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Dopo il disastro di domenica scorsa si moltiplicano sui vari mezzi d’informazione (principalmente sul web) i commenti più disparati (e disperati) provenienti da quel “popolo di sinistra” a cui, volenti o nolenti, quasi sempre contro corrente ed inascoltati, apparteniamo. Chi parla dell’inizio di un inverno (politico e/o esistenzale) che è appena cominciato e sarà, ahinoi, lungo. Chi vuole andarsene a vivere ai Caraibi, o in Portogallo, o a Barcellona. Chi dice che preferisce ritirarsi in qualche paesino della campagna toscana a coltivare la vite e l’ulivo, ecc. ecc. Insomma, al di là di qualche entusiasmo per l’esordio di Potere al Popolo (il più grande dei piccoli, come l’ha battezzato, se non vado errato, il giornalista Mentana) prevale un pessimismo ed una delusione quasi cosmici (con accenni nemmeno tanto velati alla stupidità del genere umano…italico). Ma è vero che la “sinistra” (parola sempre più ambigua, soprattutto a partire dalle sciagurate elezioni degli anni Novanta del XX secolo) è ormai giunta al capolinea? E che riemergerà (se riemergerà) solo dopo una presumibilmente lunga traversata del deserto?

Io, che non ho la sfera di cristallo e non sono “portato” per le previsioni futuribili, preferisco guardare nell’unica direzione certa, quella del passato (o della Storia, se si preferisce). E ho il vizio di “dare i numeri”, preferendoli alle chiacchiere da bar (che peraltro amo!) per dar conto dei fenomeni politici, economici, sociali. Ovvio che i numeri vanno, per così dire, interpretati. Non parlano da soli; o meglio, parlano fino ad un certo punto. Per cui ho provato a confrontare i numeri dei voti ottenuti dalle sinistre negli ultimi quarant’anni, pur sapendo che le elezioni sono uno specchio deformato della realtà politico-sociale (soprattutto in un’epoca di grandi lotte, com’erano gli anni Settanta, non certo oggi). Il primo problema è già nella definizione di “sinistre”. Cosa vuol dire oggi questa parola? Fino a tutti gli anni Settanta era abbastanza chiaro a tutti: dalla sinistra più radicale (allora si usava il termine “rivoluzionaria”), rappresentata elettoralmente da Democrazia Proletaria, fino a quella più riformista, rappresentata dal Partito Socialista di De Martino, Nenni, Pertini….e dal giovane Craxi. Passando ovviamente per il “colosso”, il PCI di Enrico Berlinguer. Ho escluso i radicali (all’epoca apparentemente molto “di sinistra”, visto che flirtavano con Lotta Continua e l’Autonomia Operaia) per la loro storia e l’evoluzione (o meglio il ritorno alle origini liberal-democratiche) successiva. Insomma, la sinistra politica come espressione del movimento operaio storico. Già negli anni Ottanta la cosa si complica, con la progressiva mutazione genetica del PSI craxiano, che lo porterà in poco più d’un decennio a “fuoruscire” dal movimento operaio e, quindi, dalla definizione che ho scelto per “sinistra”. Infatti, nel ’94, circa l’80% degli elettori “socialisti” sceglieva di schierarsi nel campo avverso, votando in massa per Berlusconi. Un altro fenomeno degli anni ’80 è la nascita dei “Verdi”, provenienti in gran parte dalla sinistra “marxista”, ma senza ormai alcun riferimento al movimento operaio. Ho comunque scelto di considerare i Verdi come parte della sinistra in senso largo. Le cose si complicano ancor di più con le metamorfosi della parte maggioritaria della sinistra (diventata ormai, anche dal punto di vista dell’autodefinizione, centro-sinistra) a partire dal ’96, che annacquano sempre più l’origine “marxista” (seppur in versione moderata socialdemocratico-togliattiana) in una sempre più confusa amalgama di correnti ex-socialdemocratiche, ex-togliattiane, ex-democristiane, ecc.) fino all’inglorioso epilogo post-ulivista del PD renziano, semi-democristiano nei gruppi dirigenti, nell’ideologia, nei simboli. Ho ritenuto quindi, per rendere almeno possibile un minimo di comparazione, distinguere tra una sinistra generica e totalizzante ed una più legata alle componenti “comuniste”.  Ne risulta il seguente quadro.

