All’inizio di quell’estate i ragazzi italiani ascoltavano le canzoni dei jukebox.  Dentro e  fuori dai bar , fino a dove le note arrivavano a  scandire il cambio del tempo in corso.

Le canzoni di quei primi mesi del 1960 erano: “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantata da Mina, “Il nostro concerto” di Umberto Bindi, “Impazzivo per te” di Adriano Celentano e, soprattutto, “Marina” di Rocco Granata. Il calabrese figlio di minatori emigrati in Belgio come parte di quell’accordo commerciale che vedeva  l’Italia esportare carne proletaria da sfruttare in cambio di carbone. Senza curarsi delle centinaia di morti soffocati e bruciati vivi in fondo ai tunnel, da Marcinelle all’Inferno in terra. Delle baracche fuori dalle città, dove venivano alloggiati i minatori italiani e spagnoli. Delle scritte lungo le vie, davanti alle case e ai bar: “NI CHIENS NI ITALIENS!”.

Il Paese cresceva e i sogni erano a portata di mano, o quasi. Si faceva finta di niente dentro il territorio dove il Capitale aveva impresso il suo marchio di controllo.

Al cinema davano “La dolce vita”, “A qualcuno piace caldo”, “La grande guerra”, “Intrigo internazionale”, “Signori si nasce” con l’immaginifico Totò. Dentro le sale fumose ci si faceva cullare dalla colonna sonora  di “Scandalo ala sole” e, usciti, la si andava a cercare in qualche jukebox. Ad ascoltarla insieme e provare l’ansia frustrata per qualcosa che non fosse il becero e patriarcale “amore all’italiana”.

Qualcuno aveva letto gli ultimi libri pubblicati: “La ragazza di Bube”, “Una vita violenta”, “Il cavaliere inesistente”, “Zazie nel metro”, “Pasto nudo”, “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri.

Di noi, gli osservatori internazionali parlavano solo bene.

Il 25 maggio ’59 il quotidiano londinese Daily Mail aveva scritto: “L’efficienza e la prosperità del sistema produttivo italiano costituiscono un autentico miracolo economico». In agosto il presidente della Bundesbank, Karl Blessing, afferma che il miracolo economico italiano è più grande ancora di quello tedesco. Ma gli abitanti del Belpaese non hanno bisogno di questi riconoscimenti ufficiali per sapere che stanno vivendo un periodo d’oro. L’avvertono sulla pelle.”.

Il 1960, il miglior anno in cui vivere!

C’era, però, un piccolo problema che infastidiva le coscienze dei giovani e non giovani proletari del Belpaese.

L’8 aprile si era formato il nuovo governo. Quello di Tambroni che per la fiducia aveva chiesto e ottenuto i voti decisivi dei fascisti del Movimento Sociale Italiano.

Tanto da spingere quest’ultimo a decidere di convocare il suo VI° Congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza.

La data del Congresso fascista era stata fissata per il 30 giugno. Il 28 si svolge una manifestazione di protesta. E’ Sandro Pertini a parlare davanti a circa 30.000 antifascisti:

« La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori »

“U brichettu” (in genovese: il fiammifero) è acceso e le coscienze si incendiano.

Il 30 giugno viene indetto lo sciopero generale e la città si ferma.

Dopo i consueti comizi (un vizio di ogni tempo!), gran parte dei manifestanti si dirige in piazza De Ferrari. Si raggruppano intorno alla fontana centrale e cantano le canzoni della Resistenza e della scontro di classe. Niente di più, ma le forze dell’ordine cercano di disperderli con gli idranti. Visto che non bastano, cominciano le cariche sempre più dure; con l’utilizzo delle camionette. Mica si chiama “celere” per niente! Si risponde con tutto quello che si trova in giro per la città. Ben presto, è la città intera che risponde colpo su colpo. Molte camionette vengono incendiate. Nei caruggi, dove si spostano gli scontri, dalle finestre piove di tutto sulla testa degli sbirri del Battaglione Padova. Molti vengono buttati dentro la fontana. Cosa che capita allo stesso comandante sul campo della celere. Gli sbirri sparano, ma per fortuna ci sarà solo un ferito.

La tensione cresce in tutta Italia e Genova diventa il centro della Resistenza e della repressione. Niente, però, piega la volontà di battersi, soprattutto, dei ragazzi e dei partigiani che si ricostituiscono nelle Brigate e si ricordano dove hanno lasciato i depositi armati.

Arriva, improvvisa, la notizia che i fascisti rinunciano al loro Congresso e viene sospeso il nuovo sciopero generale del 2 luglio.

 

La furia accumulata contro la provocazione del governo clerico-fascista di Tambroni, cresce, però,  senza più controlli burocratici. Ci si trova per ricordare la Resistenza che è una cosa di soli tre lustri prima. I partigiani non sono poi così invecchiati e i ragazzi sono cresciuti nei loro racconti e sotto il giogo dello  sfruttamento capitalista. Ragioni più che valide per scendere in piazza con le bandiere della propria classe. Con i canti e le parole della lotta antifascista e anticapitalista.

E gli sbirri, cani da guardia del Capitale e dello Stato, colpiscono con ferocia e sparano per uccidere.

