che si chiamano Mimunt, Zoubida o Rachid. Non mi sono mai scandalizzata per il fatto che non sapevano pronunciare il mio nome, perché anch’io non so pronunciare bene Arnold Schwarzenegger e non c’è problema.
D. Qual è la tua percezione del razzismo?
R. Razzismo l’ho sofferto tutta la vita, per il nome, i capelli, la religione, la pelle scura, e contro ciò lottiamo ogni giorno. A volte era razzismo “duro”, altre volte fascinazione per “l’esotico”, però oggi abbiamo meccanismi per lottare e lo facciamo. Dovremo farlo senza consentire a nessuno di imporci dogmi religiosi o politici chiamandoli “cultura”.

*In Spagna l’aggettivo “moro” si riferisce agli arabi (ed in particolare ai magrebini).

 

 

 

 

 

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