Elezioni          sinistre (milioni di voti)   variazi.     “comunisti” e verdi     variazioni
1976                     16,7                          –                    13,2                         –
1979                     15,6(a)                -1,1                    12,0                    -1,2
1983                     15,8                      0,2                     11,2                    -0,8
1987                     17,4                      1,6                     11,9(b)                0,7
1992                     15,7                     -1,7                     10,3(c)               -1,6
1994(d)                 13,0                    -2,7                     12,0                     1,7
1996                      12,2                    -0,8                      12,0(e)                   –
2001                        9,9                    -2,3                        2,5(f)               -9,5(f)
2006 (g)                15,9                     6,0                        3,1                      0,6
2008                      13,9(h)              -2,0                        1,5(k)                -1,6
2013                       10,5(j)               -3,4                        1,9 (i)                 0,4
2018                         7,9                   -2,6                        1,6 (l)                -0,3

 

a) Esclusi i radicali (1,3 milioni) che avevano un profilo apparentemente più a sinistra del PCI, visto che arrivarono a candidare Toni Negri. Con loro la sinistra manterrebe più o meno gli stessi voti del ’76.

b) Compresi i Verdi (1 milione) presenti per la prima volta

c) Sciolto il PCI e DP, si presentano PDS e PRC (che vengono considerati qui ancora nel gruppo “comunisti”, seppure impropriamente nel caso del PDS). Inoltre vi è considerata anche La Rete (0,7 milioni), effimero movimento di ex PCI ed ex sinistra DC, destinato a confluire più tardi nei DS.

d) Prime elezioni col maggioritario.

e) Ultime elezioni in cui è presente il PDS, già entrato nel PSE, ma recante ancora il simbolo del PCI sul tronco della Quercia, per cui, con un’evidente forzatura, l’ho immeritatamente mantenuto nell’area “comunista”

f) Il “crollo” dell’area “comunista” è dovuto al definitivo spostamento dell’ex PDS (ora DS) nell’area ufficialmente socialdemocratica. Anche i Verdi sono stati spostati in quest’area. Il calo reale dei “comunisti” è di 0,8 milioni di voti.

g)) La presenza dell’Ulivo (DS più sinistra DC) rende il paragone con le elezioni precedenti estremamente arbitrario.

h) PD, erede dell’Ulivo, più socialisti, più sinistra “radicale” (vedi nota k)

k) Sinistra Arcobaleno, PCL e Sinistra Critica

j) PD, più nota i).

i) SEL, Rivoluzione Civile (Ingroia) e PCL

l) LeU, Potere al Popolo, PC, Per una Sinistra Rivoluzionaria.