Il 5 luglio a Licata, un morto (Vincenzo Napoli) e 24 feriti.

L’8 luglio a Palermo, 4 morti (Francesco Vella, Andrea Gangitano, Giuseppe Mazzeo e Rosa La Barbera) e 40 feriti. A Catania un morto, Salvatore Novembre. Caduto a terra sotto i colpi dei manganelli viene finito con 4 colpi sparati a bruciapelo. L’ultimo in faccia spappolandogliela. Il suo corpo viene trascinato in una scia di sangue in mezzo alla piazza e lasciato là come monito per gli altri dimostranti. 7 sono i feriti.

Il 6 luglio a Roma la polizia carica a cavallo e si combatte per ore a Porta San Paolo e nei quartieri circostanti. Decine i feriti.

I fascisti, intanto, escono dalle fogne incoraggiati dalla nuova posizione nella maggioranza governativa: “A Roma alcuni ordigni esplosivi vengono gettati contro una sede locale del PCI, mentre a Ravenna durante le ore notturne, un gruppo di neofascisti incendia l’abitazione di Arrigo Boldrini, segretario nazionale dell’ANPI

 

Il 7 luglio, Reggio Emilia non ne può più. Viene dichiarato lo sciopero generale e la città si riversa nelle strade e nelle piazze. Sono circa 20.000 i partecipanti e alla testa ci sono i partigiani delle Brigate, delle SAP, delle GAP. Quelli che si sono battuti senza tregua contro i nazifascisti non solo per liberare il Pese, ma in una guerra civile che è stata lotta di classe. Che il 25 aprile non ha fatto cessare perché troppi erano ancora i fascisti, i loro complici, i padroni che li avevano foraggiati, in giro per le campagne e nei luoghi del potere ricostituito. Uno scontro che veniva da lontano; dalle lotte agrarie, dalle Leghe di solidarietà e resistenza. Dalle galere dove finivano i migliori militanti anarchici e socialisti. Dalla resistenza alle squadracce fasciste e dalla clandestinità dove si ricostituivano le organizzazione classiste. Dall’esilio e dalla guerra di Spagna a faccia a faccia col nemico.

Reggio Emilia è la città dei 7 fratelli Cervi e delle veline che dal Viminale arrivano alla Questura e alla Prefettura per segnalarla come luogo infetto, pericoloso, da controllare strenuamente. Una città rossa che se si potesse bisognerebbe radere al suolo con tutti i comunisti e gli altri ribelli dentro.

La manifestazione è, comunque, pacifica e fiera. Di canti e di ricordi. Di parole che sfidano gli sbirri facce da assassini, cervelli marchiati dall’odio, cuori cuciti d’obbedienze cieche.

Si guardano reciprocamente i partigiani e gli sbirri. Si riconoscono come nemici, ma i mitra e tutto il resto è, adesso, nelle sole mani dei cani servitori dello Stato.

Alle 16,45, senza che stia succedendo niente di grave, il vicequestore Giulio Cafari Panico ordina la carica dei suoi 350 agenti di polizia. Per non essere da meno, il tenente colonnello Giudici fa altrettanto coi suoi carabinieri. L’assalto proditorio è subito brutale e travolge, in un primo momento, i reggiani. Si riorganizzano, però, in breve tempo. Vengono alzate barricate e si pone mano alle difese.

Gli sbirri sbaragliati battono in momentanea ritirata. Subito si rifanno avanti e, questa volta, sparano ad altezza d’uomo. Vengono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.

 

In prima fila ci sono i partigiani e sono loro a cadere per primi.

Sul terreno della loro città restano 5 corpi:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, sposato e padre di un bambino.

Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni.

Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a “SAP” (SQUADRE DI AZIONE PATRIOTTICA)

Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP.

Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi.

 

“Compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi

Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo la` in Sicilia

son morti dei compagni per mano dei fascisti

Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera

Fischia il vento infuria la bufera

(…)

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso

e` sempre quello stesso che fu con noi in montagna

Ed il nemico attuale e` sempre ancora eguale

a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

(…)”

 

Il 19 luglio, finalmente, il governo Tambroni viene spazzato via!

Nessuno pagò, com’è costume del potere, per quegli 11 assassinati e per  il centinaio di feriti.

Il 20 agosto verranno inaugurate le Olimpiadi di Roma e l’Italia vincerà 36 medaglie (13 d’oro, 10 d’argento, 13 di bronzo). Qualcosa per cominciare a dimenticare.

Nel corso dell’anno, Bruno Martino e Bruno Brighetti scriveranno e pubblicheranno “Odio l’estate”, ormai conosciuta come “Estate”, con notevoli ed evidenti ragioni.

 

Quando qualcuno, sorriso compiacente, verrà a raccontarci la storia annacquata dei favolosi anni Sessanta, non dimentichiamo che iniziarono grondando sangue e finirono il 12 dicembre 1969 in un boato di corpi straziati. Qualche giorno dopo, il 15 dicembre,  in un corpo gettato via da una finestra della Questura di Milano!

 

Ora vorrei solo sapere qualcosa di quel bambino che era il figlio di Lauro Farioli, operaio di 22anni … assassinato dalla ferocia dello Stato capitalista. E che, forse, adesso, ha gli anni che io ho!

 

(Claudio Taccioli)

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