della Direzione Nazionale di Sinistra Anticapitalista

Il 2 ottobre è stata una giornata di reazione disseminata nelle strade e nelle piazze italiane contro l’arresto di Mimmo Lucano, Sindaco di Riace, accusato assurdamente di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Questa giornata ha riacceso un faro di luce puntato contro l’oscurantismo di questo governo: piazze unitarie, radicali e plurali che hanno immediatamente reagito all’ennesimo atto di repressione favorito dal governo pentaleghista. Il DDL del leghista Pillon, la dotazione del Taser alla polizia contro migranti, manifestanti e senza tetto, la conferma degli accordi con la Libia dei torturatori, la persecuzione delle ONG, trattate come criminali, la riduzione delle tasse alle imprese e ai ricchi e l’elemosina di Stato volta al disciplinamento sociale della forza-lavoro disoccupata/sottoccupata, sono tutti elementi che mostrano la natura organicamente reazionaria di questo governo. La necessità di lottare a fondo contro di esso e contro ciò che rappresenta è patente.

Abbiamo più volte sottolineato come i governi precedenti a guida PD avessero gettato le basi per l’exploit del M5S e della Lega e per la deriva reazionaria in corso nel paese, ed è per questo che, ben prima dell’insediamento di questo governo, avevamo sempre considerato necessario lo sviluppo di una dinamica riaggregativa che, analogamente a quanto recitava il Manifesto fondativo di Potere al Popolo, costruisse un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi. Questo approccio si rendeva non solo necessario ma indispensabile per contrastare efficacemente gli attacchi ai diritti sociali e democratici della maggioranza sociale degli sfruttati e degli oppressi. Potere al popolo ha avuto una grande opportunità che avrebbe dovuto sfruttare in modo diverso, avendo costruito una sua credibilità e riattivato energie politiche nuove e vecchie: essere inclusivo, allargare il suo orizzonte, lanciare iniziative che mettessero insieme tutti coloro che non si sono arresi, ricomporre un conflitto oggi frammentato e spesso perdente, riunire le lotte per il diritto all’abitare, contro lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, per i diritti delle donne e della comunità LGBT, per la difesa del territorio e per i diritti dei migranti. Purtroppo, occorre constatare che l’ispirazione originaria sia stata di fatto abbandonata a beneficio della costruzione di un nuovo soggetto politico autonomo e indipendente, cioè di un partito. Pensiamo che un partito di classe sia uno strumento necessario per la lotta anticapitalista, ma siamo al tempo stesso convinti che questo strumento non si improvvisi, che necessiti di iniziativa sociale comune e di un intenso dibattito politico e strategico che getti le basi per la sua costruzione nel tempo e con le modalità democratiche più adeguate. Ci sembra, invece, che PaP si sia incanalato in una strettoia organizzativistica, peraltro centrata sull’uso di una piattaforma informatica che produce una dinamica passivizzante, limita la discussione de visu, non esorta né stimola alla militanza e genera forme plebiscitarie.  Questa precipitazione, che ha di fatto negato lo spirito del manifesto inziale, si è riverberata nella discussione relativa allo statuto, esacerbata dalla contrapposizione fra due testi alternativi e alla conta che ne è seguita, alla quale non abbiamo voluto partecipare. È risultata evidente la volontà di non definire un quadro politico ed organizzativo strutturalmente largo, ma di precipitare Pap in una forma specifica (lo statuto) che di per sé stesso diventava uno strumento espellente. C’è da aggiungere che questo percorso è stato caratterizzato da atteggiamenti settari che hanno limitato il pluralismo necessario, impedendo il riconoscimento e la pubblicizzazione di proposte politiche diverse emerse più volte nel vivace dibattito interno e centralizzando e verticalizzando al massimo la gestione del movimento, facendo riemergere tensioni campiste e sovraniste che si vanno diffondendo anche in molte organizzazioni della sinistra radicale europea portandole a rinunciare pericolosamente a un approccio internazionalista e di classe necessario. Quell’internazionalismo che non attribuisce la condizione di sfruttamento e di povertà dei lavoratori e dei disoccupati di un paese al lavoratore migrante o europeo, ma ai padroni sempre alla ricerca di maggiore profitto; quell’internazionalismo che rifiuta di schierarsi a favore di uno degli imperialismi in lotta per la nuova spartizione delle sfere di influenza nel mondo, né che assume acriticamente, mitizzandole, le esperienze politiche di altri paesi, ma che, in ogni momento, privilegia gli interessi delle classi popolari, il loro rafforzamento, la loro autorganizzazione. La “battaglia degli statuti”, non ha però riguardato solo quale Potere al Popolo, ma ha avuto anche una evidente connessione con il dibattito sulle prossime elezioni europee nel 2019. Anche su questo versante, questo scontro ha fatto sì che si perdesse l’occasione di occupare il campo con una proposta politica di una lista plurale e radicale, aperta e centrata attorno alle esperienze di movimento e di conflitto sociale, lasciando invece campo libero a De Magistris, che ha potuto quindi candidarsi con una proposta elettorale condizionata alla sua centralità e al suo sotto-riformismo, e preoccupata esclusivamente di superare la soglia di sbarramento per accedere al Parlamento Europeo mettendo in secondo piano la chiarezza del profilo politico di questa proposta.