Come si può vedere agevolmente, nell’ultimo quindicennio della cosiddetta “prima” repubblica (1976-1992), le variazioni dell’insieme della “sinistra” sono piuttosto limitate, intorno a una media di 16-17 milioni di voti (tra il 45 e il 47% dell’elettorato). con una lenta erosione, a partire dagli anni ’80, dell’area “comunista” ed ecologista (dai 13 ai 10 milioni) a favore del PSI. Le cose cominciano a cambiare negli anni ’90, con la liquefazione dell’area “socialista” e la riduzione della sinistra quasi solo alle componenti ex PCI, ex DP e Verdi. Complessivamente “emigrano” verso destra dai tre ai quattro milioni di elettori socialisti, finiti quasi tutti in Forza Italia. Ma la forza elettorale della sinistra, escluso il PSI, resta sostanzialmente intatta, intorno ai 12 milioni di voti. L’ulteriore slittamento a destra del grosso dell’ex PCI, poi PDS, ora DS, (e l’esperienza dei primi governi di “centro-sinistra”) porta ad un indebolimento complessivo molto importante: all’inizio del nuovo millennio, per la prima volta, l’intera “sinistra” scende sotto i 10 milioni di voti (prima volta dal dopoguerra!), e la sinistra “radicale”, coi suoi 2,5 milioni di voti, è ridotta ad un quarto dell’elettorato, diciamo così, “progressista”. L’incremento successivo è totalmente “drogato” dall’immissione dei voti degli ex-DC “di sinistra” nel 2006, mentre la sinistra “radicale” risale un po’ la china, riportandosi complessivamente quasi ai valori del PRC del ’96. L’esperienza del secondo governo Prodi dà un primo colpo alle illusione seminate da questa ripresa “drogata”. Nel 2008 il centro-sinistra e la sinistra perdono 2 milioni di voti, quasi tutti a scapito della sinistra, che evidentemente paga il prezzo del suo diretto coinvolgimento nel governo. Nel 2013 gli effetti dell’immissione “drogata” di voti “bianchi” sembrano esaurirsi, con la perdita, per il PD, di quasi 4 milioni di voti, solo in minima parte compensata dai 400 mila voti in più presi dalla sinistra “non governativa”. E il disastro annunciato dalle successive mutazioni genetiche del PDS-DS-PD viene due giorni fa, con la perdita di altri 2 milioni e mezzo di voti da parte del PD. Lo spostamento a destra complessivo tocca anche la sinistra, sia moderata (LeU) che radicale (Potere al Popolo, PC, SR), che perde circa 300 mila voti rispetto ai già scarsi risultati del 2013, e non riesce ad avvantaggiarsi della scissione del PD del 2017. In definitiva, anche volendo chiudere entrambi gli occhi e considerare il PD di Renzi una cosa, seppur vagamente, di sinistra, si tratta di un dimezzamento netto del peso dei “progressisti” nella società italiana rispetto agli anni ’70 ed ’80. Il tutto in un processo di continuo slittamento verso destra della cosiddetta “sinistra” stessa. Prima tappa: rapido spostamento del PSI fino al suo assorbimento quasi totale nella destra (1980-1994). Seconda tappa: rapido spostamento del grosso del PCI prima nell’area socialdemocratica (1989-1996) e poi direttamente liberal-borghese (2001-oggi). Spostamento del grosso delle forze provenienti dalla ex sinistra PCI ed ex DP (riuniti nel PRC) prima verso la collaborazione esterna con i governi borghesi (1996-98 e 2003-2005) e poi coinvolgimento diretto (2006-2008). Rotture del PRC (in gran parte verso destra – PdCI nel ’98, SEL nel 2009) e tentativi di ciò che resta dell’esperienza del vecchio PRC di trovare uno spazio che appare sempre più residuale (dal quasi il 4% di PRC più PCL alle europee del 2009, al 2,5% della Lista Ingroia più PCL del 2013, all’1,5% di PaP, PC e SR di oggi). Una frana continua, apparentemente inarrestabile. Un bilancio che nè Craxi, nè Berlinguer, nè Natta, nè Occhetto, nè D’Alema, nè Veltroni, nè Bersani, hanno mai voluto fare (e non parliamo poi di autocritiche!). Questi “dirigenti” hanno ereditato partiti “operai” di massa e li hanno traghettati, poco a poco, con qualche scossone, verso il nulla. Professionisti delle sconfitte, si direbbe. Sconfitte che non li hanno mai portati nè nelle galere (come Gramsci, a cui alcuni di loro hanno la faccia tosta di richiamarsi, sempre più raramente, per fortuna) nè nell’esilio, e nemmeno a dover ricominciare da capo cercandosi un lavoro onesto (come operaio, magari, o insegnante, o medico). Comodamente seduti sulle loro intramontabili poltrone, danno (o hanno dato, per quelli scomparsi) consigli a destra e a manca, stigmatizzando l’estremismo o il presunto “settarismo” di coloro che hanno cercato di opporsi da sempre a questa deriva suicida. Dai congressi del Midas alla Bolognina, fino al Brancaccio di pochi mesi fa. Dalle stelle alle stalle, si potrebbe dire. Ma solo per noi lavoratori, disoccupati, pensionati. Proletari, per dirla con una parola che aborrono. Loro, imperterriti, continueranno a far danni, alla ricerca dell’introvabile “centro moderato” dei loro sogni borghesi.

Flavio Guidi

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