Chi sono le persone chiuse negli inferni libici? Quante sono? Quante donne, quanti bambini? Quali sono le loro condizioni? Vengono rispettati i loro diritti? Hanno voce per parlare? Possono le organizzazioni umanitarie visitarle? A quanto sappiamo, a quanto abbiamo visto anche solo con i Cie qui in Italia, queste sono tutte domande retoriche. Lì non si entra, sono luoghi off limits. Questa è la tremenda illegalità che per prima va rifiutata. Lì accade di tutto, e tutto il mondo lo sa.

A questo punto dobbiamo andare oltre la sacrosanta e inascoltata richiesta di aprire corridoi umanitari, che anche con la nostra Rete femminista “No muri, no recinti” abbiamo da tempo indirizzato alle commissioni europee. Adesso tutte le associazioni e i gruppi di solidarietà con i migranti dovrebbero unirsi per fermare l’orrore del patto disumano negoziato dall’Europa sulla pelle di milioni di profughi innocenti. Dietro l’ipocrisia del finto aiuto a casa loro, quello che li aspetta nei fatti è un enorme campo di reclusione pagato a suon di miliardi. I criminali carcerieri di ieri trasformati oggi in giudici e custodi, autorizzati dalla comunità internazionale. Oltre alla Libia e ieri la Turchia, anche il Niger e il Ciad si sono messi in fila alla cassa europea per riscuotere il prezzo di una vera e propria taglia sulla testa del popolo migrante.
Sembra un brutto sogno ma purtroppo è una devastante realtà, incluso ciò che avviene a casa nostra, nelle nostre strade e nelle nostre piazze. Quelle donne brutalmente colpite, quei bambini, quegli uomini disperati non sono comparse, utili ad alimentare la bulimia di commentatori politici sempre in onda, con occhi vuoti da robot addestrati alla guerra contro chi non possiede nulla se non il proprio fragile corpo. Ma gli esseri umani questo sono: infinitamente fragili e vulnerabili. Non occorre l’uragano Harvey per saperlo. Basta molto meno. Quelle donne, quei bambini, quei disperati grandeggiano proprio perché nella loro esposta fragilità sono pienamente umani, come forse noi non riusciamo a essere più.

Noi chi? C’è dunque un ‘noi’, c’è dunque un ‘loro’? Queste categorie che segnano la frontiera dell’umanità ci stanno avvelenando nel profondo. Ogni volta che i nomi scompaiono, che le singole vite s’ingolfano nella moltitudine indistinta che ci guarda, e che senza vedere guardiamo, perdendo la possibilità della relazione fra persone perdiamo il senso dell’esistere. Anche così nascono le guerre.

Dobbiamo invece guardarle ad una ad una le persone schiacciate a terra come insetti sotto il getto violento degli idranti. Di fronte al potente alibi della legalità invocata come unico metro di valore e di giudizio, corpi, vite e storie arretrano, scomparendo in un’ombra anonima, ma quegli esseri umani abbattuti dagli idranti perché “illegali” sono profughi eritrei ed etiopi che avremmo dovuto accogliere in maniera dignitosa secondo le leggi e le norme internazionali sui diritti umani. Non lo abbiamo fatto. Abbandonati a se stessi, dove avrebbero dovuto mettersi a dormire, dove lavarsi, dove cucinarsi un pasto? Noi dunque li abbiamo resi “illegali”, così come siamo noi a rendere “clandestini” i migranti cosiddetti economici avendo chiuso ogni canale regolare di accesso.

Insomma, stiamo spingendo una marea crescente di persone in una sfera forzata di illegalità, tra i “reietti dell’altro pianeta”, come quelli che Ursula K. LeGuin ha descritto nei suoi libri visionari, anticipando la realtà a venire. Se salvare vite umane è illegale, se accogliere chi fugge dalla miseria, dalla fame e dalle malattie è illegale, se voler dare un tetto a chiunque non ce l’abbia è illegale, se volersi sottrarre allo sfruttamento delle multinazionali è illegale, se volersi riappropriare dei beni comuni è illegale, se accettare il nomadismo come una delle mille forme di libertà è illegale, se aprire le frontiere è illegale, allora quella che chiamano oggi illegalità si rivela invece un ultimo spazio di giustizia, di umanità e di libertà.

Forse, come hanno tentato di fare con le Ong additandole al pubblico sospetto, zelanti autorità di governo italiane ed europee cercheranno di spingere in quella sfera di pretesa illegalità anche tutti coloro che volendo “restare umani” decidono di disobbedire alle strategie progettate per chiudere la nostra parte di mondo in un recinto protetto. Di qua i “legali”, di là gli “illegali”, ossia i poveri, i reietti, ma anche i disubbidienti, in attesa di avere a disposizione un pianeta-colonia dove esiliarli.

Se sono questi gli scenari che si profilano, prende sempre più senso partire dalla straordinaria capacità delle donne di saper abbattere i recinti millenari in cui sono state costrette, e di continuare a farlo da capo ogni volta che il sistema tenta di ricostruirli. Tutto è collegato in questo neoliberismo patriarcale costruito sul dominio che schiaccia e omologa. La violenza sui corpi delle donne, la violenza sui migranti, la violenza sui poveri e sui diversi. Ai suoi mille tavoli sparsi nel mondo, nelle partecipatissime assemblee, la magnifica marea di NiUnaMenos ha saputo con forza denunciarne le cause e svelarne gli intrecci. In mille realtà locali le donne nelle associazioni lavorano a una vera accoglienza, oltre i divieti e le chiusure, oltre le paure, oltre le frontiere.

“No muri, no recinti” abbiamo gridato, parlando non solo di noi stesse ma di ogni creatura e di tutte le diversità. Ora però dobbiamo aggiungere molto altro. No patti con dittatori, capibanda e signori delle guerre. No lager africani. No soldi per coprire violenze, stupri e torture. No rapine delle risorse nel sud del mondo. No produzione e commercio di armi. Perché tutto questo sì che è illegalità, quella vera e globale.

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