Miope e non condivisibile è stato anche l’atteggiamento verso il sindacalismo conflittuale. PaP sembra aver messo al centro la sola azione dell’USB, assolutamente positiva, ma ha al tempo stesso evitato ogni sostegno agli altri sindacati di base. Il 26 e 27 ottobre, la CUB e il Si Cobas, tra gli altri, hanno lanciato quello che, al momento, sarà l’unico sciopero dell’autunno, che coinvolgerà un settore combattivo di lavoratrici e lavoratori, tanto più significativo perché composto in gran parte da migranti. Pensiamo sarebbe stato utile che gli attivisti e le attiviste di PaP avessero contribuito alla riuscita di questa iniziativa, così come pensiamo che gli altri soggetti in campo avrebbero dovuto impegnarsi nella riuscita della manifestazione del 20 ottobre promossa dall’USB e dallo stesso PaP, nell’ottica di rafforzare tutte le iniziative centrate su obiettivi utili alla lotta di classe e alla visibilità di opzioni alternative al liberismo del PD al neonazionalismo del governo pentaleghista. Riteniamo inoltre molto negativo che PaP abbia scelto sostanzialmente di ignorare anche la battaglia congressuale che molti compagni e compagni stanno conducendo in CGIL con il documento Riconquistiamo Tutto, espressione dell’area di opposizione Il Sindacato è un’altra cosa. Una battaglia condotta non per cambiare la CGIL, ma per spingere alla lotta settori di avanguardia, o potenzialmente di avanguardia, che pure abbiamo incontrato in numerose fabbriche e luoghi di lavoro, e che stanno trovando punti di riferimento in delegate e delegati combattivi in lotta contro il padrone e contro la burocrazia sindacale. Il percorso congressuale ha, in questi termini, mostrato finora risultati incoraggianti: da Nord a Sud, Il sindacato è un’altra cosa ha vinto congressi difficili in luoghi di lavoro importanti, consolidando il lavoro pregresso dei suoi delegati e delle sue delegate o stringendo nuovi rapporti, dimostrando il ruolo insostituibile dei delegati e delle delegate combattive e classiste. Questo ruolo ha anche permesso di ottenere, attraverso il conflitto, vittorie significative, come l’accordo per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario alla SAME di Bergamo, o la reintroduzione dell’Art. 18 alla GKN di Campi Bisenzio (FI). Soprattutto dimostra che è prioritario e necessario costruire una convergenza dei delegati classisti e combattivi a partire dai temi concreti sui luoghi di lavoro, andando oltre la guerra delle tessere tra diverse organizzazioni sindacali e costruendo momenti comuni di conflitto a beneficio di lavoratori e lavoratrici, disoccupate e disoccupati.

Restiamo convinti che oggi sia necessaria la costruzione di un movimento di massa plurale, unitario e radicale contro il governo gialloverde, che si batta per di diritti sociali e democratici, per l’autodeterminazione delle donne e dei soggetti LGBT, contro la guerra e per un’Europa dei lavoratrici e dei lavoratori oltre ogni frontiera, e che non abbia nessuna nostalgia del vecchio e fallimentare centro-sinistra o di alcuna sua variante. Siamo stati tra i principali protagonisti della rottura con il governo Prodi nei 2007 e rivendichiamo con forza quella scelta, ritenendo che le sue ragioni abbiano ancora un valore fondante rispetto alle prospettive di ricostruzione del movimento di classe in questo paese. Sono queste le ragioni politiche di fondo, peraltro già recentemente espresse in modo più esteso (vedi: https://anticapitalista.org/2018/09/17/le-dinamiche-involutive-di-potere-al-popolo-e-il-fronte-unico-necessario/), per cui abbiamo maturato la scelta di non aderire al nuovo percorso di Pap, cioè alla nuova forma politica organizzativa (un partito a tutti gli effetti).

Crediamo sarebbe stato necessario ritornare alle origini del movimento, ascoltare, le preoccupazioni, i dubbi e le opposizioni che si sono espresse in numerose assemblee territoriali e che abbiamo potuto verificare, per recuperare la centralità della politica e la costruzione di un percorso che fosse in grado, a partire dai prossimi appuntamenti di solidarietà e lotta, di ricostruire il movimento di cui c’è bisogno. L’autocentratura organizzativa che si è scelto e che sarà affermata dal voto su piattaforma dei prossimi giorni è una opzione precisa, legittima per chi la fa, ma politicamente non condivisibile; limita PaP su sé stessa e produce necessariamente la predilezione per l’autopromozione del suo logo, come si sta già verificando in molte situazioni (http://www.milano-anticapitalista.org/2018/10/04/una-risposta-necessaria-ai-gap-di-pap/) piuttosto che la costruzione di appuntamenti larghi e plurali. È però nostra ferma intenzione continuare a seguire con attenzione l’iniziativa e il dibattito di Pap coltivando con forza un rapporto unitario da organizzazione a organizzazione. Naturalmente siamo impegnati in una interlocuzione politica e in un rapporto con tutti i soggetti che lavorano nella costruzione delle mobilitazioni sociali, per dare la maggior forza possibile alle iniziative di lotta su obiettivi democratici e di classe. Siamo certi che, pur serbando rammarico per un’occasione che ci sembra persa, ci ritroveremo con questi compagni e queste compagne fianco a fianco nelle piazze e nei luoghi di lavoro e che la discussione politica sulla costruzione delle resistenze sociali e dell’alternativa politica da costruire continuerà.

 

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